Poveritt, che passee, tegnivv de bon,

Che de stoo maa no vee mai pu su l'assa.

Versi terribili d'anticipato socialismo che vogliono dire: «Qui giace un cane, che morì affogato nella pinguedine, a furia di papparsi saporiti bocconi. Poverelli, che passate, consolatevi: che di questa malattia non morirete» (Andà su l'assa era frase del popolino, per «morire», dall'uso di porre i cadaveri dei poveri, morti all'ospedale, sopra un tavolato, prima di portarli alla fossa).

La Nomina del cappellan circolò manoscritta pei crocchi che se ne deliziarono; e nelle copie si leggeva Marchesa Paola Cambiasa, in luogo di Paola Travasa. Il casato Cambiasi esisteva, e il mutamento in Travasa, quando si trattò di pubblicare per le stampe l'incomparabile lavoro, fu senza dubbio suggerito da convenienze, cui il poeta si piegava.

La Nomina del cappellan pare di un solo getto. Invece, fu composta a più riprese. Carlo Porta scriveva all'amico Grossi: «Mi domandi se tiro avanti la faccenda del Cappellano della marchesa Cambiasi. No, ti rispondo, non so più nulla. Sono ricaduto nel mio proposito di abbandonare affatto la poesia, dacchè ella, per esperienza, non mi ha mai fruttato mezza oncia di bene, e poi, e poi.... a dirtela in confidenza, mi vado sempre più accorgendo che quel poco calore di cervello che mi aiutava a' tempi passati, al giorno d'oggi è affatto, affatto svanito. Ogni cosa deve essere alla propria stagione....».

Lady Morgan, la celebre viaggiatrice e scrittrice, cara al nostro Risorgimento ch'ella ci augurò mentre detestava di gran cuore il dominio austriaco, quando venne a Milano al principio del secolo passato, toccò anche dei costumi milanesi nell'acclamatissimo suo libro Italy, così improntato a spiriti sereni e liberali; e in esso accenna alla popolarità che la Nomina del cappellan godeva a' suoi dì.

Con qualche inesattezza ne tocca pure lo Stendhal nel Rome, Naples et Florence; chiama quella caustica poesia sociale «un charmant poeme milanais de Carlin Porta» (e Carlin veniva infatti chiamato da tutti), e ne cita i primi versi.

Lo s'immagina il tripudio delle novelle dee borghesi nel veder tanto ridicolo gettato sulle dame dagli impolverati blasoni; le quali non si degnavano neppur di guardarle, e faceano deviare la propria carrozza, se si trovavano per caso vicine alle loro prive di uno stemma nobiliare?

Una casa patrizia si manteneva, sopra tutto, superbamente rigida alle formali tradizioni blasoniche, non ostante le urlanti raffiche giacobine che passavano sui suoi maestosi finestroni. Era la casa ducale dei Litta, grandi di Spagna.

Il popolo ne parlava come d'una reggia sfolgorante d'oro; e, infatti, le molte ricchezze di casa Litta superavano tutte le altre allora.