Ma con le mode francesi d'allora le nudità formavano parte del programma rivoluzionario. La bellissima Paolina dagli occhi stellanti, sorella di Napoleone, ritratta dal Canova nella ben nota scultura che si ammira a Roma, è un nudo immortale e un documento del tempo. Il pittore Bossi, amico di Carlo Porta, la ritrasse col pennello, e senza veli anch'egli, com'ella volle; e il pover'uomo vestito com'era in una stanza caldissima dove dipingeva dal vero la dolcissima Venere côrsa, mollemente sdraiata, si buscò un'infermità. Dove è andata a finire quella pittura? Un amico mi introdusse, anni or sono, in un gabinetto segreto della sua casa, e, tolto un panno verde, che la copriva, mi mostrò una giovane formosa signora tutta nuda, nell'atto d'entrare nel bagno. Era sua nonna.
Ma non tutte le signore si bagnavano. Molte ne avevano persino paura. S'impiastravano il viso di cosmetici e belletti, e consideravano l'acqua e il sapone nemici.
Tabaccare era moda anche nell'alta società. Pensiamo alle conseguenze della lurida polvere, bruna, fetente, nelle rosee nari delle belle e lungo i veli delle loro vesti.... e nel fazzoletto di batista ricamato, che stringevano fra le dita ingioiellate.
Ma le lucide tabacchiere, dipinte talora da finissimi pennelli, presentavano signore vezzose, quando non erano impudiche ed oscene. Quest'ultime venivano mostrate di nascosto nelle conversazioni e ai teatri, con sorrisi analoghi; i più audaci possessori di quelle pitturette le mettevano sotto gli occhi delle più timide e delle ritrose....
Fra le più giovani dee, graziosissima, brillava Bibin Catena, congiunta d'un illuminato, venerando sacerdote, degno della porpora ed epigrafista eletto, che a Milano molti ricordano ancora con venerazione e che mi riferì particolari curiosi della morte di Carlo Porta: li leggeremo a suo tempo.
Lo Stendhal parla con garbo di Bibin Catena nel Rome, Naples et Florence; racconta ch'ella gl'insegnò il tarocco. Guai a chi, nel bel mondo, non sapeva giuocare il tarocco! E il giuoco imperversava: si giuocava anche in teatro, mentre, sul palcoscenico, le ballerine sgambettavano e i cantanti si sfiatavano sudati per farsi applaudire.
Le beltà femminili, le donne di spirito si contavano a diecine. Circondate da letterati, da poeti, da artisti, da ufficiali, si abbandonavano a gaiezze, a pompe, a eccitazioni piacevoli; e non potevano farne senza in quelle settimane di generale delirio. La donna nei rivolgimenti politici si eccita: figurarsi in quelli della Repubblica cisalpina!
Ma le signore più intellettuali, come si direbbe oggi, preferivano recitare.
Anche la bellissima Teresa Pikler, moglie a Vincenzo Monti e madre di Costanza Perticari, di colei che fu chiamata la «divina Costanza», era appassionata dell'arte filodrammatica. Al suo desiderio l'eccelso poeta non si opponeva, lasciandole libertà di vita. Esaminando l'archivio del Teatro Filodrammatico trovo che, nella sera d'un 10 brumajo, recitò la Monti.
Una delle più solenni rappresentazioni degli animosi filodrammatici fu data per onorare i patriotti reduci di Cattaro e di Sebenico. Abbandonando Milano per l'imminente ritorno dei Francesi vittoriosi e spavaldi, i governanti austriaci avevano mandati i patriotti accusati di fellonìa a Verona. Di là, quaranta furono spediti a Venezia e imbarcati per la Dalmazia; altri vennero cacciati prigioni nelle isole della laguna veneta. Dopo la battaglia di Marengo, centotrentuno di loro, ammucchiati nella stiva d'un trabaccolo, furono da Venezia trasferiti a Cattaro e a Sebenico, e chiusi in sotterranei, cinti di catene. Li mandarono poi alla fortezza di Petervaradino, come un branco di pecore. Ma trovarono colà un po' di clemenza, mercè un generale sassone e un capitano ungherese che concessero loro locali salubri, pasti copiosi, liberi passeggi in ampii cortili; ogni ben di Dio. Appena furono liberati, Milano si commosse: li invitò a pranzi, li festeggiò in tutti i modi. I soci del Teatro Patriottico li vollero a una rappresentazione allestita in loro onore. Fra un atto e l'altro, si gridò a squarciagola: Viva Robespierre! Morte ai tiranni! con battimani infiniti. Le spettatrici guardavano curiose quei reduci dalle fortezze, quei martiri, come si diceva, e li trovavano «abbastanza bene conservati». Carlo Porta, in una lettera al fratello Gaspare, scriveva: