Nella natura dell’anima v’è un compenso per l’ineguaglianza delle condizioni. La tragedia radicale della natura sembra essere nella distinzione di Più e Meno. Come può il Meno non sentire il dolore; non sentire indignazione o malevolenza contro il Più? Badate a colui che ha minori facoltà e voi vi sentite triste e non sapete bene che cosa fare. Egli quasi evita i vostri occhi; egli quasi teme che essi rimbrottino Iddio. Che fare? Tutto ciò pare una grande ingiustizia. Ma avvicinate i fatti, vedeteli da vicino e queste ineguaglianze simili a montagne, spariscono. L’amore le riduce, come il sole fonde gli icebergs in mare. Il cuore e l’anima di tutti gli uomini essendo uno, cessa quest’amarezza del Suo e del Mio. Il suo è mio. Io sono mio fratello e mio fratello è io stesso. Se io mi sento oscurato e sorpassato da grandi vicini, pure io li posso ancora amare; io li posso ancora ricevere; e colui che ama, fa cosa sua propria la grandezza che egli ama. Con ciò io rilevo a me stesso che mio fratello è il mio guardiano, che opera per me con i più amichevoli intenti, e che il possedimento che io tanto ammirai ed invidiai è mio. È della eterna natura dell’anima l’appropriarsi e far sue tutte le cose. Gesù e Shakespeare sono frammenti dell’anima, e con l’amore io li conquido e li incorporo nel mio proprio conscio dominio. La loro virtù non è mia? Il loro intelletto, se non può essere fatto mio, non è intelletto.

Tale è anche la storia naturale delle calamità. I cambiamenti, che feriscono a brevi intervalli la prosperità degli uomini, sono avvisi di una natura la cui legge è lo svilupparsi. È ordine di natura lo svilupparsi ed ogni anima per questa intrinseca necessità lascia il suo intiero sistema di cose, i suoi amici, la casa, le leggi, la fede, come il mollusco sguscia fuori della sua casa bella ma di pietra, perchè essa non permette più il suo sviluppo, e lentamente si forma una casa nuova. Queste rivoluzioni sono frequenti in proporzione al vigore dell’individuo, ed in qualcuno più fortunato esse sono incessanti, e tutte le relazioni mondane lo circondano, diventando, per così dire, una trasparente membrana fluida, attraverso la quale la forma vivente è sempre visibile, anzichè, come per la maggior parte degli uomini, un tessuto eterogeneo di molte età e senza carattere stabilito, nel quale l’uomo è imprigionato. In questo caso c’è ampliamento, e l’uomo d’oggi riconosce a stento l’uomo di ieri. E tale dovrebbe essere la biografia esterna dell’uomo in rapporto col tempo: un abbandono delle circostanze morte giorno per giorno, come egli rinnova giorno per giorno i suoi vestiti. Ma per noi, nel nostro stato ingannevole, stagnante, che non progredisce, che resiste, che non coopera con la divina espansione, questo sviluppo viene a sbalzi.

Noi non possiamo separarci dai nostri amici. Non possiamo lasciar andare i nostri angeli. Noi non vediamo ch’essi escono, perchè degli arcangeli possano entrare. Noi siamo idolatri delle cose vecchie. Noi non crediamo alla ricchezza dell’anima, alla sua eternità ed onnipresenza. Noi non crediamo che vi sia una forza oggi per rivaleggiare o creare nuovamente quel ch’era bello ieri. Noi ci soffermiamo nelle rovine della vecchia tenda, dove avevamo una volta pane e riparo e vita, nè crediamo che lo spirito possa alimentarci, coprirci, e fornirci di nervi nuovamente. Noi non possiamo nuovamente trovare alcunchè così caro, così dolce, così grazioso. Ma sediamo e piangiamo invano. La voce dell’Onnipotente dice: «Alzatevi ed andate avanti, per sempre». Noi non possiamo rimanere fra le rovine, pure non vogliamo affidarci al nuovo; e così camminiamo sempre cogli occhi rivolti, come quei mostri che guardano sempre all’indietro.

