«L'altro ieri sono qui giunti i nostri concittadini deportati, per la maggior parte in buonissimo stato di salute, di modo che pare piuttosto siano stati legati con della salciccia di Monza, che con delle catene di sessanta libbre di peso. Furono trattati ad un pranzo di trecento coperti, che fu dato dal Governo in casa Clerici, ed alla sera intervennero tutti al nostro Teatro Patriottico alla rappresentazione dell'Antigone, che fu data per loro espressamente dalla Società, con illuminazione esterna ed interna del teatro medesimo. Furono continue le grida di gioia, che empivano i vuoti fra un atto e l'altro della tragedia, fra le quali si udirono pure quelle solite di viva Robespierre e morte a Tizio, morte a Sempronio.»

Intanto, il Ministro degli affari esteri della Repubblica cisalpina, «unica ed indivisibile», mostrava la propria simpatia alla Società del Teatro Patriottico regalandole un ricco abito, che la Cicognara aveva indossato alla Corte di Torino; il dono era accompagnato da una lettera curiosa, conservata nell'Archivio di Stato di Milano. È tutta da godere.

«Cittadini,

»Il Direttorio governativo m'incarica di presentarvi un ricco abito, che potrà servire in molte occasioni alle decorazioni del vostro Teatro. Le circostanze lo hanno fatto servir prima ad una cerimonia diplomatica presso una Corte vana e corrotta, che sdegnava l'esterior semplice e franco della virtù e del merito.

»Nelle vostre mani esso avrà un uso ben più utile, e sotto questo rapporto io mi lusingo che vogliate gradire il pensiero di offrirvelo.

»Gradite pure in simile occasione l'espressione sincera della mia perfetta stima.

»Salute repubblicana!»


Gli attori del Teatro Patriottico ricevettero l'abito incriminato con molto giubilo. Intanto, recitavano a tutto spiano il Bruto e l'Antigone dell'Alfieri. Questo conte repubblicano non si sarebbe mai immaginato che le sue tragedie dovessero alimentare in Italia i furori de' suoi «cari» Francesi! Un bel giorno, la Società avvertiva il Prefetto dipartimentale d'Olona che essa si era «organizzata sotto il nome di Accademia dei Filodrammatici». Essa entrava, adunque, in una nuova fase; ed ecco come.

Una sera, in casa del medico rivoluzionario Giovanni Rasori, si tenne una seduta dei nostri filodrammatici fervorosi. Avevano dovuto lasciare in quei giorni la sala del Collegio Longone perchè riaperto ai giovani, e, non avendo più un teatro dove recitare, ne cercavano un altro, pronti anche a fabbricarselo: s'erano perciò raccolti in casa del Rasori che, tutto fuoco per l'arte e per la libertà, aveva promesso d'aiutarli, volendo che si continuassero le interrotte rappresentazioni a pro delle idee repubblicane, del «civismo».