La morte di Carlo Porta addolorò sopratutti gli amici di lui. Il Manzoni scriveva a Claudio Fauriel:

«Son talent admirable, et qui se perfectionnait de jour en jour, et à qui il n'a manqué que de l'exercer dans une langue cultivée pour placer celui qui le possédait absolument dans les premiers rangs, le fait regretter par tous ses concitoyens; le souvenir de ses qualités est pour ses amis une cause de regrets encore plus douloureux».[117]

Nei registri ufficiali di morte della parrocchia di San Babila, nella quale abitava il poeta, sta scritto che «don Carlo Porta» (ancora quel strasc d'on don!) moriva d'anni quarantacinque «per febbre gastrica». La lunga malattia parve prodotta dall'umore gottoso ch'erasi gettato negl'intestini: la morte ne fu la conseguenza.

Nella domenica 7 gennaio la secolare artistica chiesa di San Babila, parata a lutto, risonava d'esequie che si cantavano a quel Carlo Porta, il quale le aveva messe potentemente in burla nel Miserere. Un corteo d'amici poeti e d'impiegati del Monte di Stato accompagnò la salma sino al cimitero di San Gregorio fuori Porta Venezia, e là venne sepolta. Il Grossi, piangendo, pronunciò queste parole:

«Uno spontaneo senso di cordoglio ci ha raccolti intorno a questo feretro, su cui posano le spoglie mortali di Carlo Porta, a cercare un qualche conforto al dolore coll'unirci alla Chiesa, che prega pace all'anima dell'amico nostro, e col partecipare ai riti santi con che questa pietosa Madre consacra la via del sepolcro.

»In questo solenne momento della separazione, a tutti parla in cuore la voce che ci avverte di quanta perdita siamo stati afflitti.

»Da chiunque intende il dialetto della nostra città fu ammirato il trascendente genio poetico di Porta: nessuno ardisce di contendergli il primato fra quanti hanno scritto nel vernacolo milanese; nè sarebbe forse troppo ardita lode l'affermare che, nei generi da lui trattati, alcun poeta, anche di lingua, sia mai giunto all'altezza a cui egli pervenne.

»Ma noi non compiangiamo nell'estinto amico nostro la sola perdita d'un raro ingegno: il genere di poesia da lui scelto a trattare non gli diede campo di manifestare in essa il lato più bello, più distinto dell'anima sua. Tutti quelli però che hanno conosciuto Carlo Porta nelle intime relazioni dell'amicizia possono attestare com'egli fosse modesto, candido, semplice nelle maniere, pronto ai più delicati sentimenti della compassione, ai moti più liberali della misericordia. Un fondo abituale di malinconia lo dominava; ed in mezzo ai lepori ingenui di che il suo discorso era brillante, si scopriva in lui un facile ritorno sopra sè medesimo, che lo portava a riflettere su quanto v'ha di più serio e di più importante nella vita. Negli ultimi tempi specialmente, quasi sempre travagliato dalla podagra, egli si era andato sempre più familiarizzando con tal sorta d'idee, ed avremmo veduto in una parte d'un lavoro poetico che egli stava preparando questa tinta patetica che ebbe pur sempre nell'anima, e di cui i suoi scritti anteriori non avevano reso mai testimonianza.

»Ma i giorni che gli erano numerati correvano al loro termine: dopo le angosce d'una lunga insuperabile malattia, rassegnato, Carlo Porta chiuse gli occhi all'eterno riposo la mattina del 5 gennaio.

»La religione, che addita una speranza al di là del sepolcro, lo sostenne nel tremendo passaggio; questa sola può confortarci nel nostro dolore».