Leggili tutti e due, e trema e sappia

Che ci vuol altro che un bue romanticoso

Per sconvolger la nostra poetica prosapia.

Il bue era, naturalmente, il Manzoni. Il quale, da Parigi, scrive al Grossi amabilmente così:

«Un poetucolo fa una tragedia: è criticato: tutto questo è in regola: degli amici prendono le sue difese, anzi si mettono molto bene sull'offensiva; e il poetucolo farà il dottore a questi amici per ringraziamento? E chi sono questi amici? On trattin[107]: Porta e Grossi. Qual è l'uomo in Milano che, vedendosi attaccato e malconcio, se gli si annunziasse che Porta e Grossi prendono le sue parti, non si sentirebbe proprio a risuscitare?»[108]

E il Manzoni diceva ancora: «Quell'uomo dai sonetti (il Porta) ha tanto ingegno, che non ha luogo per la superbia, e tanta malizia (nel senso francese di malice), che non vi resta spazio per la malignità».[109]

I bracchi dell'imperatore austriaco fiutavano già nel Romanticismo, nelle imboscate del Conciliatore, la selvaggina, il liberalismo, e tentavano tutto per soffocarlo. Carlo Porta (come quello che non seguiva i romantici nella lotta che movevano contro lo straniero) non ebbe a subire fastidi da parte delle autorità, tranne una volta, e in pieno tribunale. L'aneddoto è da lui medesimo narrato al Grossi in una lettera del 17 luglio 1819: «Sabato scorso fui alla Corte di giustizia criminale, per subirvi un esame intorno alle faccende dell'eredità Bossi. Il processo fu dimezzato dal giudice, e di' mo' perchè?... Per incastrarvi, così per transenna,[110] una strapazzata a' romantici ed al Romanticismo. Per fortuna che il giudice si è lasciato fuggire di bocca tante e sì ridicole bestialità e castronerie, che, ben lungi dall'adirarmi e compromettermi, finii la questione col ridere a crepapancia.»

Il Poligrafo, dell'ex-chierico Lampredi; l'Antipoligrafo che lo contraffaceva; lo sguaiatissimo Accattabrighe, fondato dal governo austriaco per combattere il Conciliatore; e quindi le appendici della Gazzetta di Milano, dove il citato Pezzi loda un almanacco per le ballerine della Scala e manda l'autore del Carmagnola a imparare l'abbiccì; la Biblioteca Italiana, classicista sfegatata; e persino il Corriere delle dame; e opuscoli, opuscoletti, volumi, fogli volanti a stampa e manoscritti mettevano il campo letterario a rumore: rumore da trivio, frastuono d'improperi, di basse ingiurie. Gli epigrammi infuriavano; si distribuivano titoli di prezzolato e di ladro.

Fra i compilatori d'uno stesso giornale scoppiavano talvolta discordie rabbiose. Nella Biblioteca Italiana, il Monti accapigliavasi coll'Acerbi che la dirigeva. Nell'esaminare un volume di scritti inediti, della Biblioteca Quiriniana di Venezia, trovo una nota autografa del Monti tutta stillante veleno contro quel direttore odiato: «Biblioteca Italiana. Questo giornale costa al governo il sussidio di seimila franchi l'anno e non gli frutta che malcontenti e nemici. Il suo direttore, uomo nullo nelle arti della penna, per alimentarlo e tenerlo in vita è costretto a pagare danaro contante tutti gli articoli, e, incapace per sè di giudicare della bontà o reità degli scritti, insacca nel giornale tutto quello che compra senza la minima distinzione, e parzialmente gli estratti che mordono e calpestano la riputazione degli scrittori. Per questa via anche gli uomini di maggior fama e i più stimati, onorati ed amati dalla nazione sono giuoco e trastullo alle basse passioni del direttore. Il suo giornale insomma è tutto mercenario, e non avendo chi lo dirigge (sic) alcuna riputazione da perdere, impunemente attenta l'altrui, e rende mal servizio al governo inimicandogli gli scrittori di maggior nome, de' quali torna più conto il guadagnar l'opinione.»

Carlo Porta non si dava arie di letterato, come l'Acerbi, conoscendosi privo di vasta e seria cultura per usurparne il nome. Tuttavia, come indignavasi nel vedere che scurrili opuscoli letterari si ricercavano con avidità!