Contrastar non si può
Convien, stringend i occ, mandarla giò![37]
E questi versi del Maggi, nei quali donna Quinzia s'apre col figlio don Lelio, e che segnano la decadenza della stirpe patrizia, pur fra i collari inamidati e le borie, fanno ricordar bene donna Fabia e la marchesa Travasa.
Tuttavia, nel delirio demagogico, si vide un nobile, Gaetano Porro, bandire una crociata contro gli stemmi. Ministro di polizia, si tenne a fianco un Caccianini per distruggere i blasoni e gli stemmi patrizii sin nelle antiche tombe nelle chiese. Si vedevano scamiciati col martello in pugno penetrare nelle chiese, nei cimiteri, e distruggere a martellate tutte le insegne araldiche, e il Porro li eccitava: dissero persino che una volta li guidasse lui. Il cieco fanatismo del Porro restò in questo editto: «Gli antichi titoli e stemmi, di qualunque genere siano ed in qualunque modo esposti al pubblico, debbono essere distrutti senza risparmio, senza eccezione, senza misericordia. Purgate il territorio d'un veleno che merita i più pronti rimedii e la più efficace resistenza per sollevare il pubblico da sì crudeli e antiche scioperataggini.»[38]
Un altro Porro, l'illustre Pietro, disse invece: tolgo lo stemma, resta il nome.
Il Casino dei nobili dovette ribattezzarsi in «Società filarmonica» se volle vivere. In una festa di ballo sontuosa, il Massena v'intervenne con la propria amante a braccio, la cittadina Frapolli, ch'egli aveva conosciuta a Genova. Con lei andava dappertutto. E nessuno ci trovava da ridire, nè da ridere.[39]
«A Milano i costumi sono più che facili: ogni signora ha il suo patito dichiarato. Costui è una specie di secondo marito, ma non ha alcuna responsabilità di paternità», registra madamigella d'Avrillon, nelle sue Mémoires.[40] E continua: «Les patito sont des complaisans, que les maris en titre souffrent sans s'en plaindre, et que souvent ils choisissent eux-mêmes».
Non si poteva andare più in là con la accondiscendenza e bontà dei mariti; i quali, alla loro volta, diventavano i patiti d'altre signore, forse strette congiunte della moglie.
Le signore uscivano poco di casa, e andavano sempre in carrozza; solo la povera gente andava a piedi. Più tardi, il fastosissimo conte Archinto si vantava di non aver mai toccato il suolo della sua Milano. E quali eleganze nei palazzi! L'esterno alquanto semplice dei palazzi eretti nel Settecento, non faceva indovinare il lusso e il buon gusto signorile dell'interno, delizia della vita. Lady Morgan trovava in casa Visconti le squisitezze di Parigi.
Nell'Ottocento, i palazzi e le ville assunsero anche all'esterno un decoro architettonico, che s'accordava col grandioso impulso impresso da Napoleone in Milano, quando la volle capitale del Regno d'Italia, come vedremo seguendo le poesie di Carlo Porta. Il ticinese Luigi Canonica, al quale si deve il monumentale «Arco della pace» fu l'architetto di quell'epoca, che prese il nome dall'impero. Il pittore Andrea Appiani ne fu il decoratore. Se ne servì la Repubblica cisalpina, se ne servì il Regno d'Italia e una serie di ricchi proprietarii che vollero il cielo delle loro sale dipinto da colui che fu chiamato «il pittor delle Grazie».