Eppure le compensazioni delle calamità appaiono all’intelligenza, anche dopo lunghi intervalli di tempo. Una febbre, una mutilazione, un crudele disinganno, una perdita di ricchezze sembrano al primo momento una perdita completamente irreparabile. Ma gli anni rivelano la profonda forza del rimedio, che giace sotto tutti i fatti. La morte d’un amico caro, della moglie, d’un fratello o d’un’amante, che sembrava dapprima null’altro che privazione, un poco più tardi assume l’aspetto di una guida o di un buon genio; perchè essa comunemente opera delle rivoluzioni nel nostro modo di vita; chiude un’epoca d’infanzia o di gioventù, che attendeva di essere chiusa; rompe un’abituale occupazione od un «mènage» di casa, e permette la formazione di nuove abitudini, più adatte allo sviluppo del carattere; essa permette o limita la formazione di nuove conoscenze, e la possibilità di nuove influenze, che risultano della massima importanza negli anni futuri; e allora l’uomo o la donna che sarebbero rimasti come un soleggiato fiore da giardino, senza terreno per le sue radici e con troppa luce solare per il suo capo a causa della caduta delle mura e della negligenza del giardiniere, sono come il banano della foresta, che dà ombra e frutti alle grandi moltitudini d’uomini che gli sono d’intorno.

QUARTO SAGGIO LEGGI SPIRITUALI

Quando l’atto della riflessione prende posto nella mente, quando guardiamo in noi stessi con la luce del pensiero, noi constatiamo che la nostra vita è legata con la bellezza. Ogni cosa dietro di noi assume, mentre camminiamo, delle forme aggraziate, come fanno le nuvole lontane. Non solamente le cose familiari e vecchie, ma anche le tragiche e terribili sono belle, quando prendono posto tra le pitture della memoria. La spiaggia del fiume, l’alga sulla riva, la vecchia casa, la persona sciocca — per quanto trascurate nell’atto di passare, acquistano una grazia nel passato. Perfino il corpo morto, che giacque nella camera, ha aggiunto un ornamento solenne alla casa. L’anima non vuol conoscere nè deformità, nè pena. Se nelle ore di chiara ragione, noi dovessimo dire la verità nuda, noi dovremmo dire di non aver mai fatto un sacrifizio. In queste ore la mente sembra così grande, che a noi pare, che nulla d’importante possa esserci tolto. Ogni perdita, ogni dolore è particolare; l’universo rimane nel nostro cuore intatto. Nè persecuzioni, nè disgrazie abbattono la nostra fiducia. Nessun uomo mai ha manifestato i suoi dolori così serenamente come egli avrebbe potuto. Potete ammettere che vi sia esagerazione anche nelle parole del più paziente e disfatto tapino che sia mai stato perseguitato. Perchè solamente il finito travaglia e soffre; l’infinito giace steso in sorridente riposo.

La vita intellettuale dev’essere mantenuta chiara e sana, se l’uomo vuol vivere la vita della natura, e non introdurre nella sua mente difficoltà che non lo riguardano. Nessun uomo deve essere incerto nelle sue speculazioni. Faccia e dica ciò che ha strettamente attinenza con lui, ed anche se ignorerà i libri, la sua natura non gli lascerà alcun impedimento intellettuale o dubbio alcuno. La nostra gioventù è tormentata dai problemi teologici del peccato originale, dell’origine del male, della predestinazione e simili. Queste non presentarono mai una difficoltà pratica ad alcun uomo; mai oscurarono la via di chi non andasse fuori della propria strada per cercarle. Queste sono gli umori, le rosolie, le tossi dell’anima e coloro che non le hanno avute non possono parlare della loro salute, nè prescrivere una cura. Una mente semplice non conoscerà queste malattie. È cosa completamente diversa esser capace di rendere conto della propria fede ed esporre ad un altro la teoria dell’unione e della propria libertà con se stesso. Ciò richiede delle doti rare. Pure vi può essere una forza ed un’integrità selvaggia in ciò che egli è, senza questa conoscenza di se stesso. «Pochi istinti forti e poche regole chiare» ci bastano.

