Il Gran Consiglio dei Seniori, trasferito altrove, aveva lasciata libera la propria aula nella soppressa antica chiesa dei Santi Cosma e Damiano alla Scala; una chiesa dalla soffitta di legno, che avea visti molti monaci, i Gerolimini; ed ecco i filodrammatici a chiederla, per erigervi un teatro più comodo del primo, e il Direttorio esecutivo a concederla.
Ma i denari per la fabbrica? Non c'erano. I giovani repubblicani le tiravano verdi; e non sapevano a qual santo.... repubblicano votarsi. Però niente paura! Sulla torre della vecchia chiesa abolita, erano rimaste, raccolte in silenzio, quattro piccole campane. Che cosa facevano là le derelitte? Bisognava assolutamente farsele regalare dal Direttorio, e venderle, e ricavarne quattrini. Così fecero quei bravi giovani, con orrore e scandalo dei vecchi. Intanto si raccoglievano quattromila ottocento lire milanesi in sottoscrizioni: il governo cedette, per pochi soldi, pietre e legnami, e il famoso folignate Piermarini, l'architetto che aveva innalzata la Villa Reale di Monza, i teatri della Scala e della Canobbiana, il palazzo Belgioioso, ed altri, fu chiamato a erigere il teatro, o a dir meglio, a compiere un miracolo, costruendo con pochi denari, sul vecchio tempio di Dio, un nuovo tempio del diavolo, perchè l'arte teatrale era ancora dai torcicollo giudicata arte di perdizione.
Se non che, cambia la scena: cambia d'improvviso la fortuna francese, e si rovescia su Milano la valanga austro-russa col nuovo Attila, Suvaroff, che per tredici mesi si diverte a derubare, a offendere i cittadini spaventati, con le violenze più selvaggie. I lavori per il teatro rimangono interrotti: ma anche la reazione feroce, quando Dio vuole, cessa: e, come baleno, ritorna Napoleone, quell'«omett del cappellin», come lo chiama il Porta in un brindisi, e i lavori del teatro si compiono presto.
Se dobbiamo badare al Poligrafo, giornale letterario di quel tempo, si spesero più di centomila lire per la riduzione dell'edificio a teatro. Rimase, per altro, qual era, la rozza facciata dell'antica chiesa, molto brutta, e, in compenso, fu conservata una magnifica porta dello stile del periodo sforzesco, che in mezzo alla volgare manìa di cattivi restauri e di vendite ancor più volgari, fu lasciata anche oggi qual era. Il teatro fu costruito a quattr'ordini di loggie: nessuna divisione di palchi, nessuna distinzione pei posti. Fratellanza repubblicana anche in teatro, fratellanza perfetta, nei posti come nei soci. Andrea Appiani, il pittore principe del tempo, classicista del pennello elegante, regalò il sipario, da lui dipinto, rappresentante la Virtù che saetta e pone in fuga i Vizi. Il Vaccani dipinse i parapetti delle loggie a finto bassorilievo; buoni scenografi approntarono gli scenari.
E seguì la prima solenne rappresentazione dell'Accademia, la quale contava la bellezza di sessanta accademici attori e di venticinque «iniziati» (si chiamavano proprio così!), mentre le piovevano continue protezioni dall'alto e incoraggiamenti d'ogni dove. Nella sera del 30 dicembre 1800, colla tragedia dell'Alfieri, Filippo, si ricominciarono le recite. Fu una sera memorabile; il successo fu lietissimo. La sempre corteggiata moglie del Monti, la sempre avvenente Teresa Pikler, che sosteneva la parte d'Isabella, fu incensata d'elogi. L'autorità aveva predisposto, per tempo, all'ordine con un manifesto affisso al teatro e che cominciava con questo profondo pensiero: «Senza istruzione non vi è libertà; senza buon ordine e tranquillità non vi è istruzione».
