«Sì, sì! bravo, bravo!» urlarono gli ascoltatori, e la guglia restò salva, aspettando livellatori più radicali.»[11]

Ma si voleva abbattere addirittura il Duomo! I più miti fra gli arruffoni, venuti dal di fuori, e che nulla sapevano del sacro amore degli ambrosiani per il loro tempio, sublime monumento di fede avìta e di storia, volevano trasformarlo in uffici pubblici; ma compresero che si andava contro sentimenti, dei quali era imprudente, per lo meno, non tener conto cauto e rispettoso. Si pensi che, nel Duomo, si affollavano attoniti ogni giorno densi gruppi di contadini; i quali scendevano dalla campagna per vedere anch'essi, almeno una volta nella loro misera vita, el Domm meraviglioso, del quale avevano udito parlare sin dall'infanzia come d'un portento più che umano. Lady Morgan, nella sua Italy, parla di quei contadini raggruppati in famiglie, seduti in estasi prolungate.

In piazza del Duomo era stata eretta, accanto all'albero della libertà, una tribuna con un enorme stendardo nero (roba allegra), nel quale leggevasi in lettere bianche l'annuncio sintetico di tutti i discorsi che si dovevano tenere alle turbe: Diritti dell'uomo. Ma nel club in via Rugabella c'era un'altra tribuna; e in quella salì tremando un grande poeta: Vincenzo Monti. Ma lasciamo narrare ad Alessandro Manzoni, le cui parole furono religiosamente raccolte anch'esse da uno dei suoi adoratori devoti:

«Il barone Ferdinando Porro, che fu prefetto sotto Napoleone, e del quale, non ostante la differenza dell'età, io fui amico (diceva il Manzoni), mi raccontava che, quando nel 1798 il Monti venne a Milano, dove prima per mano del boia era stata abbruciata in piazza del Duomo la sua Bassvilliana, si presentò a lui, che era allora uno dei capi del club repubblicano, pregandolo d'introdurlo in quel club per leggervi un suo sonetto: e il Porro acconsentì. Io salii sulla tribuna, egli mi raccontava, e dissi: Cittadini, al piede di questa tribuna vi è il più gran poeta d'Italia che chiede di recitarvi un suo sonetto: volete sentirlo? — Sì, sì, si gridò da ogni parte. Allora io scesi dalla tribuna, e andai a prendere il Monti: la sua mano tremava come una foglia. Lo trascinai su per la tribuna, ed egli recitò il famoso sonetto, in cui dice che la Repubblica cisalpina aveva

Di Sparta il senno col valor di Roma.

Applausi frenetici; e da quel giorno il Monti divenne il poeta della Rivoluzione.»[12]

Pochi anni dopo, Carlo Porta mandava alla suocera, Camilla Prevosti, alcune sue sestine italiane non eleganti, — tutt'altro, — ma riflessi di quella baraonda demagogica:

E chi lo sa che un giorno non diventi

Qualche signore anch'io d'importanza?

A buon conto sto bene assai di denti,