La guerra di Russia e gl'Italiani. — I nostri generali e i nostri soldati. — Partenza dei nostri da Milano. — I primi eroismi. — Ciò che racconta il barone Zanòli. — Il vicerè Eugenio insulta i nostri soldati. — Vivo alterco fra il generale Pino e il vicerè. — Il piano di guerra russo. — Lombardi feriti. — Gl'Italiani alla Moscowa. — Scene orrende. — Napoleone biasimato dai nostri sul campo. — All'incendio e al saccheggio di Mosca. — Altre scene d'orrore. — Una bottega di confetti. — Abbigliamenti grotteschi. — Cinico motto di Napoleone sulla sua salute. — Le perdite italiane accertate. — Il ritorno delle «aquile» napoleoniche a Milano. — Il generale Lechi.

Di notte, le fessure delle capanne russe, dove i soldati francesi assiderati riparavano confusi alla peggio, come belve, venivano otturate con pezzi di cadaveri gelati.... Questo ricordo d'un cieco ammiratore di Napoleone I, Stendhal, è appena un languido tocco degli orrori nei quali l'egoismo del condottiero côrso gettò l'esercito suo in Russia: il più vasto esercito che fino allora il sole avesse visto.

Napoleone aveva svelato al conte di Narbonne il disegno non solo di abbattere lo czar Alessandro e di conquistare un nuovo trono, ma di rovesciarsi sull'India e impadronirsi anche di quella. Sogno titanico, ingoiato da un abisso spaventevole di vittime umane, non compiante dal Despota.

Ah, il giovane czar Alessandro di Russia, il suo amico di ieri, da lui abbagliato di lusinghe nei congressi di Tilsitt e di Erfurt, non gli era più amico? Sì, è vero: lo czar, per piacere a Napoleone, aveva chiuso i porti russi all'Inghilterra; e poi li riaperse. Ma Napoleone non occupava forse, contro i patti, la città di Danzica, prossima alle frontiere russe? Non aveva egli ristabilito il ducato di Varsavia, volendo quasi ricostituire il regno della misera Polonia?... Non si era appropriati gli Stati del duca d'Oldemburgo?.... Begli alleati davvero! E poi.... se Alessandro s'era innamorato per un giorno di Napoleone, lo detestavano i Boiari, coi quali lo czar doveva pur fare i conti: e i Boiari obbligarono lo czar a gravare di nuova tariffa le merci francesi!...

Oltre mezzo milione di soldati Napoleone radunò intorno al fulgore delle sue aquile dorate, copiate da quella d'Aquileia. Ma i Francesi, quasi presaghi del disastro, balbettavano, atterriti, parole amare contro la nuova coscrizione. I soldati francesi erano 250,000 e 60,000 i polacchi col principe Poniatowski, il Baiardo polacco, a capo, anelanti di meritare l'indipendenza nazionale, ahimè! fatta sperare e non concessa. Gli altri soldati erano sassoni, bavaresi, austriaci, prussiani (l'Austria e la Prussia si erano confederate con Napoleone) e spagnoli, portoghesi, svizzeri, westfalici, wirtemburghesi; e poi soldati di Baden, di Darmstadt, di Gotha e Weimar, di Würtzburg, della Franconia, del Meklemburg e d'altri minuscoli principati, soggiogati dal prepotere del Despota; e italiani, sì, italiani, che al rullo del tamburo, sfilavano al comando di Eugenio, vicerè del Regno d'Italia, che pretendeva rifare i gesti e le collere del padrone, come succede spesso ai servi; e al comando dei generali Teodoro Lechi, bresciano, e Domenico Pino, milanese. La cavalleria, 60,000 cavalli, galoppava dietro il bianco cavallo impennacchiato del formoso Murat, re di Napoli, figlio d'un oste, che la comandava. Austriaci e Prussiani odiavano nel fondo del cuore Napoleone e lo combatteranno domani, e come!, ma intanto, per necessità, erano stati gettati ai piedi del dominatore da Federigo Guglielmo e da Francesco I, coi cavalli e coi buoi. E donne, molte donne, seguivano insieme con le salmerie i guerrieri napoleonici: vivandiere, mogli, serve e amanti. Dalle sponde dell'Oceano e dell'Adriatico, dalle sponde del Mediterraneo e del Baltico, i corpi della Grande Armata conversero, svariate falangi votate alla morte, nel suolo tedesco per raccogliersi lungo l'Elba, l'Oder, la Vistola.

E l'oro?... Un enorme tesoro il Bonaparte si tirava dietro; ma anche (come narra lo stesso Thiers) un'enorme quantità di biglietti falsi, di dieci, cento, cinquecento rubli.... Un Napoleone alla pari dei falsari smascherati della Rivoluzione?... Ma il buffo, nell'epopea napoleonica, si mescola al tragico.

Sì. Quali buffe mascherate carnevalesche volle offrire ai milanesi Eugenio, alla vigilia di partire con 27,000 uomini, 7700 cavalli, 58 cannoni, 702 carriaggi per trasporti militari voluti da Napoleone! Il giovedì grasso, 13 febbraio 1812, sul corso di Porta Riconoscenza (già Porta Orientale), lanciò sedici fragorosi e spettacolosi carri rappresentanti, non sappiamo perchè, le Stagioni; li lanciò pure il sabato grasso con una mascherata di Corte raffigurante in due barche la conquista del vello d'oro; e il popolino guardava a bocca aperta; non sapeva nulla del vello.

Le truppe napoletane, che, avvezze al mite clima nativo, tanto soffersero nei geli della Russia, vedevano nello stato maggiore i loro Florestano Pepe e Giuseppe Rossaroll, nomi poi cari dell'indipendenza italiana. Il 111º fanteria, l'eroico reggimento piemontese, era comandato dal Davoût, il vittorioso d'Abukir. Appartenevano a quel reggimento Pietro Arnisano, che, a Mosca, ebbe quattordici ferite di sciabola, e Michele Chiabotto, crivellato anch'esso di ferite spietate. E forse era di quello stesso reggimento l'italiano di cui parla Alberto Sorel nelle Notes sur la campagne de Russie, Arnisano, lui, il più allegro dei soldati. Questi ebbe, come tanti e tanti, i pollici dei piedi gelati, in Russia; preso dalla cancrena, non poteva sopportare calzature, e ogni sera si tagliava con un coltello la carne incancrenita, poi avvolgeva di stracci ciò che rimaneva de' suoi piedi, e andava! A Wilna, non gli rimasero più che i talloni.... E scherzava, rideva.... Morì ridendo.

Tutte le lingue, tutti i dialetti s'incrociavano. Il prode colonnello Gaspare di Bellegarde, piemontese, capo di stato maggiore della divisione Compans, incitava i compatriotti col dialetto natìo. Egli scoprì che, al suo fianco, combatteva un suo fratello di latte, certo Pralavario di Almese, semplice fantaccino del 111º.

Infinite le scene di affetto, di eroismo e di atroce barbarie in quella spaventevole e stolta campagna, nella quale il freddo giunse a 27 gradi; freddo cominciato fin dagli ultimi di giugno e cresciuto il 1º luglio, quando gli Italiani avevano già passato il Niemen, e il vicerè Eugenio (narra il barone Alessandro Zanòli nell'opera Sulla milizia cisalpino-italiana, vol. II, pag. 193) provò «grande soddisfazione vedendo questa schiera da lui creata entrare nel territorio nemico a 600 leghe dal proprio paese, osservando il medesimo ordine e la medesima disciplina come se operasse evoluzioni sulla piazza davanti al regio palazzo della capitale, Milano».