Fa sonetti a migliaja il conte figlio....

La contessa Maria Castelbarco Freganeschi era grande maîtresse della Corte vicereale; perciò, ogni giorno, allo scoccar delle due, il carrozzone co' servi in livrea di lusso stava ad aspettare a piè dello scalone per condurre la contessa a palazzo; e da una finestra, una vaghissima fanciulla dai grandi occhi, Cristina Trivulzio, colla madre, sogguardava intanto sulla via l'uscita fragorosa della carrozza con la signora.

La marchesa Vittoria s'era sposata ben presto in seconde nozze al giovane marchese Alessandro Visconti d'Aragona, ed era andata ad abitare col secondo marito e coll'unica figlia del primo, in un'ala di quel palazzo. E fu là che Cristina, la futura principessa Belgiojoso, sviluppò la viva intelligenza; specialmente l'intelligenza musicale. La madre, innamorata dell'arte de' suoni, ne trasfuse nella figlia il sentimento; e in lei lo accrebbero poscia la Malibran, la Pasta e il maestro Nicola Vaccaj, che visitavano la madre, eseguendo in quelle sale musiche appassionate e gentili, onde tutta l'aria d'Italia allora vibrava.

Alessandro Visconti d'Aragona, uscito da una grande, storica famiglia, accresceva lustro al proprio nome. La madre di lui, contessa Virginia Ottolini, occupava un'alta carica nella Corte vicereale. Il padre, marchese Serafino Alberto, era uno di quei tipi strani di cui parlavamo. Stava in campagna tutto l'anno a Castelletto sul Ticino e ad Ornavasso, con una folla di gatti: passava l'intera notte fino all'alba a recitare col cameriere i salmi e il rosario: all'alba, si coricava tranquillo per rifare nella notte l'ascetica vita di prima. Il dormire di giorno e il vegliare la notte fu, d'altra parte, la vita di molti nobili sulla fine del Settecento e sul principio del secolo XIX; e Ippolito Pindemonte, innamorato della vita campestre, nelle fluide, lucide ottave del suo Mattino, punge quel controsenso e l'usanza malsana.

Simpatico l'aspetto del Visconti d'Aragona: faccia rotonda che emerge dai solini e da un cravattone enorme: begli occhi, bella la fronte spaziosa, resa più spaziosa dai radi capelli. Entusiasta del Rousseau, inclina al sentimentalismo sospiroso; nello stesso tempo si occupa d'agricoltura con dottrina non comune. Facile agli slanci d'ammirazione e, nello stesso tempo, ombroso, sospettoso. Quanti possono competere con lui nelle cognizioni botaniche? Egli non si arresta solo a studiare le piante; le coltiva con sapienza per abbellire giardini; e disegna giardini. Le bellezze dell'arte lo esaltano; ma ama ancor più la patria, a cui vuol donare liberali istituzioni; e quest'amore lo spinge al pericolo, alla soglia dello Spielberg.

Egli è amico di casa Manzoni, e il sommo scrittore lombardo gli mostra benevolenza. Frequenta il liberal conte Luigi Porro Lambertenghi, e, nella casa del conte, trova Silvio Pellico; trova Giovanni Berchet, Pietro Borsieri, il Romagnosi, Melchiorre Gioja, il medico Rasori, tutti scrittori di un nuovo giornale, Il Conciliatore, che vuole infrangere i vecchi stampi di convenzione su cui il classicismo si modella e bandisce una poesia popolare, una poesia sentita, una letteratura che viva in accordo col movimento dei tempi. Il marchese Visconti d'Aragona s'incontra, in casa Porro, con un altiero uomo: Federico Confalonieri. E col Confalonieri, e con altri, il marchese Alessandro Visconti d'Aragona fa costruire il primo battello a vapore sul Po, caldeggia il mutuo insegnamento, vuol diffondere la scienza: tutti nobili sforzi, germi di sano progresso che i migliori opponevano al letargo servile imposto allora alle contrade italiane dall'Austria: dall'Austria che, abbattuto il napoleonico colosso dai piedi di creta, era ritornata padrona ed arbitra.

“I grandi uomini sono come le meteore del cielo che si consumano per illuminare la terra„; sembra abbia detto un giorno Napoleone; anche la sua meteora — meteora di sangue — s'era consumata; e l'Austria amava le tenebre. Nelle Memorie d'Oltretomba del visconte di Chateaubriand, si legge una pagina verissima sul sonno che l'Austria avea diffuso su una terra appena risvegliata, appena in ascolto della propria coscienza. Lo Chateaubriand era venuto a Milano al tempo della fragorosa occupazione francese, con una lettera di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, per il maestoso Murat; e parla d'allora, parla del poi: è una pagina ammirabile:

A mon passage à Milan, un grand peuple réveillé ouvrait un moment les yeux. L'Italie sortait de son sommeil, et se souvenait de son génie comme d'un rêve divin: utile à notre pays renaissant, elle apportait dans la mesquinerie de notre pauvreté la grandeur de la nature transalpine, nourrie qu'elle était, cette Ausonie, aux chefs-d'œuvre des arts et dans les hautes réminiscences d'une patrie fameuse. L'Autriche est venue; elle a remis son manteau de plomb sur les Italiens; elle les a forcés à regagner leur cercueil. Rome est rentrée dans ses ruines, Venise dans sa mer. Venise s'est affaissée en embellissant le ciel de son dernier sourire; elle s'est couchée charmante dans ses flots, comme un astre qui ne doit plus se lever.[3]

E contro questa morte imposta dall'Austria, lottarono i magnanimi del 1821, lottò il padrigno di Cristina, lottò pertinace, invitta, la stessa Cristina allorchè, più tardi, divenne principessa di Belgiojoso.

— Voglio sudditi devoti, non sapienti, — disse Francesco I allorchè visitò l'Università di Pavia dove Ugo Foscolo avea fatto risuonare la liberale sua voce. E il monarca austriaco non poteva dir frase più adatta per ridestare tutto un movimento, una diffusione di mutuo sapere.