La mia volontà non diede mai alle imagini il posto che occupano ora nella mia mente. Il regolare corso di studi, gli anni d’educazione accademica e professionale, non mi hanno insegnato dei fatti migliori di quelli di qualche libro ozioso, nascosto sotto il banco, durante le lezioni di latino. Ciò che noi non chiamiamo educazione, è più prezioso di ciò che noi così denotiamo. Noi, al momento di ricevere un pensiero, non formiamo alcuna congettura intorno al suo valore comparativo. E l’educazione spesso consuma i suoi sforzi nel tentativo di contrariare e di impedire quel magnetismo naturale, che con sicura discriminazione sceglie ciò che gli appartiene. Nello stesso modo la nostra natura morale è viziata da qualsiasi intervento del nostro volere. Gli uomini rappresentano la virtù come una lotta, e si dànno grande importanza per le loro vittorie, e dovunque è fatta questa domanda (quando una natura nobile è interessata): se non è uomo migliore, colui che lotta contro la tentazione. Ma non vi è nessun merito in questa questione. O vi è Dio, o non vi è. Noi amiamo i caratteri a seconda che essi sono impulsivi e spontanei. Quanto meno un uomo pensa o sa circa le sue virtù, tanto più egli ci piace. Le vittorie di Timoleone, che al dir di Plutarco, scorrevano e sgorgavano come i versi d’Omero, sono le migliori vittorie. Quando ci appare un’anima, le cui azioni sono tutte regali, graziose e piacevoli come rose, dobbiamo ringraziare Iddio che tali cose possano essere e siano, e non voltarci all’angelo e dire «il gobbo è un uomo migliore, con la sua resistenza bisbetica a tutti i suoi demoni interni».

La preponderanza della natura sulla volontà in tutta la vita pratica, non è meno importante. Vi è meno intenzione nella storia di quanta noi le ascriviamo. Noi attribuiamo dei piani profondamente calcolati e previsti a Cesare ed a Napoleone; ma la parte migliore del loro potere era nella natura, non in loro. Gli uomini ch’ebbero segnalate vittorie, nei loro momenti onesti, hanno sempre cantato «non è in noi, non sta a noi». A seconda della fede del loro tempo, essi hanno costruito degli altari alla Fortuna, al Destino od a san Giuliano. Il loro successo sta nel loro parallellismo al corso del pensiero, che trovò in essi un canale non ostruito, e le meraviglie di cui furono i palesi conduttori, parvero all’occhio le loro proprie gesta. Generarono forse i fili metallici il galvanismo? Ed è pur vero che vi erano in essi minori soggetti di riflessione che in ogni altro; così la virtù di un flauto è di essere dolce e cavo. Ciò che esternamente sembrava volontà ed irremovibilità, non era che mancanza di volontà ed auto-annientamento. Avrebbe potuto Shakespeare dare una teoria di Shakespeare? potrebbe mai un uomo, pur di prodigioso genio matematico, comunicare ad altri alcuna intuizione dei suoi metodi? Se egli potesse comunicare tale segreto, egli perderebbe immediatamente il suo valore smisurato, confondendo con la luce del giorno e con l’energia vitale, il potere di stare ed andare. Da queste osservazioni si deduce forzatamente che la nostra vita potrebbe essere molto più facile e semplice di ciò che noi la facciamo; che il mondo potrebbe essere un luogo molto più felice di ciò che non sia; che non vi è bisogno di lotte, di convulsioni, di disperazione; di torcersi le mani e digrignare i denti; e che noi infine produciamo i nostri proprii mali. Noi inceppiamo l’ottimismo della natura: perchè ogni qualvolta noi rientriamo vantaggiosamente nel passato, godiamo di una mente più saggia nel presente, e possiamo osservare d’essere attorniati da leggi, che da se stesse si compiono.

La fisionomia esterna della natura ci dà con serena superiorità lo stesso insegnamento. La natura non ci vuole collerici e vanitosi. Essa non ama la nostra benevolenza e la nostra cultura, più che non ami le nostre frodi e le nostre guerre. Quando noi usciamo dal cenacolo, dalla banca, dalla convenzione per l’abolizione della schiavitù, dal congresso per la temperanza o dal circolo trascendentale, ed andiamo nei campi e nei boschi, essa ci dice: «Così scalmanato, mio piccolo Signore?»