Un altro evirato ammiratissimo era Gerolamo Crescentini, nato a Urbania, villaggio presso Urbino, morto ottantenne nel 1846. Nell'aria Ombra adorata, nell'opera Romeo e Giulietta dello Zingarelli, metteva brividi di commozione. Ma le più vive simpatie dei milanesi andavano al Marchesi, perchè nato all'ombra del Duomo. Quand'egli morì, a Inzago, più che settuagenario, nel 1829, fu pianto da tutta Milano per la sua grande, generosa bontà. Egli fondò a Milano, con le sue elargizioni, il Pio Istituto filarmonico e soccorse quello tipografico. Non ostante che, fanciullo, fosse stato vittima, al pari d'altri infelici, del ferro barbarico, esecrato dal Parini nell'ode altamente umana e fremente La Musica, il Marchesi aveva sentimenti non solo pietosi verso i miseri, ma virili, coraggiosi, verso i prepotenti. Al burbanzoso generale francese Mioillis, che una sera pretendeva di costringerlo a cantare, il Marchesi rispose: «Ella può farmi piangere, ma non farmi cantare». Conobbe Ugo Foscolo questa risposta? Se l'avesse conosciuta non avrebbe alluso a lui, col noto ma velato disprezzo e sdegno nei Sepolcri, là dove biasima la città di Milano «d'evirati cantori allettatrice».

Ma il Foscolo alludeva, forse, anche al Crescentini. Costui, veramente, più che da Milano fu «allettato» da Napoleone, il quale, caso unico allora, lo decorò della Croce di Ferro, attirandosi biasimi e ironie.

Un giorno, la cantante Grassini, maligna quanto avvenente e quanto celestiale nel canto, dopo d'aver ascoltata l'indignazione di chi non approvava quell'onorificenza messa sul petto d'un evirato, non avendo il Crescentini, infine (diceva colui), nessun merito, esclamò: Et sa blessure, donc?

La Grassini! Passò nella storia sopratutto perchè fu una delle amanti di Napoleone. Il pittore Bossi, in un suo diario erotico, lasciò scritto: «Esco adesso dalle stanze della Grassini divina. Chi me lo avesse detto! Ed ora sono cognato di Sua Maestà!»

Di recente, alcuni ricercatori si arrovellarono per istabilire la data precisa del primo incontro amoroso fra il celebre guerriero e la celebre cantante. Nella partita volle entrare persino un avvocato, a corto, sembra, di cause più nobili.

«Qui, su questo petto, Napoleone posò la sua testa!»

Così diceva la Grassini, per vanto. E aggiungeva volentieri che, nell'amplesso, il gran Côrso sveniva. Egli, infatti, pativa d'«aura epilettica» come Giulio Cesare. Conobbe la Grassini a Milano, nei giorni de' suoi trionfi militari, e ne ottenne le intime grazie, destando gelosie nella moglie Giuseppina Beauharnais, la quale si lagnava delle infedeltà del grande marito perchè non poteva soffocare la sua natura — ci racconta madamigella Avrillion, che le stava sempre vicina.[30]

Lineamenti decisi, sopracciglia imperiose nere, neri gli occhi balenanti, nero il volume della chioma opulenta avea la Grassini, e magnifica, statuaria, la figura, nata pei trionfi della scena e.... d'un talamo imperiale. La chiamavano «la decima Musa», ed ella credeva di esserla.

Giuseppina Grassini era nata a Varese l'8 aprile 1773, non da «poveri contadini» come si legge nelle biografie. Suo padre, che procreò la bellezza di diciotto figliuoli, era un ragioniere di conventi; fu anche impiegato governativo a Milano. La madre aveva passione per la musica, e suonava ad orecchio. E Giuseppina cantava come un usignolo innamorato. Il vaiuolo, così diffuso a quel tempo, devastò il viso di tutta quanta la famiglia Grassini, ma risparmiò il volto di Giuseppina.

Il conte generale Alberico Barbiano di Belgioioso di Milano fu il suo primo protettore, che la fece perfezionare nell'arte canora. Si vuole ravvisare in quel patrizio l'eroe del Giorno del Parini; ma è un abbaglio. «La vita di quel sontuoso cavaliere non fu tanto disperatamente frivola, quanto la pretende una tradizione digiuna di sana critica.»[31] Il conte Alberico Barbiano di Belgioioso era generale degli eserciti imperiali, capo della Casa militare dell'arciduca Ferdinando d'Austria, uno dei decurioni della città, presidente dell'Accademia di belle arti. «Non fu vero che trascorresse la vita in ignobili passatempi.»[32]