Carlo fu mandato dal padre al collegio dei Gesuiti di Monza; poi, al seminario di Milano. Pochi sanno oggi come si educassero i giovani da quei maestri tabaccosi, pronti a gonfiare con le nerbate le mani degli alunni, attanagliarli con pizzicotti e obbligarli a pane e acqua, quando non comandavano loro di tracciare con la lingua ripetute croci sul pavimento. I maestri dormivano spesso come ghiri, sulla cattedra, lasciando la scolaresca all'arbitrio di alcuni prediletti discepoli servili, che non mancavano di denunciare per le inevitabili punizioni i compagni più vivaci e più odiati. Le aule scolastiche risonavano di voci irose, di colpi, di strilli; certe camerette anguste, basse, che il Porta descrive in un sonetto italiano inedito, si aprivano ai delinquenti come carceri. «Le cose andavano alla pecoresca (narra Francesco Cherubini). Vorrei pur dire di certi biglietti fattimi portare talora da chi non doveva a chi non si doveva, profittando della mia innocenza.»
Alessandro Manzoni, mentre serbava venerazione per il mite padre Francesco Soave, inorridisce al ricordo d'essere stato discepolo di tale
Cui mi saria vergogna esser maestro,
confessava egli nel carme In morte di Carlo Imbonati.
Eppure, non ostante i sonni pomeridiani sulle cattedre e il resto, non s'insegnava male il latino, se devesi giudicare dagli esametri che Carlo Porta, fra una prigionia e l'altra, confortate dalla madre, scriveva nella lingua di Virgilio. In un fascicolo di versi latini composti da lui quand'era scolaro, trovo carmi su città d'Italia, ch'egli non avea mai visitate e che pur doveva descrivere; sono elegie al sonno, ad Andromaca, epigrammi sulla madre di Nerone, su Narciso alla fonte; temi rettorici, alcuni sciocchi addirittura. Fra i temi imposti dal padre maestro e svolti con ampiezza, trovo persino una descrizione del pudore, composta appunto dal Carlin, che scriverà un giorno la Ninetta del Verzee. Una delle primissime poesie italiane del Porta è La penna in mano delle donne, canzonetta in quartine. L'alunno dovette recitarla in una pubblica accademia, in cospetto degli accigliati maestri, de' genitori giubilanti e d'altri invitati in gala. Non c'erano scrittrici.
A studii severi, il Porta non si sentiva nato, e nemmeno, pare, alla poesia che trattava alla peggio, di quando in quando, per passatempo.
Il padre, uomo pratico, voleva fare di lui un negoziante. A sedici anni lo mandò ad Augusta, affidandolo a certo Weith, col desiderio che v'imparasse la mercatura e il tedesco. Ma le sue previsioni errarono. Se vi fu soggiorno fuori di patria increscioso per Carlo, fu quello. Si accese in lui la passione del giuoco; bazzicava, di nascosto, in qualche caffè di giocatori. Soprattutto, detestava le pratiche religiose alle quali il Weith voleva condannarlo. Se il mentore lo vedeva uscire solo di casa, erano sgridate.
Il ragazzo si sfoga con la madre lontana in lettere calde di tenerezza. «Ho ricevuta la tua carissima (le scrive), dalla quale, con sommo mio rammarico, ho dovuto rilevare che, per causa mia, la tua gotta ha notabilmente peggiorato in modo che tu non hai nemmeno di proprio pugno potuto scrivermi; ma quando sarà che tu mi scriverai d'essere perfettamente guarita?» E si lagna con lei di malattia che patisce a un occhio, di tremito ai denti, ed esclama desolato, piccolo Leopardi: «Pazienza! la natura mi ha destinato ad essere infelice!»
Sono queste le lettere nelle quali vedi come quel cuore materno fosse buono. Ella gli raccomandava di scrivere con più garbo l'italiano e d'imparare bene il tedesco. Ed egli: «Non posso impararlo bene, perchè non ho ancora maestro. Figùrati qual negligenza hanno questi signori! Sono già più di tre mesi che sono qui, e non ho imparato niente; anzi no, disimparato.» E finisce: «Addio. Amami, se lo merito.»
Quando il padre venne a conoscere che il figlio giovinetto non voleva saperne di pratiche religiose e giocava d'azzardo in un caffè d'Augusta, invece di imparare il commercio del cotone e della lana e il tedesco, gli tolse l'assegno mensile. E allora il figliuolo ricorre al grembo materno: «La deve scrivere a mio padre che mi sono adattato con buona volontà alle cose di Chiesa, che ho abbandonato intieramente quel caffè che loro non volevano che io ivi andassi, che ho abbandonato decisamente il giuoco, che io faccio il mio dovere nello scrittorio».