E il buon ordine venne indetto così:
«Nessuno degli spettatori potrà introdurre nel teatro, nè colà (sic) tenere cani, lucerne accese, scaldiglie, o vasi di fuoco di qualunque sorta, nè fumare tabacco, nè stare in piedi, nè tenere il cappello in testa durante la rappresentazione per non impedire la vista ai posteriori (sic), nè fischiare, schiamazzare con battimani, o bastoni od altro. Nè far replicare alcun pezzo di suono, canto, recita, o pantomima; nè obbligare gli attori a sortire per ricevere applausi, nè fermarsi nell'andito in mezzo alla platea, nè offendere la decenza con pubblicità di atteggiamenti o clamori osceni, nè finalmente disturbare in altra simile guisa gli attori o l'uditorio.»
«Atteggiamenti osceni!» Si può dare di peggio? Le belle, vestite alla greca o alla romana, davano, è vero, agio alle satire sul gusto di quelle dell'almanacco intitolato: Le galanti scarselle della cortigiana Frine; ma speriamo che non avessero atteggiamenti osceni in teatro.
Le società filodrammatiche recitavano, in quel tempo, con ispaventevoli cantilene e latrati. Il carattere delle tragedie alfieriane spingeva anche gli attori più provetti all'enfasi declamatoria. Nell'articolo X d'un Regolamento, le cui prove di stampa leggo fra le curiosità bibliografiche della Biblioteca Ambrosiana, sta scritto che «oggetto primario dell'istruzione sarà d'animare il dialogo; d'ispirare agli attori il sentimento delle cose che recitano; di addestrarli al linguaggio muto degli occhi e della figura; e di togliere qualunque cantilena o vizio nel declamare». Notevolissime parole che provano come la buona recitazione si volesse coltivare al Filodrammatico, dal quale uscirono infatti attori valorosi; basti citare Giuseppe Moncalvo che fu poi il famoso Meneghino così comicamente dipinto dal Brofferio ne' Miei tempi. Il Porta voleva scrivere un dramma per il Teatro Patriottico, come ne scrisse uno (e l'abbiamo accennato) per il teatro La Canobbiana. Certo, Ugo Foscolo promise a quegli attori una tragedia, Timocrate, come rilevo da una lettera autografa nell'archivio di quel teatro; ma non mantenne la promessa. Bensì mantenne la sua Vincenzo Monti, che concesse l'Aristodemo. Voleva il Monti stesso sostenere la parte di protagonista nella propria tragedia; ma, alle prove, s'ingarbugliò, si riconobbe impari al compito e cedette in fretta la parte a un altro dilettante cui, a rappresentazione finita, buttò le braccia al collo, ringraziandolo commosso.
Il Porta recitava con passione. Non sappiamo come quell'autentico ambrosiano pronunciasse la lingua di Dante. S'immaginano quali lutti per l'ortoepia! Il Porta preferiva le parti comiche alle tragiche, e vi riusciva con lieto successo, spargendo il buon umore in tutto il teatro. Ma non sempre poteva sbizzarrirsi in commedie di proprio gusto. Continuava in quel tempo l'andazzo del dramma piagnucoloso, e anche il Porta dovea seguire la corrente. Egli recita nella commedia Teresa la Vedova accanto all'ammirata Teresa Monti Pikler. E recita nel Ciarlatano maldicente, nell'Abate de l'Epée del Bouilly, e nella parte di Mastro Burbero nel Ciabattino. Ed eccolo nelle vesti di Pietro in Misantropia e pentimento, dramma del Kotzebue allora in voga, e nella farsa Casa da vendere; poi si tramuta in don Ciccio nell'Amor platonico. E non basta: nella farsa I due prigionieri si fa applaudire senza fine. L'ultima volta che il pubblico dovette battergli le mani fu il 5 maggio 1804: egli sosteneva la parte di Ambrogio nel lugubre dramma Carlotta e Werther del Sografi. D'allora in poi non recitò più; ma rimase «attore accademico», elevato titolo per quella scena, dove essere ammessi era onore.