Ben altro linguaggio tennero sempre due illustri amici di Carlo Porta: Ugo Foscolo e Giovanni Berchet! E quanti altri mai, per fortuna nostra!
Ma l'apatia del Porta si notava allora in molti. La stessa Consulta dovette umilmente confessarlo in un suo rapporto ufficiale.[68]
Ma ecco si annuncia, fra la grande emozione, che Napoleone sta per arrivare ed essere incoronato re nel Duomo. La notte sopra il 9 maggio 1805, infuria un turbine, che rovescia l'arco di trionfo eretto davanti al palazzo reale. Il novello sovrano ha voluto sostare a Pavia, dove all'avvocato Camillo Campari, con la perfida sua impudenza, ricordava: «Siamo vecchi conoscenti». E alludeva a un giorno orribile, il 25 maggio 1796, quand'egli, sfondata col cannone la porta della città decisa a non riceverlo, l'aveva abbandonata al saccheggio. Entrando nell'aula dell'Università, inchinato dai professori, Napoleone chiese al medico Carminati qual differenza trovasse «fra la morte e il someglio». Il professore, che non conosceva il francese, non capì che Napoleone aveva tradotto in quel bel modo il vocabolo sommeil, e improvvisò una dissertazione fra la morte e il suo meglio.[69]
Più ameno un altro medico demagogo, poi diventato preclaro, e conte e senatore del Regno italico, Pietro Moscati, che sosteneva essere l'uomo creato per camminare con le mani e coi piedi insieme.
«Da che porta entrerà Napoleone?» domandavano i Milanesi.
Neppure le autorità lo sapevano. Quando si seppe ch'egli giungeva da Pavia, si eresse a Porta Ticinese, ribattezzata poi Porta Marengo, un arco trionfale. Tutto il 9 maggio gran folla sulle vie, le case addobbate. Alle sei della sera, Napoleone entra alla fine in Milano, in un corteggio fantasmagorico interminabile.[70] Precedono i consultori, in mantello di seta verde e cappello con piume bianche; i consiglieri di Stato e i membri del Corpo legislativo vestiti pure in verde e oro; i membri dei Collegi elettorali con tanto di ciarpa dalle frangie d'oro; i funzionari pubblici in vesti dorate; i possidenti con ciarpa bianca, turchina i dotti, rossa i commercianti; e seicento corazzieri; e Napoleone Bonaparte in sontuoso cocchio, con Giuseppina, tirato da otto cavalli, seguito da quindici altri cocchi a sei. Davanti alla scalinata del Duomo, il regale cocchio si ferma. Sugli scalini sta ad attenderlo, in alta pompa, il nuovo arcivescovo Caprara con sedici vescovi in mitria e dieci vicari, e tutti discendono. Il Caprara pronuncia augurii devoti, ardenti, incensa il «Giove terreno» e l'imperatrice beata.
Ma la moltitudine non accoglie Giove con manifestazioni di giubilo verace. Mademoiselle d'Avrillion lo confessa nei suoi Mémoires:
Tous les services étaient réunis et formaient un magnifique cortège; la population garnissait les fenêtres des maisons et affluait dans les rues. Néanmoins, nous remarquâmes je ne sais quoi de contraint dans les acclamations qui saluèrent leurs majestés; les cris furent plus populaciers que populaires; enfin, il n'y eut point de joie réelle; je ne sus à quoi l'attribuer: je sais seulement que l'empereur en parla à l'impératrice, mais je n'en appris pas davantage, sa majesté ayant gardé avec moi le plus profond secret à cet égard.[71]
Ma arriva il 26 maggio, il gran giorno dell'incoronazione a re d'Italia.
L'aurora spunta radiosa. Milano è tutta in curiosità, in aspettazione, e in festa almeno apparente.