Mentre poteva, a un minim cenno vostro,

Nascer plebea, un verme vile, un mostro,

Io vi ringrazio che d'un sì gran bene

Abbiev ricolma l'umil mia persona....

Tale linguaggio parlava donna Fabia del Porta: lo stesso linguaggio spropositato di donna Quinzia, in una commedia milanese di Carlo Maria Maggi, vissuto un secolo prima.

V'erano bensì alcuni nobili, i quali per ingraziarsi i democratici spadroneggianti sprezzavano, o fingevano di sprezzare, le corone avite; ma quanti altri le tenevan più care, più strette nel loro pugno! Un conte Gaetano Porro (ch'ebbe fine infelice) guidò nei torbidi giorni della Repubblica Cisalpina una turba di furibondi a far saltare sotto i colpi dei martelli i fregi gentilizii delle tombe nella chiesa di San Marco. Altri nobili, invece, la pensavano al pari del conte Vittorio Alfieri, che nelle Satire tuonava:

Vano è il vanto degli avi. In zero il nulla

Torni; e sia grande chi alte cose ha fatte,

Non chi succhiò gli ozj arroganti in culla.

Ma, se prod'uom, di prodi figlio, intatte