D'avè abolii la Santa Inquisizion!

Chi fra que' preti ed ex frati afferma che simili scandali sono conseguenza dei peccati che si commettono; altri pensano che la vera causa risieda nelle candele magre, sottili sottili, offerte ai sacerdoti nei battesimi e nei funerali. Ma un pretaccione si alza e, guardando di tanto in tanto fisso Meneghino, spiffera tutta una filippica sulla cagion vera degli scandali; e la cagione (egli dice, o meglio tuona) sono gli operai, col loro biasimevole contegno: i beoni, gli oziosi, i mariti imbecilli che lasciano ogni libertà e licenza alle mogli, e via via.... Una requisitoria in piena regola sui mancamenti, sui vizi del popolo. E il terribile censore finisce col vibrare un'occhiataccia a Meneghino, che pare voglia avvelenarlo. Ma Meneghino gli risponde fierissimo per le rime, enumerando tutti i vili mercimoni dei preti; fra altri i prezzi pei rintocchi delle campane che suonano l'agonia dei morenti.

I rintocchi di campane per accompagnare un agonizzante all'altro mondo valevano, infatti, tanti soldi per ciascuno. Non tutte le chiese potevano però sonare le agonie. Nello almanacco Milano sacro erano segnate quelle che godevano del lugubre e lucroso privilegio.

Peccato che Meneghino, in un'altra poesia del Porta, faccia sì deplorevole figura! Nel Brindes de Meneghin a l'ostaria egli inneggia, col bicchiere in mano, all'imperatore d'Austria, Francesco I, il nuovo padrone dispotico di Milano, gridando a squarciagola:

Viva semper Franzesch nost patron!

E arriva a chiamarlo:

Quel patron caregh râs de vertù (colmo di virtù).

Ma egli è all'osteria, si badi. Dev'essere brillo per lo meno, con tutti quei vini che ingolla. Manco male che egli, sopra tutti i vini stranieri, esalta, con patriotico slancio, i vini nostrani; nel suo indiavolato ditirambo, che per vivezza pittoresca di frasi e impeto e furor bacchico e loquacità allegra, propria dei beoni di buon cuore, si lascia indietro lo stesso modello classico, Bacco in Toscana del Redi, e, più ancora, El vin friularo, ditirambo del poeta veneto Pastò, probabilmente letto dal Porta durante il suo soggiorno a Venezia; quel Lodovico Pastò, al quale si deve una piccante satira di depravati costumi femminili: Le smanie de Ninetta in morte de Lesbin; la quale, per il soggetto canino (Lesbin è un cagnetto....) si può mettere accosto alle tenerezze della marchesa Travasa per la famosa Lilla. Ma il Porta non discende sino alla malizia del Pastò.[48]

Meneghino, che Cesare Cantù riconosce sotto le vesti del povero operaio, goffo, spavaldo, ben bastonato Bongee, comparisce nel birœu di ex monegh, ardito, vivacissimo polemista. Non le piglia più, le dà. Sono botte morali, poichè sono ancora lontane le Cinque Giornate. Egli è ancora servitore, semplice servitore, come una volta; ma in mezzo alle monache cui serve, in mezzo ai preti, alza la testa, la fa da padrone; di più, è quasi rivoluzionario. In un conciliabolo di religiosi che rappresentano il passato, egli rappresenta i nuovi tempi.

Birœu non significa altro che servitore; peggio, servitoraccio. E birœu de la festa era il nome che si appioppava a que' servitori che certe signore di poco conto o dame gonfie di fumo prendevano a pagamento solo la domenica (onde Domenichino, Meneghino, Meneghin) per condurselo dietro e comparire da qualche cosa.