Disend: — L'è Bonapart che inscì ha voluu.[79]

L'Austria, nel 1809, pretese di sorprendere Napoleone, movendogli d'improvviso duplice guerra: sul Danubio e sull'Isonzo. E il Bonaparte, che aveva preveduto l'assalto della nemica, volò al Danubio in persona contro l'arciduca austriaco Carlo, e spedì il vicerè del Regno italico, Eugenio Beauharnais, sull'Isonzo contro l'arciduca Giovanni. Impaziente di segnalarsi, Eugenio attaccò il nemico sulla pianura di Sacile, ed ebbe la peggio. Già i fautori dell'Austria a Milano ne gioivano; quand'ecco, per le rapide vittorie di Napoleone, l'arciduca Giovanni ha ordine di ritirarsi; ed Eugenio allora a inseguirlo, mercè il Macdonald che Napoleone, per riparare al mal fatto di lui, gli pose a' fianchi. L'abbattimento che aveva invaso i Milanesi, e specialmente gl'impiegati napoleonici, all'annuncio delle batoste d'Eugenio, si mutò in gioia, che crebbe quando si seppe che a Wagram le forze unite di Napoleone menarono strage e operarono miracoli. S'improvvisarono banchetti, feste. A un pranzo alla Cascina dei pomi, nel sobborgo di Milano, allora famosa per le gite amorose ed epicuree, Carlo Porta lesse un brindisi che ritrae quelle paure, quegli sbigottimenti all'idea di ritornare alle sevizie già patite sotto gli Austro-Russi vittoriosi dei Francesi, ed è ebbro di giubilo, per la vittoria. Il brindisi finisce con un evviva a Napoleone.

La rotta degli Austriaci ispirò anche un felice sonetto, in cui è riprodotto il duro caratteristico linguaggio italo-teutonico che gli Austriaci balbettavano fra noi. Comincia: Ti, povera Franzisch, granta balocch: ma, benchè esso vada sotto il nome del Porta, di cui è degno, non è certo del Porta. Fra gli autografi del poeta da me esaminati non lo trovo: lo trovo invece nell'Archivio di Stato di Milano (busta: Poesie vernacole), ma è scritto da mano altrui. Francesco Cusani crede che sia di Giuseppe Bernardoni, e non erra.

Napoleone alla fine del 1806 giunse al vertice più raggiante della sua potenza in Europa. Domata l'Austria, annichilita la Prussia, vinta la Russia ad Austerlitz; e Germania, Spagna, Italia, Olanda soggette a lui; chi più lo affrontava?... Ma se Napoleone dominava la terra, gl'Inglesi dominavano il mare. Gli avevano distrutta la flotta a Trafalgar; perciò dovette abbandonare l'idea d'uno sbarco in Inghilterra.

L'odio che Napoleone aveva giurato agl'Inglesi, gl'inspirò quel blocco continentale che gli economisti deplorarono come follia. Nessuna manifattura inglese, nessuno de' generi coloniali che dall'Inghilterra si diffondevano in tutta Europa, poteva entrare ne' mercati europei. Così rovinava il commercio che rendeva potente quell'isola, e, nello stesso tempo, rovinava gl'interessi de' propri sudditi. Le merci inglesi, che per contrabbando audacissimo scendevano a Milano per la via della Svizzera, venivano, se scoperte, rumorosamente sequestrate e bruciate in falò spettacolosi davanti alla popolazione sulle piazze. Il sacerdote Luigi Mantovani, autore d'un minuzioso diario di que' tempi conservato nella Biblioteca ambrosiana, narra: «Il 19 novembre 1810, in Piazza dei Mercanti, verso mezzogiorno, furono bruciate varie manifatture inglesi, gilè, fazzoletti, percalli, che giacevano da anni nei magazzini dei negozianti Perlasca e Milius. Il popolo parte rideva e parte cospettava (sic)....» Carlo Porta, in un sonetto, dipinge appunto quei falò della Piazza dei Mercanti di Milano, e allude anche al caffè che pure si bruciava sulle piazze e a quello che, non ostante i fulmini napoleonici, si assaporava nelle case degli agiati col gusto de' frutti proibiti. Fra i numerosi frammenti inediti di poesie del Porta trovo allusioni al caso del caffè e dello zucchero ben più fiere di quel sonetto di carattere politico. Il poeta, nell'autografo, pose questa postilla: «All'epoca ch'io scriveva questo sonetto, Napoleone era in furore cogli Inglesi, e non voleva alcuna cosa da loro, tampoco zuccaro, tampoco caffè. Quindi il prezzo di questi due generi era salito a lire 6 il primo e a lire 5 e 5,10 il secondo, per ogni piccola libbra».

Napoleone, come abbiam visto, aveva consigliato al figliastro Eugenio, quando lo nominò suo vicerè, di non servirsi delle spie. Ma, a soffocare il contrabbando delle manifatture e dei coloniali inglesi, si sguinzagliarono dappertutto guardie daziarie e spioni. Lo spionaggio era incoraggiato dal governo col premio d'un terzo delle multe e delle confische.

Ma il fulmine di guerra non posa. È ancora verso la Russia ch'egli librerà a volo la sua aquila.

Napoleone ordina d'allestire nel Regno italico trentamila soldati con cento pezzi d'artiglieria per la spedizione nel 1812, che vuole sferrare contro la Russia; e molti giovani milanesi, accesi dal desiderio di gloria, affascinati dal genio del duce sempre vittorioso, corrono al Castello a farsi soldati napoleonici. I racconti esagerati de' veterani sui sicuri trionfi accrescono il loro entusiasmo. Quanti giovani, trattati finora dagli stessi loro parenti come bietoloni, corrono, pieni d'ardore marziale, a vestire l'assisa del soldato!

Siamo giunti ormai al memorando 1812. I soldati del Regno italico, comandati dal vicerè Eugenio Beauharnais, già si battono da eroi negli scontri coi Russi. Già l'annuncio delle vittorie napoleoniche a Ostrowno, a Polotzk, a Mohilow, a Smolensck, alla Moscowa, giungono a Milano; e nell'aria è uno scampanìo festoso, e nelle chiese un echeggiare di Te Deum, mentre le madri palpitano pei figli lontani, non ostante che al conte Paradisi, presidente del Senato, e ai ministri arrivino, sull'ottimo stato delle truppe, lettere che si leggono ne' crocchi e il cui contenuto consolante si diffonde per la città....

I preti, che tacitamente odiano Napoleone, cantano adesso il Te Deum per ringraziare il cielo di quelle vittorie e d'aver salvato Napoleone.