Cioè: «Non istancatevi (o Signore) di lavarmi con liscivia e saponata. Ingegnatevi, come si può, a farmi proprio il bucato. Giacchè avete fatto tanti mestieri, fate anche quello del lavandaio».
Così Enrico Heine morente bisbigliava: «Iddio mi perdonerà. È il suo mestiere».
Il 4 gennaio 1821, dopo settimane nebbiose, il cielo si rasserenò. Si sperava che il bel tempo protraesse almeno di qualche giorno ancora la vita all'infermo; ma il dì 5 (era un venerdì) ritornarono le piogge e le nebbie, e il gran poeta milanese, travagliatissimo, spirava fra il pianto de' suoi. Intanto, accadevano gravi fatti.
La sera del 6, quando il cadavere non era ancora sepolto, accanto alla casa dell'estinto in via Monte Napoleone, avvenne (narra il diarista Mantovani) un tentato assassinio su personaggio ragguardevole: il colonnello inglese Brown, venuto a Milano per levare testimoni contro la scandalosa condotta di Carolina di Brunswick, principessa di Galles, a Cernobbio sul lago di Como: fra que' testimoni, un Maiocchi, già servo del generale Pino, doveva sostenere a Londra la parte principale dell'accusa.
Il colonnello fu assalito, nell'oscurità e fra la nebbia fittissima, dal coltello di due ignoti, che fuggirono: uno d'essi lasciò sulla strada una scarpa. La vittima tentò di difendersi con le mani. Riportò quattro ferite, una sola pericolosa. Raccontò che un biglietto anonimo, ricevuto qualche giorno prima, l'avvertiva di quanto doveva succedere.[115]
La polizia si pose subito tutta in moto per cercare i malfattori. Ma aveva ben altri malfattori da scovare! Da molto tempo, spargeva il terrore nella campagna un assassino chiamato Anima lunga, invano ricercato nonostante la taglia che lo colpiva. E un ladro Fatutto, saccheggiava case e chiese. Di notte, nella cattedrale di Pavia, con l'olio acceso delle lampade, i ladri incendiarono gli sportelli degli armadi della sagristia e ne rubarono tutti i sacri arredi d'argento. In soli cinque giorni, a Milano, si perpetrarono quarantadue reati d'aggressioni pubbliche e furti. I ladri rubavano a tutto andare gli orologi dei devoti nelle chiese. Violenti giovani figuri della così detta Compagnia della Teppa, banda di malviventi, assaltavano di sera pacifici ambrosiani, li schiaffeggiavano, li buttavano a terra, e li inondavano d'un liquido che non era acqua di Colonia; tutto ciò per malvagità: non rubavano. Tredici di quei giovinastri, quando morì Carlo Porta, furono acciuffati, incorporati in una compagnia di disciplina per sei anni, e mandati in Ungheria. Per diffamare i patriotti Carbonari, la polizia austriaca spargeva la calunnia che quei teppisti facevano parte della setta temuta.
Il 31 ottobre 1820 fu pubblicato un editto che condannava a morte chi facesse parte della setta dei Carbonari; ma sin dal 15 settembre di quell'anno fu diramato ai parroci l'obbligo di leggere dal pulpito una «notificazione» sul dovere di denunciare i Carbonari sotto le pene comminate ai delinquenti. E col Codice penale austriaco d'allora non si scherzava. Nel 1819 un giovane conte Trivulzio, per essersi battuto in duello con un colonnello austriaco, fu condannato a cinque anni di carcere duro. Così il Mantovani.
Silvio Pellico era stato arrestato come carbonaro, in casa del conte Luigi Porro, il 13 ottobre 1820. Carlo Porta certo lo sapeva. Che ne avrà pensato? Avrà avuto un brivido, riflettendo che avrebbe potuto essere anch'egli sospettato di Carboneria, egli che aveva messo piede nella Massoneria? I Frammassoni di Milano avevano fatto parlare molto di sè.[116]
Vincenzo Monti stesso, che pur aveva inneggiato al nuovo padrone Francesco I col Ritorno d'Astrea, e aveva tentato di conciliare la pubblica opinione col reduce dominatore straniero, componendo nel 1815 Il mistico omaggio, quando l'arciduca Giovanni d'Austria venne a ricevere il giuramento dai sudditi — giuramento che Ugo Foscolo non volle prestare, preferendo l'esilio volontario, — Vincenzo Monti, che bazzicava col Pellico, con Luigi Porro, ed era suocero di Giulio Perticari, segnato anch'esso come liberale e carbonaro, veniva (chi lo avrebbe detto?) pedinato dalla polizia.
La città era contristata per la leva di novemila coscritti, obbligati al servizio militare per otto anni, in regioni, forse e senza forse, lontane da Milano. In molte case si piangeva.