Lady Morgan riferiva nell'Italy un aneddoto appunto di casa Litta, che dimostra fino a quale eccesso i fumi aristocratici oscuravano la ragione e la creanza. Un ricco negoziante milanese (regnava ancora Maria Teresa) aveva ottenuto un titolo nobiliare; e il primo suo desiderio fu quello d'essere ammesso in casa Litta, per ricevere la consacrazione della sua nobiltà; e, siccome era stato presentato alla Corte e all'imperatrice stessa a Vienna (Maria Teresa non fu mai a Milano) potè alla fine appagare il suo assillante desiderio. Fu ricevuto, ma quando entrò nelle superbe sale, tutti i patrizi in massa gli voltarono le spalle. Una persona della famiglia imperiale rimproverò la duchessa Litta della sua insolenza aristocratica verso un uomo, che aveva avuto l'onore di baciare la mano all'imperatrice, e la duchessa replicò: «Tutti possono andare a Corte; ma, per essere ricevuti in casa Litta, bisogna essere muniti dell'albero genealogico».

Quel pover'uomo aveva quattrini, aveva anche uno stemma, ma non aveva alberi, neppure un cespuglio: non gli restò che accontentarsi dell'onore d'aver salite, per una volta tanto, le scale di casa Litta e vedersi accolto da tutta una fila di nobili schiene.

Questo aneddoto fa capire donna Fabia e la marchesa Travasa del Porta, più del ricordo e del confronto di donna Quinzia del Maggi; la quale era tutta vanti: vantava le proprie grandigie, le proprie carrozze nere e quelle dorate, tutt'i vantaggi e privilegi, nella gustosa commedia I consigli di Meneghino.[36]

Il sangue nobile non doveva imbrattarsi col sangue plebeo, in matrimoni di convenienza; guai! Eppure, anche al tempo del Porta una donna Quinzia, costretta da forza maggiore, come dicono i giuristi, poteva sospirare in questi versi caratteristici che non hanno bisogno di traduzione pei non lombardi:

Don Lell! che la sorte

Sia tanto inviperida

Contro la nostra casa,

Ch'el noster sangu, tant limpid sin adess,

S'abbia da intorbidar con altra sfera,

L'è dura!... Ma, giacchè col fier destino