Oggi il dialetto milanese subisce la sorte d'altri dialetti della penisola; si va mescolando di parole italiane; tanto più che oggi Milano non è più la caratteristica e singolare città di quarant'anni fa, raccolta nelle sue antiche tradizioni, nelle sue costumanze casalinghe, ne' suoi discernimenti di buon gusto, nella sua espansiva serenità.
Il Porta, nell'ultimo tempo della sua vita, raccolse e copiò di propria mano in due volumi le poesie che aveva scritte e sparse qua e là. Desiderava egli stesso approntare un'edizione di suo gusto; desiderio che la malattia gli spense colla vita. Ma la censura austriaca poteva lasciar passare certe audacie portiane? Menò le forbici in alcuni componimenti; altri lasciò passare, tollerando. Francesco Cherubini stesso recò alcuni mutamenti nella prima edizione del 1817. È curioso un foglio volante del filologo milanese, che trovo fra le carte del Porta, dove gli nota una litania di parole da cambiare. Il poeta gli diè carta bianca con una graziosa letterina pubblicata da un De Capitani, uno dei mille pedanti balordi, di questa valle di lacrime e d'inchiostro, che il Porta bollò in un verso non pulito ma rovente e giusto, nel Romanticismo.
Giovanni Raiberti, di Monza, aveva sedici anni quando moriva il Porta. Cominciò a farsi notare non già con un'opera originale, come sogliono i giovani ingegni, ma con una traduzione da Orazio. Fu medico; ma i suoi versi valevano più delle sue ricette. Usò la satira personale e la impersonale. Ritrasse i costumi del suo tempo (I fest de Natal, ecc.), ma è prolisso. Vive una patriottica vibrata sua sestina sull'Italia al tempo del Rossini; vive un suo verso su Maria Stuarda,
«Piena de religion e de moros»;
vivono quattro suoi versi sul cane, nei quali dice che l'amore d'un povero cane è un argomento così serio da pensarci su con la testa fra le mani; il che ci fa rammentare la tragica ultima strofa della Ballade du désespéré di Enrico Murger. Il Raiberti, in una prosa più bolsa che arguta, pubblicò Il viaggio d'un ignorante, che al suo tempo divertì i lettori, e L'arte di convitare. E trattò la fisiologia d'una bestia cara a Teofilo Gautier: Il gatto. È il suo miglior libro in prosa.
Flebile, tenero il Ventura, che seguiva il Grossi; ma questi, nel sentimento pietoso e grave, vince tutti. Che sono mai le centotrentadue poesie del poeta laureato Alfredo Tennyson, In memoriam, per la morte d'un amico, in confronto delle sedici sestine di Tommaso Grossi in morte di Carlo Porta? Qui, il sentimento non degenera in sentimentalismo: è religione. V'è un passo d'una commozione profonda. Dopo d'essere stato in punto di morte, Carlo Porta migliorava un po'. Con un cenno del capo chiamò a sè il Grossi e, dopo d'aver sospirato, gli disse:
«Ho grandi cose, caro il mio Grossi; ho grandi notizie, che ti voglio raccontare!» E più non disse. E il Grossi esclama:
«Oh che consolazion, se avess poduu
Vedé el cœur d'on amis de quella sort,
Che l'eva tornaa indree del pont de mort!...»