Dal Lomazzo, che scrisse particolarmente nel dialetto della valle di Bregno (Lago Maggiore); dai sonetti di Fabio Varese, che sulla fine del Cinquecento flagella sdegnato gli sciocchi insuperbiti, come più tardi farà il Porta; dallo stesso innovatore Carlo Maria Maggi, creatore di Meneghino, il quale, nelle proprie ingegnose commedie, proclama principii democratici che meravigliano in un segretario del retrivo Senato di Milano, anticipando la vindice democrazia del Parini e del Porta; da Girolamo Corio, che con la Istoriella d'on fraa Cercott preludia il portiano Fraa Condutt; dal Tanzi; dal verboso Balestrieri, creatore o rifacitore, che sia, dello spropositato Sganzerlone; dal Pertusati; da tutti questi al nostro poeta, quale progresso fa lo stile poetico milanese!
Il vernacolo, questo oggetto di vivacissime lotte nel 1760 fra il padre Branda che lo disprezzava e cento altri, fra cui il Parini, che lo difendevano a spada tratta, diventa, nelle mani del Porta, ricchissimo come qualsiasi lingua illustre. Egli lo attinge, sull'esempio del Maggi, dalla classe più umile, fra la quale serbasi genuino assai più che fra le persone civili. Nel Miserere avverte egli stesso (non bisogna dimenticarlo) che la sua scuola è il mercato.
È inestimabile la dovizia di vocaboli efficaci, di frasi immaginose nel Porta. Giuseppe Ferrari, in un esteso studio sulla letteratura dialettale (Revue des Deux Mondes, 1839 e 40), nota che sotto la penna del Porta il dialetto, già pesante e stentato, si fa vivo, mordente, incisivo. Giuseppe Rovani, in uno studio somigliante, inserito nelle Tre Arti (vol. I, pagine 227-244), ricalca il giudizio del filosofo concittadino, e ne traduce (facendola passare per propria) questa giusta osservazione: «Nessuno meglio di lui ha saputo trar partito da certi vocaboli in cui sono consegnate, come a dire, le tradizioni di paese e certe intraducibili gradazioni, che pur sono una così gran parte del nostro dialetto, e in generale di tutti i dialetti del mondo».
Non pochi vocaboli, usati dal Porta, oggi non si usano più. Alcuni sono tuttora rilegati nel volgo, il quale non se li lascia rapire dall'uso dominatore, che a poco a poco italianizza tutto il dialetto e, col pretesto d'incivilirlo, lo snatura. Nel Porta troviamo modi che vivono nella Brianza, e ignoti in città. Nemmeno al suo tempo tutti i modi usati da lui s'intendevano dalla società civile, appunto perchè propri del ceto inferiore. Chi più del Cherubini appassionato studioso del dialetto milanese? Ed era contemporaneo al poeta, e editore delle sue poesie. Eppure, registrando nel proprio vocabolario milanese qualche modo portiano, per lui nuovo, si esprime così: «Credo che Carlo Porta abbia voluto dire con questo....». Crede; non n'è ben sicuro. Ma v'ha di più: il poeta stesso sapeva che tutta la lingua da lui usata non poteva essere compresa dagli stessi Milanesi, giacchè, ricopiando i propri versi, cominciò con ordine a spiegare le voci proprie dell'oscuro volgo che aveva adoperate, e che col succedersi degli avvenimenti cittadini, col mutarsi de' costumi avevano perduto significato. Lo stesso aveva fatto il Balestrieri postillando la sua versione del poema del Tasso. In una novella il Porta adopera, ad esempio, la voce ratton: in linguaggio scherzevole significava laico converso, e anche, secondo il Cherubini, fratacchione. Ed egli nota: «Voce caduta con la soppressione degli ordini religiosi».
In uno de' tanti frammenti inediti, intitolato Ugo ed Opizia, dice
Che la lengua busecconna
No l'è minga ona giambella
De biasass inscì alla bonna
Spasseggiand coi man sott sella.
No: la lingua milanese non è un panetto dolce (giambella) da mangiucchiarsi così, alla buona, passeggiando, con le mani sotto le ascelle. Egli stesso lottava colle difficoltà del suo idioma; e lo provano i pentimenti, le correzioni, che riguardano rare volte il concetto, quasi sempre l'espressione, ch'egli cerca esatta e viva, come il Manzoni, come il Giusti.