Il giorno dopo (era una radiosa domenica, di Pentecoste) entrò in Milano Napoleone. Il sole risplendeva, l'aria era carezzevole, le campane suonavano a festa. I demagoghi gli andarono incontro gridando evviva. Il Côrso andò ad alloggiare al palazzo Serbelloni, poi passò col suo stato maggiore al palazzo di Corte, dove la banda (dice uno dei narratori del tempo, il Beccatini) suonava la Marsigliese e le altre arie patriottiche affatto nuove agli orecchi ambrosiani, in mezzo agli ufficiali superiori dalle divise turchine, dalle fascie rosse alla cintura, dagli elmi rilucenti, dalle lunghe criniere ondeggianti e dai cappelli con altissimi pennacchi, fra lo sventolio delle vivaci bandiere tricolori.
I francesi non erano in gran numero, secondo il Verri nella sua Storia dell'invasione. «Accampavano senza tende, marciavano senza alcuna compassata forma, erano vestiti di colori diversi e stracciati; alcuni non avevano armi; pochissima artiglieria; cavalli smunti e cattivi. Stavano in sentinella sedendo. Avevano, anzichè l'aspetto di un'armata, quello d'una popolazione arditamente uscita dal suo paese, per invadere le vicine contrade.»
Nel Castello, il comandante austriaco Lamy s'era asserragliato con tremila soldati. Aveva inoltre centocinquanta cannoni, seimila fucili, molto bestiame, gli approvvigionamenti, tutto il materiale da guerra. Se avesse osato la sortita, avrebbe potuto forse prendere tutti? Non osò. Cedette ogni cosa ai francesi. E la Lombardia, ricca di floridissimi pascoli, bella di laghi incantevoli, di verdi colli, di monti, di fiori, superba di monumenti, splendida per opere di pittura e scultura, illustre per ingegni altissimi, eccola, in seguito a uno scontro su un ponte, preda e provincia della Repubblica francese; trattata come terra di conquista. Napoleone volle battezzarla col nome di Repubblica cisalpina il 29 giugno là, nella villa di Mombello sulla pianura milanese, proprio dove errano ora raccolti i pazzi della provincia. E in quella villa lo stesso Bonaparte ordì l'infame trattato di Campoformio, che gettò la Venezia, l'Istria, la Dalmazia tra le braccia dell'Austria; quel trattato cagion di tante guerre nostre, di tanti lutti; lutti anche di ieri, anche d'oggi.
Pure a Milano, alla quale il generale Despinoy, comandante della città, ordina d'illuminarsi la sera del 18 maggio per la «festa della Vittoria» celebrata in quello stesso giorno in tutta la Repubblica francese; pure a Milano si richiedono aggravii di guerra. L'agenzia militare francese spoglia il Monte di Pietà di tutti i pegni preziosi al disopra delle cento lire. Ed ecco requisizione di cavalli; imposta straordinaria a titolo di prestito di 14 denari per ogni scudo d'estimo; imposta di venti milioni di Francia, da ripartirsi fra la provincia di Lombardia, da levarsi principalmente dai ricchi e dai Corpi ecclesiastici. Una sùbita, nera ondata di malcontento sorge, si diffonde. Il 23 maggio, si tenta di suonar campana a martello a due limiti opposti della città per farla insorgere: a Sant'Eustorgio e a San Gottardo; ma il parroco di quest'ultima chiesa presso il Duomo e altri cittadini lo impediscono, per evitare l'immancabile sanguinosa reazione militare. A porta Ticinese, in quel giorno stesso avviene una sommossa, ma effimera. Un giovane popolano, Domenico Pomi, accusato di avervi avuto parte e d'«aver voluto assassinare» un sergente francese, è condannato e fucilato il 26 maggio sulla piazza del Mercato fuori di porta Ticinese.
Ad alcuni cittadini si strappano le coccarde francesi dal petto, dal cappello; ma i soci del club repubblicano detto «Società popolare», che ha sede in via Rugabella, vogliono vendetta e irrompono, si spargono minacciosi per la città; fanno gridare da cenciosi prezzolati morte ai nobili, ai frati, ai re! Insultano tutti quelli che non sembrano dei loro. In piazza del Duomo è un pandemonio. Si viene alle percosse, alle ferite. La notizia del tafferuglio cruento si sparge rapidamente per la città ed eccita altrove gli animi e le voci. Il comandante Despinoy corre in piazza a cavallo, scortato da una squadra di dragoni; scorre al galoppo le strade, ne scaccia i passanti, fa arrestare e percuotere a piattonate di sciabola i renitenti. Il tafferuglio alla fine è sedato, ma i soldati francesi hanno bisogno di pipe!... Requisizione, adunque, di tutte le pipe. E sentono pure il bisogno di misure vendicative per salvare l'onore della bandiera.
Un pover'uomo, certo Giuseppe Pacciarini, l'anzian (addetto ai funerali) del Duomo, viene condannato, perchè reo convinto e confesso (così la sentenza) d'essere capo della rivoluzione che ha avuto luogo il 4 pratile (23 maggio).
Al disgraziato, avvezzo a guidare autorevolmente pomposi funerali della Metropolitana, toccano ben tristi funerali!... Vien fucilato, insieme con un assassino, assassino da molti anni!.... «Non pare (dice un cronista) che il Pacciarini fosse tanto colpevole; e non si sa con certezza chi abbia tramata e condotta quella rivolta.»[8]
Le feste intanto seguivano alle feste. Il 22 settembre, gran festa commemorativa per l'anniversario della «Repubblica madre», leggi Repubblica francese. La prima legione lombarda di truppe cisalpine poco dopo è passata in rassegna sulla piazza del Duomo; riceve la bandiera tricolore e muove al campo; cominciando quell'epopea militare italica, che ci temprò i polsi, è vero, ma seminò i campi di battaglia delle salme di giovani valorosi, che potevano spezzare le catene della madre, l'Italia!
E altra festa (il 9 luglio 1797) nel vecchio lazzaretto degli appestati, convertito in campo di Marte. S'inaugura con fastosa e clamorosa solennità la Repubblica cisalpina. Quattrocento mila persone vi si affollano. Nello stesso giorno Napoleone istituisce il Direttorio esecutivo; tutte cose copiate dalla «Repubblica madre».
La popolazione, sulle prime sbalordita del subitaneo fragoroso cambiamento, e diffidente, finì con l'accettare il mutamento. Parecchi ne erano, anzi, beati, esaltati; fra essi il duca Galeazzo Serbelloni, che diventò presidente della municipalità. Quel duca imbandiva lauti banchetti a ogni momento. Lo chiamavano il «duca-cuoco». Specialmente le donne, come avviene nei sùbiti mutamenti politici, si esaltarono. Si accendevano a quella fantasmagoria di colori, al chiasso dei soldati francesi, di quei