Larga eco destò questo sonetto, che girò manoscritto per Milano. Si narravano fatti incredibili sulle ultime ruberie francesi; e si mescolavano con le prime. Basti il dire che il generale Varrin si faceva sborsare quattrocentoquaranta lire al giorno per il suo pranzo. E si assicurava che il direttore delle poste, Antonio Darnay, apriva allegramente le lettere dei cittadini. La pubblica sicurezza era.... un sogno. Fin dal 1811, più di dugentocinquanta aggressioni a mano armata sulle vie pubbliche; più di cento invasioni nelle case private; assassinii, ferimenti, oltraggi a donne. Eppure in Milano viveva onorato da tutti un savio, capace di purificare l'atmosfera; capace, se ne avesse avuta la forza, di dirigere con buon successo gli avvenimenti.
Era vecchio, infermo di gotta (tanto che non poteva nemmeno firmare una lettera), ma lucido di mente: copriva nel Regno italico la carica di Gran Cancelliere Guardasigilli. Francesco Melzi, in una parola. Era quel savio. Napoleone lo aveva elevato all'alto posto donandogli uno dei grandi feudi della Corona e un appannaggio di dugentomila lire annue col titolo di Duca di Lodi. Aveva nel Melzi scoperto un uomo sinceramente devoto, fido, un uomo di Stato, e un uomo singolarmente onesto in mezzo a tanti ladri. Gli aveva persino proposto in moglie la sorella Paolina, vedova del generale Leclerc, bellissima, cara, adorabile creatura, ma un po' troppo corriva ai capricci.... Il duca Melzi ringraziò per la nuziale proposta; ma, considerata la propria gotta e le poco assicuranti inclinazioni di Paolina, la rifiutò.
Carlo Porta, stanco dei monotoni doveri quotidiani del suo ufficio, delle cure che consacrava all'agenzia bancaria del fratello e ad altre, come sappiamo da sue stesse parole, trovava alla sera geniale distrazione in una società di commercianti, di cui faceva parte, e che si radunava, per amichevoli ritrovi e divertimenti, prima in via Clerici, poi nel palazzo Spinola in via San Paolo, dove nel 1818 trasferiva la sua sede, e dove fiorisce tutt'ora col nome di «Società del Giardino». Le feste della simpatica società ammaliavano per la bellezza delle signore che v'intervenivano. Lo Stendhal, nel libro più volte citato, parla a più riprese di quelle riunioni festose. Egli, che a Milano trovava tutto bello, tutto bellissimo (perchè vi viveva la dolce Matilde Dembowsky, della quale era follemente e ahimè! inutilmente invaghito), arriva a scrivere così: «Je sors du casin de San Paolo. De ma vie, je n'ai vu la réunion d'aussi belles femmes: leur beauté fait baisser les yeux». Effetto che Ugo Foscolo certo non provava.
A sollievo dei trambusti cittadini, i Milanesi si spargevano per le ville. I nobili vi andavano, nel giorno di san Martino, facesse bel tempo o no; e vi soggiornavano per regolare i conti degli affittaiuoli. Nelle ville si davano feste campestri, con inviti. La vendemmia era essa sola una festa, e le laute imbandigioni non mancavano. E a Parigi? Almeno un viaggio a Parigi era d'obbligo per il patrizio. Da Milano partiva per il Sempione, e di là per Parigi, una «diligenza», due volte la settimana, il martedì e il sabato, e ne ritornava negli stessi giorni. Ma gli assalti alle «diligenze» talora interrompevano il viaggio. Mai come allora l'augurio «buon viaggio!» era sentito.
XX.
Ingrossa la bufera d'odio contro Napoleone. — Il suo misero capro espiatorio. — Complotti in favore d'un ritorno degli Austriaci. — I partiti. — Le ultime ore del Regno italico. — Tumulti. — La plebe armata. — L'atroce giornata del 20 aprile 1814 e il giovane conte Federico Confalonieri. — L'orrendo martirio del ministro Prina. — Un frate, Ugo Foscolo e un servo del Romagnosi. — Neppure il sepolcro!... — Il generale austriaco Bellegarde e l'arciduca Giovanni a Milano. — Fiera risposta di quest'ultimo. — Un sonetto del Porta a questo proposito. — Ingresso di Francesco I d'Austria a Milano. — Il brindisi del Porta. — Giudizio statario contro i malandrini. — La carestia.
Eugenio ambiva la corona d'Italia. L'esercito, dimenticando le offese di Russia, lo invitava a prenderla. Così egli si sarebbe promosso da sè stesso.... Ma non lo volevano i più. Non era egli forse il figlio adottivo dell'uomo fatale?... Non era egli di quella Francia che ormai troppo, troppo pesava sull'Italia? E non proteggeva gl'impiegati francesi sopra gl'italiani? E que' suoi modacci, quel suo sfacciato corteggiare le dame che, invitate, andavano a Corte, e le sue borie?...
Ma lo volevano re alcuni senatori. Non i nobili e clero partitanti dell'Austria: lo odiavano. Ma oggetto di maggior astio, d'odio, anzi, generale, era il ministro delle finanze conte Giuseppe Prina, il quale, per comando di Napoleone, sempre bisognoso di denaro per le sue guerre, aveva imposto tasse gravi.
Il Prina sapeva dell'odio di cui era circondato e delle minaccie di morte scritte sulle muraglie della sua casa; ma sarebbe stata una fortuna per lui se, in tempo, lo avesse saputo anche il duca Melzi. Questo vecchio infermo non usciva mai, non udiva tutte le voci minacciose, non conosceva bene le fila della congiura, anzi delle congiure, perchè erano due, contro Eugenio Beauharnais e contro il Regno italico, il cui capro espiatorio doveva essere il misero Prina.
V'erano, infatti, i partigiani dell'Austria, la quale spiava tutte le vie per ritornare dominatrice nella Lombardia, e v'erano quelli che si chiamavano da sè «italici puri». Costoro volevano cacciare via il vicerè Eugenio Beauharnais e i suoi, salvando, peraltro, il Regno italico, sul cui trono volevano mettere.... chi?... non lo sapevano nemmeno essi!...