E pœu d'estaa? voo al Gall,[63]
Voo alla Scala, voo al Gamber, voo ai Tri Re.[64]
Voo in l'Oronna putost che no a on cafè![65]
L'amico più caro, col quale il Porta avrebbe voluto toccare il bicchere, sarebbe stato Tommaso Grossi, il suo buon Grossi, ch'egli aveva conosciuto poco più che giovanetto, avendo l'autore del Marco Visconti sedici anni meno di lui, essendo nato nel 1791 a Bellano, là, in quel grazioso paesello del lago di Como che gl'ispirò belle pagine, e sopra tutto quella commovente della morte del barcaiolo Arrigozzo annegato durante una notturna bufera nel lago: pagina eterna.
Non avevano segreti quei due amici: si dicevano tutto; si consigliavano fraternamente di tutto.
Tommaso Grossi dimorava a Treviglio, città tranquilla, nel Bergamasco, in casa d'uno zio canonico liberale. Quando veniva a Milano assisteva alle riunioni letterarie che alla domenica si tenevano in casa del Porta; riunioni che si chiamavano «la Cameretta». Con questo nome designavasi, una volta, una riunione di sessanta decurioni scelti dalle famiglie patrizie milanesi, i quali nelle loro assemblee trattavano i pubblici affari: e la frase fà cameretta esprimeva far crocchio, tenere seduta, per lo più ristretta e segreta. In quelle domenicali riunioni gli amici leggevano i propri lavori in piena intimità, senza pubblico, senza pompa.
Appena Tommaso Grossi lasciava gli amici e ripartiva per Treviglio, sentivasi svogliato e triste; provava «un vuoto infernale nel cervello e in tutto il corpo fuorchè nel cuore che, non essendo posseduto da nessuna femminina contagione, è tutto vostro, tutto quanto», scrive al Porta, cui ben presto confesserà le proprie pene amorose. Quando non può partecipare alle riunioni presedute dal Porta, si consola coll'assistervi in ispirito: «Tutte le volte che arriva la domenica, io volo col pensiero in casa tua, là, in quella sala, a mano dritta entrando per l'anticamera, e sto seduto in mezzo a tanto senno, gonfio e pettoruto del titolo, scroccato immeritamente, di membro della «Cameretta», e veggo te che sei il presidente, e mi par di sentirti leggere qualche tua poesia, e gongolo».
Il Porta recitava mirabilmente i propri scherzi, rimanendo serio, il che dava maggior risalto al comico delle sue poetiche creazioni. Nessun sorriso su quel volto, che assumeva l'aspetto d'un grand'inquisitore; e gli ascoltanti a prorompere allora in fragorosa ilarità.
Non usciva verso dalla penna dell'autore del Bongee che il Grossi non lo vedesse fra' primi. La Nomina del cappellan accrebbe più che altra poesia gli entusiasmi dell'amico che gli scriveva rapito della «squisita, amenissima cosa». E ancora: «Non ti so dire quanto sia piaciuta a tutti quelli cui l'ho fatta sentire: se ne fecero tre copie, ed anche attualmente l'originale non l'ho io, e gira attorno a delizia degli orecchi trevigliesi».
Una delle dolci espansioni del Grossi è: «Ti prego, in nome di quella tenera amicizia che mi accordi e di cui vado superbo, di scrivermi tosto e di scriver molto».