Spuntò la mattina del tragico 20 aprile 1814.

Il presidente del Senato, Veneri, visto il minaccioso fermento, lo aveva convocato per leggere un indirizzo chiedente il richiamo dei deputati, ch'erano due: l'austriacante valtellinese Diego Guicciardi, rotto nei maneggi e intrighi politici ed esuberante in tutto (aveva quattordici figli), cancelliere del Senato, e il senatore Luigi Castiglioni dotto botanico.

Il cielo era fosco. Pioveva. Davanti al palazzo del Senato vi erano giovani nobili fermi sotto gli ombrelli, e uomini plebei dall'aria truce, e ceffi da galera, e popolani, e persino alcune dame di Corte avide d'assistere a qualche scena nuova pei loro occhi sazi di feste comuni. A mano a mano che arrivavano le carrozze dei senatori, questi erano applauditi o fischiati, secondo le loro tendenze. Un giovane, distinto fra tutti, dava alla plebaglia il segnale dei fischi o degli applausi: era il conte Federico Confalonieri. Nella sala del Senato, il presidente Veneri lesse l'indirizzo. Mentre egli legge, entra un araldo. «Gli ufficiali della guardia civica (egli dice) chiedono ad alta voce di voler difendere il Senato». Il conte Carlo Verri (fratello del grande Pietro e d'Alessandro, autore delle declamatorie Notti romane) scende le scale e fa un discorso pacificatore. Silenzio.

Ma la scena, d'un tratto, cambia. La turba è ingrossata, urla, invade il portico del palazzo. Il conte Verri agita un fazzoletto bianco, perchè, in quel frastuono, parlare è impossibile. Scorge il conte Confalonieri e lo chiama ad alta voce. Il Confalonieri ottiene un po' di silenzio, ma il tumulto aumenta, e si grida: «Non vogliamo il vicerè e il Senato suo adulatore! Vogliamo che si richiami la Deputazione del Senato! Vogliamo l'immediata convocazione dei Collegi elettorali!»

I senatori sono spaventati. Scrivono subito su numerosi pezzi di carta: «Il Senato richiama la Deputazione, riunisce i Collegi elettorali», e la seduta è tolta. E i pezzi di carta sono gettati alla folla, che ingrossa ancor più e urla ancor più. Non è un subbuglio; è una rivoluzione. I senatori scendono sfilando pallidi, più morti che vivi. Al conte Verri un uomo alto dice: «Ora vogliamo il Prina». — «Non c'è!» risponde il Verri. — «Ma io l'ho visto entrare». — «No, non c'è» (aveva scambiato il Veneri per il Prina). Partiti i senatori tra fischi assordanti e urli, la plebaglia salì a saccheggiare il palazzo. Il ritratto di Napoleone, dipinto da Andrea Appiani con le insegne sovrane, fu lanciato dal balcone sulla strada. Tavole, poltrone, usci, specchi, stufe, persiane, libri, carte, calamai, tutto fu strappato, rovesciato e buttato dal balcone, dalle finestre.

Gl'«italici» potevano per tanto chiamarsi contenti; ma gli «austriaci» volevano un tumulto maggiore, una scena di violenza più terribile, per chiamare il maresciallo Bellegarde a ristabilire l'ordine.... e il resto.

Ora l'atroce folla si muove e va, va, va. Si comprende che corre a cercare una vittima umana. Si volge per andare verso la dimora del Melzi. Una voce lancia un nome: Prina!

È un muggito; e la masnada nera, compatta allora cambia strada e s'avvia all'angusta piazza di San Fedele, dove, massiccia, austera, con un giardino pensile sul tetto, sorge la casa del Prina; quella casa, nella quale le esaltate fantasie popolari hanno creduto che fossero celati immensi tesori, accumulati dalla insaziabile rapacità del ministro delle finanze per suo uso e piacere. Quella casa, per cancellare una vergognosa memoria, verrà poi demolita.

Il ministro Prina non è fuggito. È in casa. L'abate Prina, suo cugino, lo prega, lo scongiura di mettersi in salvo: da Pavia, nella cui Università insegna Diritto, egli è venuto apposta per condurlo via con sè; ha una carrozza pronta a porta Ticinese: «Faccia presto, per carità». Il parroco dell'attigua chiesa di San Fedele gli offre il «sotterraneo» della chiesa qual sicuro rifugio.... «Bisogna fuggire, presto!» La moltitudine s'avanza tumultuando; ed è già sera. Ma il ministro Prina non si muove: non vuol fuggire, ed esclama (a quanto si racconta): I saria nen Piemonteis!

In questo momento, le belve sono arrivate in piazza San Fedele; ruggono, imprecano, gridano: morte! morte!, e incessanti colpi rintronano: si sta abbattendo il portone chiuso del palazzo. L'abate Prina, aiutato da servi, spinge il ministro in una stanzuccia dell'ultimo piano e discende, sparisce. Qualcuno porge in fretta gli abiti d'un prete, perchè il ministro si travesta. Ma il parroco di San Fedele non potrebbe ora uscire col Santissimo Sacramento, come alcuni pietosi lo scongiurano?... E non potrebbe ammansare, innalzando l'ostia sacra, con le croci, questa folla di contadini, di manigoldi?... Glielo dicono, sì; ma egli, don Del Maino, ha paura, e non lo fa. E Sua Eccellenza il generale Pino non potrebbe mandare la truppa a disperdere gli assassini?... Glielo dicono, sì; ma non lo fa. E il portone, ai colpi tremendi dei muratori, dei fabbri, accenna a cedere....