Quando nacque Carlo Porta, Milano non assomigliava nemmeno a uno de' suoi inferiori sobborghi d'oggi. La numerazione delle vie non era ancora cominciata; non erano ancora battezzate con precisione le strade, le piazze. Le vie assumevano nell'uso il nome da un oratorio, da una chiesa, da un pantano, da un colatoio d'acque piovane, da un albero: onde Via Pantano, Poslaghetto, Via Olmetto; oppure prendevano il nome dalle numerose botteghe di questi e quegli artefici e mercanti: Via Orefici, Via Spadari, Via Armorari, o da insegne di osterie: Croce Rossa, Tre Re....
Qualche strada prese il nome da qualcuno dei piccoli villaggi scomparsi, come Via Quadronno; dove vedremo svolgersi il dramma amoroso dello sventurato Marchionn di gamb avert, il capolavoro del Porta.[2]
Le strade non selciate, o mal selciate, con ciottoli di torrente. Se ne vedono ancora fra le vecchie vie di Milano, tortuose, semibuie, malinconiche.
Non avevano fanali, cominciati, a olio, nel novembre del 1788, e che facilmente si spegnevano; le tenebre più fitte avvolgevano allora case e mortali, con piacere dei ladri e delle coppie amorose. Chi voleva camminare con qualche sicurezza, quando dal mezzo del cielo non risplendeva la compiacente luna, doveva munirsi d'un fanaletto a mano. Le carrozze dei nobili andavano di volo, accompagnate da lacchè con torcie fumose; lacchè che erano obbligati a perdere il fiato nella corsa affannosa a piedi, seguendo la carrozza sino al palazzo, al cui scalone capovolgevano e spegnevano le torcie entro buchi praticati in dadi di marmo, come se ne trovano anche oggi in qualche casa di via Borgonuovo e altrove.
Il Parini, nel Giorno, descrive le carrozze patrizie correnti di notte, nel buio. Al suo «giovin signor» egli rammenta ironico la scena notturna:
Tu, tra le veglie e le canore scene
E il patetico gioco, oltre più assai
Producesti la notte; e, stanco, alfine,
In aureo cocchio, col fragor di calde
Precipitose rote e il calpestio