Ora, come possiamo figurarci il prudente Carlo Porta nel ribelle cenacolo dei carbonari e dei romantici del Conciliatore?
Bisogna dire che egli non ebbe sentore di ciò che fremeva sotto la lotta anti-classicista, alla quale prese sì fervida parte con la sua irridente musa meneghina. Quel giorno in cui egli si fosse accorto d'essere cascato fra quei nemici giurati dell'impero d'Austria, che lo compensava puntuale ogni mese del suo lavoro d'impiegato, avrebbe certo abbandonati quei contatti pericolosi.
Fortuna per lui che i romantici d'azione subodorarono facilmente l'amico del quieto vivere, e non tentarono (ci sembra) d'avvolgerlo nelle spire della loro cospirazione carbonara, che, scoperta, finì con le atroci condanne e con gli orrori dello Spielberg.
Un bel giorno, a Carlo Porta e a Tommaso Grossi arriva questo biglietto:
«Luigi Porro celebra domani romanticamente la festa del suo santo pranzando cogli estensori del Conciliatore. Sarebbe gratissimo ai dottori Porta e Grossi, autori della bella poesia per le nozze Verri e Borromeo, se volessero fargli il favore di venire a pranzo coi romantici».
Il Porta, come sappiamo, non era dottore: il Grossi sì, laureato in legge. Quella poesia nuziale era una canzonatura del vecchio dio Apollo, del rancido convenzionalismo dei classicisti di mestiere; pungeva gli anti-romantici rabbiosi, li derideva. Sestine, delle quali quelle auspicate nozze servivano di comodo pretesto, sestine polemiche, oggi foglie inaridite.
Lo s'immagina Carlo Porta là, nel vivo, ribelle cenacolo dei carbonari-romantici, col calice in mano per brindare a uno de' suoi capi più possenti?
Egli non fu carbonaro, sicuramente; abbracciò la causa dei romantici per uno spirito di gusto innovatore, per un sentimento d'estetica. Notiamo, peraltro, che egli fu, in realtà, con l'esempio, un verista, come quasi tutt'i poeti vernacoli d'Italia; sovranamente verista.
Il Porta, il Grossi, il Manzoni combatterono il Classicismo a puro scopo d'arte, e lo combatterono col ridicolo: il Porta con tutta una corona di sonetti contro l'anti-romantico arrabbiato Francesco Pezzi (direttore dell'ufficiale Gazzetta di Milano e portavoce ubbidientissimo del Governo), con le sestine El Romanticismo e ben altre satire frizzanti; il Grossi col poemetto milanese La pioggia d'oro, dove gli eroi mitologici sono derisi; il Manzoni con L'ira d'Apollo.
I classicisti si radunavano in casa delle corteggiatissime sorelle Londonio; là dominava il maestoso Vincenzo Monti, turbato dalla nuova scuola, contro la quale sciolse l'immaginoso eloquente sermone Audace scuola boreal, in difesa dei classicisti, egli, che talvolta attingeva ai romantici con la facilità del suo magnifico estro assimilatore.