Come l'araba fenice:
Che ci sia ciascun lo dice,
Dove sia nessun lo sa.
Il Parini, intimo amico del Passeroni, confessa d'avergli «grande obbligo», perchè lo ha «smagato dal vezzo d'ingemmare di frasi viete e dimesse i suoi versi».[4]
Il povero nizzardo, costretto a rifugiarsi affamato in una buia, angusta stamberga di legno, ha per unico compagno un gallo, al quale tiene lunghi discorsi filosofici sull'avversità dei tempi. E il consueto andamento di Milano viene sempre più turbato da riforme violente. V'ha chi pensa persino a una sommossa contro Giuseppe II, imitando i Paesi Bassi.
L'irritazione è acuita dal brutale contegno d'una nuova istituzione: della Police, squadra di soldati invalidi, che per mostrare autorità bastonano i cittadini. Qualche cosa di simile, anzi di peggio, vedremo fra poco, al tempo dell'occupazione demagogica francese, quando Carlo Porta scriverà uno de' suoi capolavori: Giovannin Bongee.
Ma, a placare il malcontento, ecco giunge a Milano la notizia della morte dell'imperatore. I Paesi Bassi, insorti, avevano già proclamato la propria indipendenza: l'Ungheria avea respinto minacciosa le riforme, e Giuseppe II dovette ritirarle, riportando un urto terribile alla propria autorità. I disagi, sofferti nella guerra contro i Turchi, contribuirono ad affievolire la fibra già scossa del sovrano. Tutto ciò affrettò la fine d'una fervida vita, che, assoggettata a maggior freno e riflessione, poteva essere tutta illustre. Giuseppe II spirò col nome di Dio sulle labbra, e rassegnato.
Era il 20 febbraio 1790. In quello stesso giorno, il fratello Leopoldo II saliva al trono.
Il nuovo principe ascoltò i reclami; chiamò a Vienna due deputati d'ogni città lombarda; ripristinò le istituzioni paesane abolite e rese gratuite a tutti le scuole pubbliche, dove i ricchi prima pagavano. Le famiglie patriarcali non temettero più morali rovine.
Nelle famiglie borghesi (si chiamavano cittadine) salite dal popolo, come quella di Carlo Porta, l'ordine e la quiete, il raccoglimento patriarcale dominavano. Il padre non era solo il semplice capo della famiglia; era, anche, un'autorità in tutto e per tutto, che i figli dovevano riconoscere e riverire in soggezione perenne. Ai genitori, i figliuoli davano del lei, mai del tu; nemmeno allora che diventavano genitori alla loro volta. Non potevano uscire di casa, senza spiegazioni e regolare permesso. A tavola, tutti dovevano essere radunati puntualmente all'ora prefissa, e aspettare, in raccolti silenzi, che il padre dividesse lui le pietanze numerate; ma tutto questo avveniva pure in altre contrade d'Italia. La madre, nella gerarchia familiare, occupava invariabilmente il secondo posto. Qualche volta (il cuore della mamma!) temperava i rigori di prammatica del genitore, e asciugava col bacio la lagrima del figlio, ma di nascosto. Alla sera, dopo il parco desinare, si doveva, secondo l'uso antico, recitare almeno una parte del rosario a suffragio delle anime dei defunti di famiglia. Talvolta, lo si recitava per liberare dalle fiamme del Purgatorio qualche anima ignota. Questa specie di suffragi anonimi era radicata a Milano. Il Purgatorio offriva (avrebbe detto un moderno), un bel margine per esercitare la pietà religiosa. Alle porte delle chiese (ce n'erano un dì a ogni passo come i conventi), si leggeva: «Oggi si libera un'anima dal Purgatorio». Un'anima sola fra tanti milioni e milioni d'anime purganti, non era gran cosa; ma ciò che doveva più impressionare i non devoti era l'assoluta certezza e precisione cronometrica di quelle promesse liberazioni dagli espiatorii tormenti, dei quali si parlava tanto, nei quaresimali e nelle omelie. D'inverno, durante i lunghi, tetri inverni di Milano, nelle famiglie borghesi, padri, madri, figliuoli si raccoglievano davanti ai focolari. I bambini ballavano a tondo, cantando in coro: