Ad Ona Vision, così pervasa da ironia, si collega un'altra satira, ancor più rilevante: Meneghin birœu di ex monegh. Ma, prima di parlarne, tocchiamo di quattro altre saporite novelle: Fraa Zenever, Fraa Diodatt, El viagg de fraa Condutt, e I sett desgrazi.

Fraa Zenever: «Questa novella (lasciava scritto il Porta) è tratta dal libro intitolato: Le meraviglie di Dio ne' suoi Santi, opera del R. P. Gregorio Rossignoli, della Compagnia di Gesù. Vedine l'edizione milanese fattane dal Malatesta nell'anno 1708, parte II, meraviglia XXII, pag. 245». Il Porta derideva quel gesuita Carlo Gregorio Rossignoli, popolarissimo, le cui panzane si ripetevano dai padri «ai figli intenti».

Il Rossignoli predicava nella chiesa di San Fedele, attirando tanta folla quanta più tardi il bello ed eloquente bassanese Giuseppe Barbieri. Le sue prediche duravano appena venti minuti, e consistevano in novellette di miracoli a' quali nessuno credeva, tanto erano grottesche, ma alla cui esposizione tutti si divertivano. Emulo del Rossignoli era il padre Ambrogio Cattaneo; e superiore d'assai, a questi due, per eloquenza, fu il padre Quirico Rossi, gesuita, veneto di Lonigo.

Il Rossignoli è autore del libro Le meraviglie della natura, dove, col suo stile grossolano, narra, fra tante altre, della «antipatia dei cavoli, delle canne colle felci», di frutti che si «convertono in uccelli e in pesci». Cose dell'altro mondo, insomma. Compose pei devoti le Meraviglie della Vergine, le Meraviglie del Purgatorio, e non so quante altre meraviglie. Non vedeva che meraviglie. Per lungo tempo, continuò a meditare sugli argomenti preferiti, come sugli adulatori «simili al polpo», sulle «aringhe che per un'offesa ricevuta abbandonano un tratto di mare», ecc. Ma pazienza le sue fiabe fossero originali: sono brutte copie. La storia di Fraa Zenever, il Porta poteva pigliarla addirittura dai Fioretti di San Francesco, dove si narra appunto «come frate Ginepro tagliò il piede ad un porco, solo per darlo a un infermo». È la stessa novelletta; e chi volesse confrontare la prosa ingenua del trecentista colla poesia del satirico ambrosiano penserebbe a due epoche d'illusioni e d'errori diverse. Fraa Zenever significa Fra Ginepro, un frate che sa benissimo uscire dai gineprai.

Fraa Diodatt è una nota leggenda. Carlo Porta cita il Pratofiorito, da cui disse aver preso il tema. Ma ben prima che frate Ugone de Prato Florido, come si legge ne' suoi Sermones dominicales (Parigi, 1541), narrasse l'estasi centenaria del frate rapito in Dio, ripetevasi, con alcune modificazioni, la stessa leggenda, che è una delle tante medievali. Nei Fioretti di San Francesco si racconta già «d'uno rapimento che venne a frate Bernardo onde gli istette dalla mattina infino a nona ch'egli non si sentì». E si aggiunge: «A questo tesoro celestiale agli amadori di Dio, fu frate Bernardo predetto sì elevato colla mente che per quindici anni continui sempre andò colla mente e colla faccia elevata in cielo; e in quel tempo mai si tolse fame alla mensa», ecc.

Tra i moderni che s'impadronirono della leggenda del monaco, il quale partito dal convento vi ritorna dopo cento anni e non vi è riconosciuto, brillano Carlo Porta ed Enrico Longfellow. Nel Porta, la celia volteriana; nel Longfellow, la sentimentalità. Il Fraa Diodatt dell'uno e il Fra Felice dell'altro si rassomigliano come un'aria buffa del Rossini e una melodia del Bellini. Fraa Diodatt è fratello di Fraa Zenever, benchè questi rimanga in terra e quegli voli al cielo: lo stesso ambiente, lo stesso spirito demolitore, la stessa amenità.

La terza novella, El viagg de fraa Condutt, ci esilara di più. Si tratta d'uno di quei frati che, sfratati per decreto napoleonico, indossavano l'abito da prete, e venivano chiamati, al pari di tanti loro compagni fuori di Milano, per celebrare qualche messa o per figurare in qualche processione di qualche sagra di villaggio.

Anche Fraa Condutt, travestito da prete, come la Chiesa permetteva, esercita quel mestiere randagio. Il Porta lo dipinge orrido, sudicio, vestito al pari dell'ultimo pezzente, e preso da

quella gran golascia

Del dinar, che el le rod e el le sassina.