Oggi, Milano è diversa. La vasta, tumultuosa metropoli apre le braccia a tutt'i forestee che tanto irritavano il Porta; e i forestee, anch'essi, onorano il Porta nel centenario della sua morte, ch'è centenario di vita.
Milano eresse al Porta due monumenti, l'uno fra i dotti di Brera, l'altro in mezzo agli alberi e alle anatre dei giardini pubblici; gli dedicò una via e, più tardi, un teatro, persino un caffè; ma, in una biografia compiuta del suo poeta, deve rivederlo figlio ed amante, sposo affettuosissimo, amico a tutta prova, benefattore e uomo di società, attore comico e poeta, e, nello stesso tempo, fiero contro i nemici, inquieto e ammalato, malinconico e piangente per pentimenti profondi, per amarezze ineffabili.
Fa d'uopo soprattutto interrogare le sue opere, le sue Memorie, gli eredi suoi: fa d'uopo frugare nelle sue lettere, violarne persino i segreti, perchè egli si palesi intiero. Non ne sarà offesa la sua memoria, poichè egli fu sempre amante della verità. Non ne uscirà una figura di Plutarco, un eroe: non una figura da altare; ma un uomo comune, con debolezze e virtù; soprattutto, un meneghino di genio, e il più grande poeta, dopo il Manzoni, nato a Milano.
Quando nacque il Porta, l'imperatrice d'Austria Maria Teresa regnava sulla Lombardia, di cui formò alla fine una specie di vice-regno, ponendovi a capo il proprio figlio arciduca Ferdinando; e, prima, al governatore conte di Firmian conferì il titolo di ministro plenipotenziario. Tutte cose che mostrano come ella volesse rialzare il livello politico del suo dominio lombardo.
II.
Clamoroso supplizio a Milano quando nacque Carlo Porta. — Masnadieri in campagna e fermieri in città. — Pietro Verri combatte le ribalderie dei fermieri. — Nuovi nobili. — Come si comperavano i titoli nobiliari. — Qual era Milano quando nacque Carlo Porta. — Le vie, le tenebre, le torcie dei lacchè. — L'atto autentico di nascita di Carlo Porta. — I genitori e gli antenati del Porta in case di nobili. — Presso i Gesuiti di Monza. — Usi barbari nelle scuole. — Prime prove poetiche del Porta. — È mandato ad Augusta. — Diventa giuocatore. — Sue lettere alla madre. — Il padre lo richiama a Milano.
Nell'anno stesso, 1775, in cui Carlo Porta nacque a Milano, venne soppressa, per volontà assoluta dell'imperatrice Maria Teresa, la Inquisizione, già cara a san Carlo Borromeo, e seguì un supplizio che commosse a lungo Milano. Fu giustiziato un frate sfratato e suddiacono, Carlo Sala di Casletto, già scrivano del Voltaire, reo di furti in sette chiese campestri. Fu condannato alla tortura, a tre colpi di tanaglia arroventata, al taglio della mano destra, perchè ladro sacrilego: quindi fu impiccato e sepolto in terra sconsacrata, sul bastione. Non aveva voluto confessarsi, nè comunicarsi, nè pentirsi. Non è possibile dir quanto e preti e frati e prelati e la sacra compagnia che assisteva i condannati a morte, e autorità e cittadini fecero e tentarono per costringerlo a pentirsi alla fine! Tutto fiato sprecato, tutti passi perduti.
Quando nacque Carlo Porta, tutta la campagna era infestata da masnadieri. Si trattava di disertori delle guerre.... non amnistiati. Ma altri masnadieri, e tollerati e legali, imperversavano entro Milano: i così detti fermieri, appaltatori del sale, tabacchi, poste, polveri, dazii, persino dei giuochi che si facevano nelle sere di spettacoli entro i camerini dei teatri. I fermieri esercitavano sopraffazioni, truffe. Essi facevano gettare dalla strada, nelle case private di galantuomini, merci di contrabbando, e poi ordinavano ai loro cagnotti d'invadere le case, in nome della legge, ed esigevano multe ingenti. Il popolo imprecava. Ma il Governo proteggeva quei masnadieri delle ferme, per amor del grosso denaro, che ne ritraeva negli appalti, e di cui aveva bisogno, con quel po' po' di guerre, nelle quali Maria Teresa era ingolfata. Pietro Verri, a viso aperto, li combattè.
Carichi dei milioni ammassati con quei metodi, i fermieri domandavano a Maria Teresa un blasone per essere più potenti in una terra in cui la nobiltà era la terza dominatrice. Così continuavano l'uso antico; per il quale, i Silva, panattieri, gli Andreoli, cavallanti, e altri di simili origini, diventarono marchesi. Gl'Imbonati (cognome immortalato dal carme del Manzoni), Piantanida, Lattuada, acquistarono il blasone salendo dal volgo. Un Perini, oste alli tre scagni, diventò conte di Bresso. Gli Omodei ebbero per antenato un pastaro di grosso nel plebeissimo Carrobbio, a Porta Ticinese. L'elenco sarebbe lungo e potrebbe recare inutili dispiaceri.[1]
Con duemilacinquecento fiorini, si otteneva il blasone di marchese; con duemila, quello di conte; con mille e seicento, quello di barone; con mille e trecento quello di cavaliere; con mille quello di nobile; con cinquecento si otteneva il semplice don.