E mì sont Carlo Porta milanes,
E bott lì, senza nanch on strasc d'on don.
Come abbiamo visto, il don (che fra i poeti di Milano andava di diritto al solo Manzoni), era l'ultimo grado di nobiltà. Il don sottentrò nel secolo XVII all'antico dominus. Ma ai soli nobili (e don) d'antica data era permesso d'adornare di fiocchi la testa dei propri cavalli.[3]
Riguardo poi al saluto dei nobili ai non nobili, avveniva questo bel casetto: che nobili, i quali avessero trattato, pur famigliarmente in campagna e in villa coi non nobili, non li salutavano quando li incontravano in città. La villa, adunque, faceva diventare educati, e la città villani.
Un ritratto dipinto a olio di Giuseppe Porta lo mostra con l'aspetto d'un pacifico galantuomo, d'uno di quei felici che vivono a lungo fra il lavoro ordinato e la quiete domestica. Visse la vita de' patriarchi, morendo nonagenario il 17 febbraio 1822 in mezzo ai fratelli, figli, nuore, nipoti intorno al suo letto. Fu pubblico impiegato, ragioniere e amministratore di aziende private. Ai frati della storica chiesa di San Simpliciano, teneva in ordine i conti. Avea mano nell'amministrazione della chiesa di San Pietro in Gessate, prima uffiziata già dagli operosi Umiliati, poi dai Somaschi. Amministrava il collegio di Brera, dove era stato docile e diligente scolaro. La tesoreria dello Stato di Milano (si chiamava così) lo ebbe sottocassiere e poi cassiere generale.
Chi più di Carlo Porta disprezzò i nobili e li derise? Non è senza curiosità lo scoprire nell'archivio civico di Milano che i suoi avi, milanesi tutti, servirono in casa di nobili. Suo nonno, Defendente, fu maestro di casa d'un principe Rasini, che lasciò il proprio nome al vicolo dove dimorava in sontuoso palazzo: passò al servizio di certi marchesi Bussetti; quindi si ritrasse in Romagnano, nel Novarese, a vivere, con le proprie rendite, gli ultimi anni. Il bisnonno Carlo Francesco, morto il 1737, cassiere dei così detti perticati (tassa sui valori fondiari), fu anch'esso maggiordomo in una casa piena di stemmi e di parrucche.
Il domenicano Porta, orientalista, che si occupò d'una Bibbia poliglotta, non apparteneva alla famiglia del poeta.
C'era bensì a Milano una nobile famiglia Porta. Possedeva il palazzo, che fu poi degli arricchiti appaltatori, diventati nobili, si sa, Pezzòli, sulla Corsia del Giardino, ora via Alessandro Manzoni. Un viaggiatore straniero, Carlo De Brosses, che nulla capì del San Marco di Venezia, nelle sue Lettres historiques et critiques sur l'Italie, pubblicate a Parigi nel 1799, magnificava il giardino di quel palazzo, ora pubblico museo, perchè quel piccolo giardino aveva una muraglia dipinta a uso scenario.... Nè quella famiglia Porta ha fila gentilizie con quella di Carlo Porta, salita dal popolo.
Il cognome Porta è antico. Secondo lo storico Giulini, si diè ad alcune famiglie che, nel periodo effimero della Repubblica ambrosiana, abitavano presso qualche porta della città e vi avevano qualche giurisdizione. Così Pusterla, porta minore della città. Tutte indagini che, scommetterei, Carlo Porta, spregiudicato, non si è mai sognato di fare.
La madre di Carlo Porta si chiamava Violante Guttieri. Da lettere giovanili del poeta si rileva quante cure ella prodigasse ai figliuoli, non ostante che, al pari del marito, fosse travagliata dalla gotta, malattia passata in eredità a Carlo. Ella ci appare il buon genio, la consigliera, il conforto di lui.