La gentilezza fiorisce nel Grossi, anche quando non parla dell'amico all'amico. Gli narra le vicende d'una buona famiglia così:
«Caro Porta, che delizioso spettacolo quello d'una madre che rivede suo figlio dopo una lontananza di tanto tempo!... Io ho partecipato alla gioia di quella buona famiglia ed ho passato una giornata delle più belle di mia vita: che contento! che effusione di cuore! Le parole non vi arrivavano; bisogna piangere del piacere; e, difatti, ho pianto anch'io con loro, ma d'un pianto deliziosissimo!...»
Nel Politecnico, periodico di scienze ed arti (annata 1866), si legge una amena lettera di Carlo Porta a Tommaso Grossi; lettera autobiografica. La vita di pubblico impiegato del poeta v'è dipinta, e vi batte il suo cuore d'amico fedele:
«Amico carissimo,
Barbaro traditore,
Mandar lettere chiuse?
Non ti allattâr le muse,
Non ti fu padre Appol.
»C'è mancato proprio proprio un cece che la vincesse sopra di me la tentazione di alzare adagio adagio quel tantino di ostia, e mi mettessi a leggere quelle due letterine che mi hai compiegate. La tua crudeltà meritava questa soperchieria, ma la religione mia ha trionfato, e mi ha fatto rispettare, come rispetto, quell'invido azimo che mi nasconde tanto tesoro. Dio me ne rimuneri! A quest'ora avrai avuto una lunghissima mia, scritta un po' di notte alle spese del sonno, ed un po' di giorno tra lo strepito del denaro, e le querimonie dei creditori di S. M. che mal soffrono la mia vacanza del mercoledì e del sabato. Nè questa circostanza io l'accenno perchè dalla bontà tua mi si conceda un passaporto a tutti i maccheroni che avrò stampati in essa lettera, ma perchè ti piaccia incolpare tutt'altri che me, e la volontà mia se lascio sfuggire qualcuna delle ordinarie occasioni che mi offre san Paolo (sic) per codesto paese. Anche oggi scrivo nel mio modo solito, nel tiretto cioè del mio bancone di ufficio, e tratto tratto conviene che lasci la penna per servire i bravi e buoni reverendoni della campagna che vengono a truppe a riscuotere le loro congrue ed i redditi de' loro benefizi. Stamattina alle ore cinque e mezzo è partito il nostro amatissimo Tacchini, che speriamo di ritorno fra tre mesi. Io l'ho posto in carrozza, e siccome mi ha caldamente raccomandato di salutare per lui tutti gli amici comuni, così saluto te per primo, che occupi uno de' posti più distinti nel suo cuore. Partito Tacchini, corsi per isbalordirmi al Duomo e salii in fretta in fretta fino alla loggia ultima, quella che gira in cerchio sotto i piedi della Madonna, e lassù mi gustai un eccellente caffè che il pietosissimo don Camillo, altro degli ostiari, ebbe la degnazione di recarmi sotto la veste talare pel solo magro compenso di goderne gli avanzi. Di là spinsi un paio d'occhioni anche verso codesto Treviglio, ma non potei fissarne che il meridiano, ossia il luogo ove dovrebbe essere verosimilmente piantato, e sarà miracolo se vi sarà giunto qualche pezzo di quella benedizione papale, che ho tagliata giù senza economia e diretta con tutto l'animo a codesto paese. Mi fa gratissima sensazione quanto mi dici di tuo zio, così pel cangiamento a riguardo tuo, come per la soddisfazione che egli ha della nostra amicizia. Io pure desidero di conoscerlo personalmente e l'avrò per un regalo squisito di conoscerlo presto. Quanto a' miei strambotti, tu mi conti cosa da farmi .... sotto dal gusto, poichè finora ho sempre tremato per la mia gloria poetica, tuttevolte che passarono per le orecchie dei preti. Io non mi sono mai accorto d'essere poeta morale, e ciò sarà forse uno di quei doni di Iddio che ci entrano in corpo per afflato e di cui ci si trova al possesso senza avvedersene. Per di meglio, io sono il bue che non conosce la propria forza. Rossari non l'ho più visto da sabato a questa parte, e credo che non lo potrò vedere prima di domattina, dunque le commissioni tue per lui rimangono per forza aggiornate. Mi spiace che l'appetito ti giovi meno costà che in Milano. Credo anch'io che il caldo ne avrà in parte la colpa, ma guàrdati che l'applicar troppo colla mente non faccia il resto. Caro amico, poni mente ai precetti dello zio che sono santissimi e godi in santa pace quel buontempone che ti prepara, il quale goduto colla mia ricetta è il ristoro specifico del corpo e dell'anima. Oh caro quel far nulla! non vorrei essere il duca Litta per altra cosa, che per dormire un mese di seguito e farmi fare intorno ogni faccenda dalle altrui mani. Anche delle tempeste mi sono tolto la mia parte di cruccio e mi spiacquero le notizie che mi sono venute da te, quelle che mi arrivarono da altri amici ma più di tutto quelle che mi pervennero da Torricella, ove in quelle mie poche badilate di terra la Provvidenza ha lavorato di gragnuola una mezz'ora dippiù del bisogno per dissetarle. Non farò per questo la buggera del nostro celebre Ceriani, che si accorò tanto della stessa disgrazia che sta ora per riconsegnarsi al seno di Abramo.
»Non dirai che non t'abbia seccato quanto che basti. Addio; ricòrdati del Ceriani, e tollera in pace questa tempesta che ti porto io.