Giuseppina Grassini si rivelò alla Scala.

Nel 1796, ella vi sostenne la dolce parte di Giulietta nell'opera del Zingarelli, Giulietta e Romeo; e tutti l'ammirarono. Il conte Carlo Leoni, il pittoresco epigrafista padovano, la dice, nel suo Teatro nuovo di Padova, soffusa di «voluttuoso e magnetico languore», e riferisce il particolare dello svenimento napoleonico.

Nel vedere nel Museo teatrale della Scala una miniatura della Grassini, opera del Quaglia (molto rara, ma pagata salatissima), si pensa alle vicende di quella vita fortunosa e fortunata, che ebbe per intermezzo un'avventura di briganti. Ella stessa raccontava che, in Francia, era stata presa dai masnadieri, i quali la condussero in un antro ch'ella fece echeggiare della sua voce deliziosa, immergendo i suoi tiranni nell'estasi.

L'aggressione dei briganti è storica. Avvenne sulla strada presso Rouvres (Dijon). La Grassini fu malmenata e derubata, ma poi fu trattata con riguardo. Perciò quando vecchia riandava i suoi ricordi, ella non diceva male di quei malandrini: tutt'altro! Li chiamava: Ces chères assassins!... È pure storico che certo Durandeau affrontò i briganti; ne uccise due e ne arrestò un terzo. Napoleone fregiò il bravo Durandeau della croce della Legion d'onore, ma la Grassini non si mostrò molto grata a Napoleone. Quando poteva tradirlo era felice. Ella non lo amò. Amò il violinista Rode, di Bordeaux, quel Rode per il quale il Beethoven creò una ben nota romanza.

Napoleone nominò la Grassini cantante di camera, con 51,000 lire di stipendio all'anno, e la coprì di alti favori, di doni, con quella munificenza liberale e spettacolosa ch'era uno degli elementi della sua arte sovrana, insuperabile, d'imperare.

Furibondo di gelosia bestiale per lei si mostrò il principe Augusto duca di Sussex, figlio di re Giorgio d'Inghilterra, avendo fra i cospicui rivali il marchese di Caltanissetta, figlio del principe di Paternò. Il critico musicale della Revue des Deux Mondes, il veneziano Scudo, raccontò un bel giorno del 1852, nella sua celebre rivista, che il principe britannico, in un accesso di geloso furore, attentò persino alla vita di lei. Una sera d'estate, il principe e la sirena incantatrice si cullavano in una barca, sulle onde del golfo di Napoli, al chiaro di luna. Ella cantava.... D'un tratto, il principe Augusto la fece afferrare e prendere di peso da due barcaiuoli e gittar nel mare. «Quel demonio di donna (disse poi il principe al buffo napoletano Lablache) sapeva nuotare, e il giorno dopo mi fece pagare ben caro il bagno involontario!» Con qual prezzo? Non sappiamo. Quel «demonio» con la voce di angelo era capace di tutto.

Voce, veramente, di contralto e di soprano insieme. E vero «demonio» nella rivalità con la Billington, che partecipò, ella così pia, alla scellerata cantata del Monti nell'anniversario del supplizio di Luigi XVI alla Scala. La Billington rapiva per la bellezza e per la voce. Lo Scudo narra che la Grassini, «scattando come un leone còlto di sorpresa», assalisse la rivale con certi colpi di voce da farla sgomentare. Era donna maschia, nonostante il «magnetico languore» del volto. E, nonostante i mille corteggiatori, la viragine inclinava ad acri amori speciali.... A Venezia, quand'ella vi cantò nelle opere Issipile del Farinelli, Giulietta e Romeo del Zingarelli e Telemaco del Mayr, volavano di bocca in bocca salaci aneddoti su quegli amori.

Giuseppina Grassini visse sino i settantasette anni. A Milano potè assistere alla lotta popolare delle Cinque giornate contro gli Austriaci. Guardando dalla finestra della sua dimora, a San Babila, vide una grossa barricata improvvisata laggiù sulla via; barricata costrutta con tutto ciò che gl'insorti potevano trovare a portata di mano in quei frangenti. E, fra tavole e botti e persino stie, la Grassini scorse una grande carrozza: era la sua, quella che l'aveva condotta di trionfo in trionfo attraverso l'Europa.

Morì la sera del 3 gennaio 1850, a Milano, in quella casa Arese dove teneva spesso conversazione parlando un linguaggio curiosissimo: un miscuglio d'italiano, di francese e di lombardo. Veniva corretta, di tanto in tanto, da Carlo, suo fratello. Costui, a soli sedici anni, seguì, come semplice tamburino, Napoleone nella campagna di Russia, e fu dei pochissimi che ritornarono da quelle stragi. Si pose poi a comporre novelle e romanzi, che Dio glieli perdoni!, e una grammatica francese, sulla quale molti di noi abbiamo studiato ragazzi.

Il ritratto in miniatura della Grassini, che ora si ammira nel Museo teatrale della Scala a Milano, dipinto dal Quaglia, ella lo lasciò in legato ai «suoi distinti amici Pacchierotti». A suo marito Cesare Ragani (poichè, e pochi lo sapevano, aveva persino un marito!...) la Grassini lasciò il capitale corrispondente a 4000 franchi di rendita all'anno. Sì, a quel marito «residente (ella così dichiarava nel testamento) da tanti anni in Francia, a Vincennes».