L'aria intanto si è fatta scura.... E le furie ululanti hanno ora accese torcie di bitume; e alla luce sinistra luccicano coltelli, tridenti, falci; si scorgono corde e sacchi per rubare. E la pioggia scende, scende.... Il portone, strappato dai gangheri, precipita alfine, e la folla entra furibonda, sale, saccheggia, rompe, frantuma, e cerca.... Un uomo, che all'abito appare di civile condizione, si è cacciato fra la ciurmaglia, penetra con sicurezza nello studio abbandonato dal ministro; qualcuno lo vede rompere la serratura dello scrittoio, afferrare un fascio di carte, e scomparire.... È egli forse l'avvocato Traversa?... Quelle carte sono titoli di credito?... Lo dicono, lo ripetono, lo diranno; e lo diranno meglio quando si vedrà quell'uomo vivere con la moglie fra stragrandi ricchezze improvvise.

I cavalli della scuderia, quelli sui quali il ministro cavalcava impavido per le vie di Milano, vengono strappati e rubati. Le argenterie scompaiono. Si rubano persino i vasi del giardino pensile.... perchè i saccheggiatori sono arrivati fin là, al tetto; e il ministro Prina, dal suo nascondiglio in alto, li deve ben sentire: deve sentire le voci orrende di chi lo cerca, di chi lo vuole.... «Ma dov'è? Dov'è?...» Un tristo, unitosi ai sicari, alfine lo scopre, e grida trionfante: «È qui! è qui!...» Egli lo ha scoperto mentre il ministro sta travestendosi da prete e ha infilata una calza nera.... I sicari salgono, afferrano lo sventurato, lo trascinano giù per le scale facendogli sbattere la testa sui gradini, e lo calano da una finestra del piano terreno sulla strada; e allora quel misero corpo, già pesto, è accerchiato fra oltraggi, è colpito con mazze, con ombrelli; è coperto di sputi. Alcuni generosi, per salvarlo, fingono d'essere i più accaniti di tutti, e lo tirano nell'interno della casa Imbonati; ma i sicari lo vogliono loro, nelle loro unghie, e lo trascinano fra altri colpi più spietati sulla via, sul fango. Col puntale d'un ombrello gli è strappato un occhio. Un frate Orioli, che diventerà cardinale, il cantante Galli dal suo balcone, il poeta Ugo Foscolo pregano, gridano, impongono che si abbandoni la vittima. Invano! I generosi, fra i quali un servo di Gian Domenico Romagnosi, con un supremo sforzo, riescono a nascondere il Prina sotto un mucchio di assi d'un falegname, in un cortile.... Ma gli assassini irrompono nella casa e, non trovando il Prina, ammucchiano in fretta fascine su fascine per incendiarla. Agli urli di «fuoco! e morte!» il Prina esce sanguinolento dal suo nascondiglio; con un colpo di martello sulla faccia lo atterrano; lo legano pei piedi sopra un asse, e lo trascinano per le vie della città: la testa dell'infelice rimbalza sul selciato sconnesso delle strade; ed è già notte nera; piove ora a dirotto; e il generale Pino ha terminato appena d'arringare, con certe chiacchiere sue, certi mucchi di stupido volgo attirato dal suo alto grado militare; e il fiacco podestà Antonio Durini ha appena finito di far incollare sulle cantonate un pacifico manifesto. Ma più si lacera quel misero corpo di martire, e più i malvagi raddoppiano le torture. Ora lo trascinano davanti all'ufficio del Demanio, l'ufficio della carta bollata istituita dal ministro; un mascalzone gliene sbatte sul viso un foglio, glielo caccia in gola, gridandogli: «Eccoti la tua carta bollata!» Altri, al lume delle torcie lo denudano, e vogliono bruciarlo con l'acqua ragia; e, per questo, minacciano di sfondare la porta d'una drogheria se non s'apre al loro comando. Alla fine, un drappello di guardie civiche, con la baionetta si scaglia sui carnefici, che fuggono. Il Prina è tratto nel cortile del palazzo del Broletto; ma è deposto al buio, sotto una grondaia, la cui acqua inonda quegli avanzi miserandi. E, nella notte, il cadavere viene sepolto nel cimitero suburbano di Porta Comàsina, in un luogo segreto, senza segno alcuno, perchè non si debba mai sapere dov'è stata nascosta la vittima della scelleraggine, non si debba mai dargli onorata sepoltura! Mai! Suo cugino, l'abate Prina, ha potuto salvarsi. Non basta?

Il Regno italico, dopo nove anni di vita, cadde così: su un assassinio infame. Quel Regno, illustrato da tanti alti ingegni civili, finì con un delitto selvaggio. Gli successe una «reggenza» provvisoria, che volle coprire di oblio i promotori, gli autori, i complici del delitto, e lasciò impunemente, al domani del 20 aprile, diffondersi sozze stampe e poesie in odio del Prina. Il maresciallo Bellegarde, il 28 aprile, entrava in Milano a capo delle truppe austriache, per mettere la catena ai polsi degli stolti illusi che lo avevano chiamato, sopra una via insanguinata dal delitto.

Dopo l'eccidio miserando del ministro Prina, consumato da ribaldaglia forese e da fautori dell'Austria, questi s'affrettarono, sì, a supplicare il generale austriaco accampato sul Mincio di venire a Milano a difenderli da quella stessa bordaglia sanguinaria che avevano accozzata e aizzata al delitto. E il generale austriaco Bellegarde non si fece supplicare due volte.

E venne poscia a Milano (nel maggio 1815), inviato dall'imperatore Francesco I, il fratello di questo, l'arciduca Giovanni, per ricevere il giuramento di fedeltà dei nuovi sudditi all'impero. Una guardia d'onore d'ottanta giovani, a piedi e a cavallo, lo accolse. Te Deum nel Duomo, luminarie, spettacolo al teatro alla Scala, con una inevitabile cantata di Vincenzo Monti, rivolto ora verso i nuovi padroni; solenni ricevimenti, pranzo e ballo di gala a corte.

Alcuni fanatici reazionari eccitano l'Arciduca a far cancellare nel salone delle Cariatidi, a corte, gli affreschi di Andrea Appiani, rappresentanti le geste militari di Napoleone; ma egli sa severamente redarguirli. È questi l'arciduca del quale Carlo Porta tocca in un sonetto caudato, che non si può riferire per la terribile volgarità della chiusa. Il poeta finge che un nobile reazionario parli al Principe, raccomandandogli i monumenti religiosi di Milano; e il Principe gli risponde durissime parole, e lo fa tacere.

Bisogna notarlo: il ritorno del regno dei bacchettoni e degli Austriaci bastonatori fu salutato dal Porta con versi ironici e dolorosi. Il Porta vedeva rifiorire la reazione; vedeva ormai imporre alla sua città il bigottismo, il silenzio. Gli Austriaci, che ritornavano chiamati dai loro fautori nell'aprile del 1814, gli rammentavano le violenze feroci dell'irruzione austro-russa che atterrì Milano nel 1799-1800 per tredici mesi, quando gli ufficiali austriaci facevano bastonare i sindaci che non potevano eseguire i loro ordini. Egli prevedeva nuovi avvilimenti dello spirito, nuove bastonature. Si ascolti:

Catolegh, apostolegh e roman,[85]

Gent che cred in del papa e in di convent,

Slarghev el cœur che l'è rivaa el moment,[86]