Nel Duomo, sfarzosamente parato di diffusa seta vermiglia, irradiato da mille lumi, risonante di musiche e di canti, alla presenza degli ambasciatori inviati dalle potenze straniere, il piccolo, esile, livido eroe, nell'ampio mantello di velluto verde dal lungo strascico, sostenuto dai grandi scudieri di Francia e d'Italia, in uniforme di gala; seguìto dai ministri, dai consiglieri, da ufficiali, decoratissimi, da araldi, dalle dame che portano doni, e da paggi all'uso medievale, incede rigido, altero, girando qua e là «i rai fulminei», stringendo, nella destra, lo scettro e, nella sinistra, la mano della Giustizia. Dal Castello tuonano le artiglierie; suonano, conclamanti, le campane di tutte le chiese.
L'imperatrice, giunta a mezzogiorno nel tempio, è ritta, già nella tribuna a lei destinata, con la cognata Elisa. Napoleone a passo sicuro, superbamente, attraversa la cattedrale, sotto un ricco baldacchino dorato, sorretto dai canonici, e sale sul trono rialzato nel coro. Squilla ora una marcia trionfale; echeggiano applausi; e l'arcivescovo Caprara intuona il Veni, Creator....
Sull'altar maggiore, posa la «Corona ferrea», venerata da dodici secoli nella basilica di Monza. Si dice formata da un chiodo della Croce; ma è leggenda non antica.[72] Il pontefice san Gregorio Magno la diè, secondo una non immutata tradizione, alla pia regina longobarda Teodolinda, perchè servisse a incoronare i re d'Italia. La prima certa incoronazione fatta con quel cimelio, è del 1081, sulla testa d'Enrico IV. Napoleone l'aveva predata nel 1796 (cosa che nessun conquistatore aveva osato) e portata a Parigi; poi la restituì.... per incoronarsi di propria mano.
Infatti, l'arcivescovo Caprara la prende, e fa atto di porla sul capo di Bonaparte, ma questi l'afferra con ambe le mani, se la calca sulla testa, e, nel silenzio profondo del solenne momento, con la sua voce stridula ma terribile, grida: «Dio me l'ha data, guai a chi la tocca!» Poi la colloca un istante sulla testa di Giuseppina e la rimette sull'altare. Consegna al figliastro Eugenio la spada, e, durante la messa cantata, al Credo, pronuncia ad alta voce il giuramento «di mantenere l'integrità del regno, di rispettare e far rispettare la religione dello Stato, l'eguaglianza dei diritti, la libertà politica e civile, l'inviolabilità delle vendite dei beni nazionali, di non levare alcuna imposta, di non stabilire veruna tassa che in virtù della legge, di governare con la sola mira dell'interesse, della felicità e della gloria del popolo italiano».
Si fa profondo silenzio. Il capo degli araldi d'arme s'avanza e proclama a voce sonora: «Il gloriosissimo e augustissimo imperatore Napoleone è incoronato e intronizzato. Viva l'imperatore e re!» E mille voci ripetono: «Viva l'imperatore e re!»
Il giorno dopo, Napoleone nomina il principe Eugenio vicerè del Regno italico, serbando a sè le sovrane attribuzioni in tutto e per tutto.
Quando Napoleone si calcò con tutt'e due le mani sulla testa la Corona di ferro era raggiante di gioia, narra nei Mémoires mademoiselle Avrillion, la quale assisteva alla cerimonia, e soggiunge queste veridiche parole:
Lorsque l'on fut de retour au palais, j'étais occupée dans la chambre de l'impératrice, quand l'empereur y vint: il était d'un gaîté folle; il riait, il se frottait les mains, et dans sa bonne humeur il m'adressa la parole: «Eh bien! mademoiselle, me dit-il, avez-vous bien vu la cérémonie? Avez-vous bien entendu ce que j'ai dit, en posant la couronne sur ma tête?» Il répéta alors, presque du même ton qu'il l'avait prononcé dans la cathédrale: Dieu me l'a donnée, gare à qui y touche!
Napoleone, assistito dalla sua stella, si avviava felicemente verso il culmine della potenza, e poteva ridere.
Fu dato un gran ballo, in onore delle loro maestà. Molte signore; ma i loro vestiti erano meschini e non freschi, dice mademoiselle d'Avrillion parlando delle milanesi. Molti diamanti antichi di famiglia, ma male legati, soggiunge; e dello stesso parere era Giuseppina, che ne possedeva soltanto di moderni, acquistati di fresco....