Quatter strascion senza camisa,
Senza sciopp, senza divisa,
Senza scarp, senza calzett,
ma pieni di vita, di brio indiavolato. Un'altra satira cantava con verità:
Esopo dì che, in sto pajes,
In staa prima i donn
A portà l'eguaglianza di Franzes.[9]
Le vie, prima tranquille, erano messe a rumore. In piazza del Duomo, e in altre piazze, al suono delle bande s'inaugurarono gli «alberi della Libertà», sormontati da un berretto frigio rosso. E allora si videro le scene più sfrenate, più sconce, che si potessero ideare. Fratacci e pretacci appesero all'albero le loro lunghe barbe tagliate e le loro tonache, e, intorno, uomini e donne discinte, in catena, si trascinavano ballando e urlando: Viva l'eguaglianza! Si videro signore di liberi costumi, mezzo denudate, ballare trascinate da demagoghi furibondi: sì, signore, anche belle, formose, che apparivano pure, mezzo nude, secondo l'ultimo figurino di moda, nelle loro loggie al teatro della Scala, dove la Marsigliese si suonava e cantava in coro. In piazza della Rosa si tenevano riunioni demagogiche clamorosissime, con urli di morte al papa, ai cardinali, ai vescovi e arcivescovi, preti, frati.... Una ragazza, Sangiorgio, figlia d'un chimico, offerse la propria mano a chi le avesse portato la testa del papa. «In quel club (narrava nei suoi tardi anni il Manzoni, nel crocchio della sera fra intimi amici, alludendo alla Società popolare di via Rugabella), in quel club se ne dicevano e proponevano delle belle! C'era, tra gli altri, la demagoga Sopransi, che era brutta e gobba, ma rivoluzionaria ardente e anzi pazza: e un giorno, in odio al re, propose che nel mazzo da tarocco la figura della regina non si chiamasse più la regina, ma.... «La gobba!» gridò, interrompendo, una maschia voce, in buon milanese e con molto buon senso. E la cosa finì in una risata universale.»[10]
«In uno di quei circoli (racconta alla sua volta Cesare Cantù) un gran patriotta, gran livellatore, che più tardi fu scudiere di Napoleone, poi delegato sotto gli Austriaci, poi intendente sotto i Piemontesi, propose si demolisse la guglia del Duomo. «L'eguaglianza è il primo diritto; non deve dunque soffrirsi che un edificio si elevi sopra gli altri della città». Così diceva in tono di puritano e colle dita tese; e gli ascoltanti ad applaudirlo e gridare: «Abbasso la guglia del Duomo!»
«Era presente un buon meneghino, che aveva imparato da sua madre a voler bene, e da suo padre a non opporsi al male: e, chiesta la parola, lodò il civismo, il patriottismo del preopinante, ma chiese perdono se osava far un'altra mozione: ed era «di metter a quella guglia il berretto rosso, e così sarà visibile per estesissimo tratto quale simbolo della libertà che acquistammo dopo secoli di orribile tirannia»