Ben presto, un ordine ristabilì una commissione militare condannante senza revisione. I condannati erano puniti con la morte entro ventiquattro ore. E bisognava ben pulire Milano, perchè ella era chiamata a essere la capitale d'un regno; focolare e centro di una vita nuova, di cultura, di legislazione. A un grande compito la città di Milano era chiamata da Napoleone: a mettersi a capo della civiltà italiana; e Milano, allora, arricchita d'uomini sommi, in essa chiamati o convenuti, rispose magnificamente all'appello inusitato.
Milano, co' suoi nuovi istituti, con le nuove riforme, divenne una metropoli animatissima, florida, invidiata. Il denaro correva. «Essa è la sola città, scriveva Napoleone, che abbia tutto guadagnato in sì breve tempo e con sì scarsi sacrifici».[73]
Sì; ma il donatore rinfacciava il dono. E ad Eugenio scriveva da Saint Cloud: «Non lasciate dimenticare agl'Italiani che io sono padrone di fare quello ch'io voglio.... La vostra divisa è semplicissima: l'imperatore vuole così!, ed essi sanno ch'io non muto voleri».
E ciò poco tempo dopo il solenne giuramento in Duomo, che conosciamo!...
Ma l'inflessibile dispotismo napoleonico, larvato di crescenti fulgori, imprimeva la sua grandiosità in tutta la vita di Milano. Ricevimenti fastosi a Corte, feste e feste dappertutto, e continue; spettacoli, musiche, canti, balli, intrecci d'amori: una vertigine gioconda. Nella immensa Arena, costruita su disegno dell'architetto Luigi Cagnòla per cenno di Napoleone, s'imbandì, nel 1809, un banchetto a tremila soldati, presieduti dal generale Pino. Immaginarsi quale frastuono assordante di voci, d'evviva, quale cozzo di bicchieri, quale acciottolìo di piatti e di scodelle! Tutti mangiavano con le mani, s'intende, come usava Napoleone.
La vecchia aristocrazia aveva rimessi alla luce tutti i suoi titoli; e la nuova aristocrazia, creata dal Bonaparte in barba alla Rivoluzione francese dalla quale era sorto, gareggiava con la vecchia nello sfoggio delle novelle corone. Le decorazioni imperiali piovevano abbondanti. Non se n'erano mai viste in sì gran numero, e si ambivano, si sfoggiavano spesso in occasioni di visite principesche, di ricevimenti a Corte, di spettacoli eccezionali alla Scala.
Alcuni dell'antica arcigna aristocrazia affettavano di rimanere sdegnosi in disparte dal fastoso, allegro bailamme. Recentissima era la tomba del conte Carlo Archinto, grande di Spagna, tenace ai propri ricchissimi forzieri, ma più ai titoli avìti. Un giorno, per un malaugurato accidente, rimase rinchiuso entro la cripta nella quale nascondeva mucchi di monete d'oro. Solo dopo parecchie ore di mortali angoscie fu scoperto dal fido cameriere. Per lo spavento di rimanere sepolto colà si ebbe, vecchio qual era, una scossa sì forte che in breve uscì di vita. Lasciò larghe dovizie all'Ospedale.
Milano, divenuta capitale del Regno italico, comprendeva 24 dipartimenti, che si estendevano sino a Fermo e Macerata, con 2155 comuni e 6,700,000 abitanti. Milano contava 146,780 abitanti, compresi i sobborghi (Corpi Santi).
Eccelsi, forti ingegni illustrarono, come si è detto, il Regno italico: Ugo Foscolo, il fulvo indemoniato Ugo, che diè di «liberal carme l'esempio», appassionato, stupendo poeta di sepolcri, di eroi, di grazie e femminili bellezze; Vincenzo Monti, che parve esprimere nella sua sonante magniloquenza la grandiosità del frastuono e bagliore napoleonico; in luogo dell'invano desiderato Antonio Canova, statuario innovatore divino della classica purezza, splende il Pacetti statuario del Duomo; e Andrea Appiani, nobilissimo classicista del pennello, di gentil volo. L'astronomo abate Oriani, figlio di poveri contadini, che aveva negato il giuramento alla Repubblica; l'astronomo Piazzi, che scoprì Cerere; Alessandro Volta, il cui nome resta congiunto per sempre a quello di Galileo e del Newton, sommo e nuovo in ogni ramo di scienza trattato dal suo genio, grandeggiano. E Angelo Mai («italo ardito» lo saluta il Leopardi in una famosa canzone), scopritore di classici antichi; e gli anatomici Paletta e Scarpa; il Moscati medico, fisico; il Monteggia chirurgo; e il Cicognara storico della scultura; e Giuseppe Bossi pittore e poeta; e Lorenzo Mascheroni, matematico, ellenista e poeta; e lo Zanoia architetto e poeta pariniano; e gli altri architetti Canonica, Cagnòla, Antolini, che rinnovano quasi mezza Milano nel vertiginoso periodo di nuovi palazzi e nuove ville; e l'ingiustamente dimenticato Augusto Bellani, di Monza, chimico e fisico; e il Paradisi geometra; e quali giuristi! e quali ingegneri stradali e idraulici portentosi! Ecco: Domenico Romagnosi manda alla luce, a soli ventisette anni, l'imperitura Genesi del diritto penale. E quanti altri mai ingegni più o meno preclari, come Melchiorre Gioja statistico, Giuseppe Prina e Giuseppe Pecchio finanzieri, Pietro Custodi economista, il Landriani scenografo di magico effetto, il Viganò coreografo. Giuseppe Longhi, maestro del bulino, fonda una scuola. Non «organo della vulgarità», come lo chiamerà il Cantù, ma voce aperta del suo tempo, fiorisce Carlo Porta. E sorge il Manzoni.
Qui s'apre l'Istituto italiano di scienze e lettere, celebre per le ammissioni, più celebre per le volute esclusioni (Ugo Foscolo viene escluso e accolto invece il padre Francesco Soave!...); qui si forma l'Accademia di belle arti e una pinacoteca; qui si istituisce la Società d'incoraggiamento alle scienze ed arti; e il Conservatorio di musica, e la Scuola di ballo, nido di ammirate, bramate popolane bellezze e di danze leggiadre, aeree....