Una casa era guardata con misteriosa paura dal popolino: quella, nel vicolo Pusterla, dove si raccoglievano i Franco-Muratori. Apparteneva all'evirato soprano Marchesi. Ma erano tanto franchi quei muratori, che non gli pagavano l'affitto. Nel 1800 una Commissione di polizia, durante la reazione, la invase; ma inutilmente. I capi erano fuggiti, e le carte scomparse.
XI.
Preti indegni. — El Miserere di Carlo Porta e l'arcivescovo Gaisruck. — Mercato pretino in piazza del Duomo. — Vescovi servili e oppressi. — Il folle eroismo d'un oscuro parroco ribelle a Napoleone. — Monache. — Preti d'altri tempi. — Il Viatico occulto. — Don Alessandro Bolis, modello di don Abbondio del Manzoni. — Un pensiero del Tommaseo. — Predicatori buffi.
Carlo Porta colse il ridicolo e l'immoralità di tutta una caterva di preti, che con la loro bassezza di sentimenti e venalità, disonoravano la religione di Cristo. Non già ch'egli volesse punire quegl'indegni servi dell'altare, con lo scopo di difenderne la religione. La fede de' suoi avi viveva solinga, e negletta, in un angolo della sua coscienza. In un sonetto, rimasto interrotto, che a me parve pietosa postuma opera di riabilitazione religiosa del premuroso delicatissimo amico Grossi, ma che viene tuttavia attribuito a Carlo Porta (non potei vederne l'autografo), l'autore di scandalose satire volterriane come On miracol, sospirava accorato così:
Religion santa di mee vicc de cà,
Che in mezz al tribuleri di passion
No te fet olter che tiratt in là,
In fond al cœur, scrusciada in d'on canton...[41]
Carlo Porta non era religioso, nel senso in cui s'intende questa parola; no. Nè ebbe scopo religioso nel deridere e flagellare in tutto un ciclo di poesie infuocate di satira implacabile il mercimonio, le viltà dei preti indegni. Ma, quello scopo, egli senza saperlo e senza volerlo, lo raggiunse. Egli fu spinto da un senso morale, di decoro offeso, d'umanità offesa. I suoi preti venderecci profanavano infatti persino la morte, come si vede nella satira El Miserere.
È la più fiera satira del Porta contro il mercimonio dei preti scagnozzi, i quali, con indecente contegno alle esequie, profanavano una religione che non può avere atei: la religione della morte. Quei preti, recitando la venal prece, cui Ugo Foscolo alludeva nei Sepolcri, fermavano il pensiero nelle idee più volgari: parlavano di osterie, di osti, del caro de' vini.... Il caustico satirico coglie un loro dialogo grottesco e beffardo, mentre cantano un Miserere in suffragio dell'anima di un ricco trapassato, nella chiesa di San Fedele, una delle principali di Milano; lo coglie e lo riproduce con la solita sua arte tutta evidenza nei particolari e nell'insieme. Gli episodi della funebre funzione, fra' quali la comparsa d'un soldato francese, che suscita col solo suo aspetto i livori, la bile degli officianti, nemici naturali di coloro che li perseguitavano, dànno forte sapore di comicità al componimento, il cui fondo è serio e lugubre. Versi che furono ispirati al poeta da viva indignazione. È il caso di ripetere il motto di Giovenale e ridirlo con Victor Hugo: C'est la sainte indignation qui fait poète! Il cardinale conte Carlo Gaetano Gaisruck, arcivescovo di Milano dal 1818 al 1847, diceva a Tommaso Grossi, a proposito di quella satira: «Innalzerei un monumento a Carlo Porta».