Per tajà el coo, per fà rovina e scempi.
A Milano, nel 1786, uscita Il giornale delle Dame e delle mode di Francia. Era quindicinale, con figurini di mode. Il Corriere delle Dame, uscì più tardi. Lo dirigeva, con la moglie Carolina, il versipelle Giuseppe Lattanzi, nato a Nemi, condannato dal governo pontificio a sette anni di galera (Archivio di Stato; protocolli di governo del 1817, n. 3007; citati dal Cantù nel Monti e l'età che fu sua). Il Corriere delle Dame visse oltre la metà del secolo XIX; in gioventù, lo diresse Carlo Tenca. Al famoso comizio di Lione un Ugo Foscolo non potè andarvi! Vi andò il Lattanzi. L'Orazione del Foscolo fu quindi non al ma per il Comizio di Lione.
Una pagina inedita di Vincenzo Monti. — Per illustrare i ricordi del Manzoni sulle mutevolezze politiche del Monti ([pag. 46]), giova quanto si legge fra i manoscritti della Braidense. Sotto la Repubblica Cisalpina, il cantore di Bassville fu segretario di Giuseppe Luosi di Mirandola, presidente del Direttorio della Repubblica Cisalpina, poi Gran Giudice e Ministro di grazia e giustizia del Regno italico, fatto conte da Napoleone che gli pagava i debiti contratti per l'amor dei piaceri e del lusso che lo dominava. Il Luosi compilò un regolamento organico della giustizia civile e punitiva, diresse i lavori pel Codice penale del Regno italico e un progetto di Codice di commercio. Morì a Milano nel 1830. Il Monti lo serviva, scrivendo per lui indirizzi e relazioni. Ne compose una sui padri di famiglia, che abbandonavano spose e figli per lanciarsi nelle avventure delle guerre. Una «relazione» letta dal Luosi ai colleghi del Direttorio, il 29 piovoso, anno V, e scritta appunto dal Monti, è questa:
«Eccovi, cittadini legislatori, un nuovo tratto di sublime eroismo repubblicano, che noi presentiamo alla vostra tenerezza ed ammirazione.
»Avete gli scorsi giorni veduto nel cittadino Tiraboschi l'amor della patria trionfare dell'amor paterno, e staccarsi dal seno tre figli per sacrificarli tutti alla salute della Repubblica. Vedrete ora questo amor medesimo della patria strappare un intrepido cittadino dalle braccia d'una dolce sposa e d'una tenera figlia, e trionfare tutti ad un tempo dei due più sacri e irresistibili sentimenti che la natura abbia posti nel cuor dell'uomo. Ciò non è tutto. Questo sforzo magnanimo di virtù è stato coronato dall'imitazione di altri sei generosi repubblicani.
»Ma voi sospendete, cittadini legislatori, la vostra esultanza sino all'intiera lettura dell'annesso rapporto del quale si è da noi fatta nei nostri atti la dovuta menzione onorevole. Noi non faremmo che scemarvene l'effetto coll'anticiparvene il contenuto».
È firmata dal Luosi «presidente» e dal Monti «segretario». L'«annesso rapporto» non c'è.
I diritti dell'uomo e i giornali ([pag. 35]). — Non era certo una novità il bandire e il proclamare tutti eguali i diritti degli uomini! Nella parte letteraria del n. 23 del dicembre 1786 del giornale Il Corriere di gabinetto, Gazzetta di Milano, che usciva dai torchi dei fratelli Pirola, erano già state bandite quelle stesse novità contraddicendo a un marchese di Chastellux, il quale in quell'anno a Parigi pretendeva di sostenere che «la dignità dell'uomo era una cosa comparativa» e quasi approvava la schiavitù dei negri. L'anonimo contraddittore conchiudeva: «Gli uomini son tutti eguali. Son le virtù quelle che li distinguono». E continuava: