Fin dagli ultimi mesi del 1813, i partigiani dell'Austria a Milano avevano segrete corrispondenze col maresciallo Bellegarde, un savoiardo al soldo degli Absburgo, e supremo comandante dell'esercito austriaco. Intermediario degli occulti maneggi era un bolognese, il conte Filippo Ghislieri. Questi era il vero caporione dei cospiratori austriacanti. A Milano passava per il più velenoso nemico di Napoleone, del quale voleva vendicarsi per una prigionia sofferta e per alcuni suoi beni confiscati. Egli s'introdusse in molte case patrizie milanesi per ispiarne le opinioni e per seminare odio. Più volte, con un coraggio che poteva costargli la vita, si recò travestito al quartier generale austriaco per intendersi col Bellegarde, accampato sull'Adige e pronto ad entrare in Milano. Il suo più fervido adepto era il milanese conte Alfonso Castiglioni (che per quarant'anni non volle vedere suo fratello), e il braccio più saldo del Ghislieri era il conte Giuseppe Gambarana, che aveva la passione dei foschi raggiri. Il Rosales, il Mellerio, il consigliere Freganeschi ed altri ancora formavano il nucleo principale dei congiurati, i quali dovevano cacciare dal cielo lombardo l'aquila napoleonica per chiamarvi l'aquila austriaca.

L'altro partito, quello degl'«italici puri», era anch'esso composto di nobili, fra i quali primeggiava il conte Federico Confalonieri, l'orgogliosissimo, che fu poi condannato a morte dall'Austria, e, graziato,.... alle catene dello Spielberg, sopportate con fierezza sublime. Vi partecipava lo stesso podestà di Milano, il conte Antonio Durini, della famiglia del cardinale cantato da Giuseppe Parini in un'ode famosa. Ma vi facevano parte anche banchieri, mercanti, impiegati, professionisti, fra i quali l'avvocato Traversa e sua moglie. La scaltra Traversa seppe attirare nella propria casa parecchi degli «italici puri» e anche gli austriaci; ma l'accordo generale per disfarsi del vicerè, del Prina, degli altri ministri del servile Senato, l'accordo per suscitare una sommossa popolare, fu stretto in casa del consigliere Freganeschi, che sturava molte bottiglie per accendere forse meglio i sangui.

E il vicerè Eugenio si trovava, intanto, a Mantova, dove aspettava un parto della viceregina, e gli eventi.

Gli austriacanti furono lieti di cominciare l'agitazione.... con le loro firme. Accordarono le loro firme ad una protesta degli «italici» contro il Senato, al quale portarono un primo colpo violento, domandandogli la immediata convocazione dei collegi elettorali, dimostrando così di non fidarsi di esso. La protesta portava per primo il nome del generale napoleonico Domenico Pino, cui si attribuiva la smania di essere eletto lui a re del nuovo Regno italico.

Il Senato era stato convocato il 17 aprile, perchè il suo presidente, il retto Antonio Veneri di Reggio Emilia, doveva leggere un «messaggio» del duca Melzi. Messaggio recante una proposta che tornava improvvisa, nuova per tutti. Il Melzi proponeva al Senato la nomina d'una deputazione senatoriale presso l'imperatore d'Austria, Francesco I. Sua Maestà fosse supplicata di riconoscere da' propri alleati l'indipendenza del Regno italico con un re libero, e che questo re legittimo fosse riconosciuto in Eugenio. Ben strana proposta! L'imperatore austriaco, infatti, mai avrebbe rinunziato al riacquisto della Lombardia; mai avrebbe protetto il figlio adottivo del suo più odiato nemico. Il principe di Metternich, che gli era a lato, non pensava altrimenti.

I senatori rimasero stupefatti: si guardarono l'un l'altro. Chiesero più volte la lettura del messaggio.... Il senatore Diego Guicciardi, che non aveva buon sangue col Melzi, contestò la facoltà del duca di convocare in seduta straordinaria il Senato; gli contestò il diritto di presentare quella proposta e di parlare in nome dello Stato. E invece quei diritti il Melzi li aveva. Napoleone, con decreto di vecchia data, gli conferiva autorità di radunare il Senato, e ampi poteri in assenza del vicerè.

Il ministro conte Prina si alzò. Il morituro propose un nuovo articolo sul «diritto eventuale acquistato dal vicerè alla Corona d'Italia in forza della costituzione». Ma il Guicciardi dimostrò non essere lecito mettere in campo un diritto eventuale, finchè non fosse escluso il diritto positivo. E alludeva al figlio di Napoleone, nato a Roma il 20 marzo 1811 e perciò chiamato il «re di Roma» (infelice re!); Napoleone lo ebbe dall'arciduchessa d'Austria Maria Luisa, sposata dopo aver ripudiata la povera infeconda Giuseppina, già amata tanto e abbandonata all'avvilimento e alle lagrime.

Il senatore Massari redarguì con forza il Prina: «Perchè parlate voi in nome della nazione? Il Senato non può esprimere che il proprio voto»!

Era tardi. I senatori si dichiaravano stanchi. Si venne a una votazione notturna, tumultuosa. Si mandasse pure la Deputazione.

Gli «italici» non ne erano contenti, e dovettero unirsi agli «austriaci» anco nell'agitazione torbida della plebe, che i caporioni avevano già bell'e preparata facendo venire dal Pavese e dal Novarese uomini pronti ad ogni eccesso: sicari assoldati.