Nell'archivio di quel teatro si trovano le vestigia d'una battaglia di quinte. Carlo Porta voleva sostenere la parte dell'altero spiantato marchese di Forlimpopoli nella Locandiera del Goldoni; e gli era contesa da un altro attore. Ne nacquero disgusti, collere. Il poeta, infuriato, presenta le proprie dimissioni; e quei signori a scrivergli che non si accettano affatto, infiorandolo di elogi. E allora il Porta ad assicurare «ch'esso, sopprimendo volentieri quanto ha sofferto di disgustoso, si restituiva di buon grado alla qualità prima di attore ed offriva interamente i di lui scarsi talenti alle provvide mire dell'Istituto».
Oltre l'Aristodemo con quel po' po' di scena allegra delle «fumanti viscere» della squarciata figlia innocente, Vincenzo Monti fece rappresentare al teatro repubblicano per eccellenza il Cajo Gracco, che, appena composto, volle leggere egli stesso agli amici entusiasti che l'attorniavano.
Intanto, avveniva in città un fatterello abbastanza comico. Nelle sue carte inedite Carlo Porta racconta che, avendo il Teatro Patriottico assunto il nome di Filodrammatico, il popolo, per derisione, chiamò filo anche le altre Società filodrammatiche. Così il teatrino del «Gambero» fu battezzato «Teatro dei Filogamberi»; e i poveri dilettanti a riderne di malavoglia, a promettere rappresentazioni, alla Scala, a pagamento, per comperare dei cavalli e fornirne l'esercito napoleonico; a farsi in cento, in mille pezzi pur di segnalarsi. Si trattava di una gara d'emulazione e di gelosia filodrammatica. E il Porta li bollava colla sua ironia così:
Bravi, sciur rezitant! Se Dio 'l v'ha daa
La deslippa de vess curt de danee,
A tuttamanca el v'ha pœu compensaa
Con fior de tolla che la var pussee!...[29]
Il figliastro di Napoleone, Eugenio Beauharnais, proteggeva l'Accademia, di cui era socio. Volle compensarne con tremilacinquecento lire l'istruttore artistico, certo Andolfati, e volle assistere all'Antigone: serata degna di storia.
Una cantata del Monti, posta in musica dal maestro Gnecco, esaltava in Eugenio «il valoroso figlio del maggior de' mortali». Sul palcoscenico troneggiava, inghirlandato di fiori, il busto dell'Alfieri; busto che, pochi giorni prima, veniva decorato nello stesso teatro di corone con recitazioni del Torti e del conte Giovanni Paradisi, armeggione, adulatore, che seppe salire a presidente del Senato del Regno italico, e segno all'ira del Foscolo nell'Ipercalissi.
Non si lasciava trascorrere occasione per onorare in quel teatro i dominatori: oggi Napoleone, domani Francesco I. Per l'onomastico di Napoleone si preparò una serata, con isfoggio di lumi e di epigrafi sbalorditoie. Sulla porta del teatro leggevasi: Al nome del grande — dei principi — dei popoli — delle arti — proteggitore — l'Accademia Filo-drammatica di sè maggiore (sic!) per Eugenio — primogenito al cuore di Napoleone — socio auspice presente.