L’uomo ha il più alto diritto su tutte le cose, che sono gradite alla sua natura ed al suo genio. Egli può prendere ovunque ciò che appartiene al suo stato spirituale; nè può egli prendere qualche cosa d’altro, sebbene tutte le porte siano aperte; nè può tutta la forza degli uomini impedire che egli prenda ciò che gli viene di diritto. È vano tentare di nasconder un segreto a chi ha il diritto di conoscerlo. Esso si dirà da sè. Lo stato nel quale un amico può ridurci, afferma il suo dominio su di noi. Egli ha un diritto sui pensieri di tale stato di mente. Egli può forzare tutti i segreti di tale stato di mente. Questa è una legge che gli uomini di governo mettono in pratica. Tutti i terrori della Repubblica Francese, che tennero l’Austria a segno erano impotenti a reggere alla sua diplomazia: ma Napoleone mandò a Vienna M. De Narbonne, uomo dell’antica nobiltà, di costumi e di modi e di nome pari a quelli della corte austriaca, dicendo che era indispensabile mandare alla vecchia aristocrazia d’Europa uomini della sua stessa condizione: orbene M. De Narbonne, in meno di quindici giorni, penetrò tutti i segreti del gabinetto imperiale.
Una mutua e reciproca intelligenza è sempre la più salda delle catene. Nulla sembra più insignificante come il parlare e l’essere compreso. Pure un uomo potrà constatare che l’esser compreso è il più forte dei legami e delle difese; — e colui che ha accolta un’opinione, potrà considerarla come la più pericolosa catena. Se un insegnante ha un’opinione che desidera nascondere, i suoi scolari diverranno pienamente consci di essa come di qualsiasi altra, che egli rivela. Se voi versate dell’acqua in un recipiente ritorto e con angoli, è vano dire: «io voglio versare in questo angolo od in quello»; l’acqua troverà il suo livello in tutti. Gli uomini sentono ed operano secondo una vostra dottrina senza poter dimostrare come essi la seguano. Dateci l’arco di una curva ed un buon matematico vi scoprirà l’intiera figura. Noi ragioniamo sempre dal visibile al non visibile, donde la perfetta intelligenza, che sussiste fra noi e gli uomini saggi delle età remote. Un uomo non può seppellire i suoi detti così profondamente nel suo libro, che il tempo e gli uomini di mente pari alla sua non li trovino. Platone aveva una dottrina segreta; l’aveva egli? Quale segreto può egli nascondere agli occhi di Bacone? di Montaigne? di Kant? Perciò Aristotile disse delle sue opere: «Esse sono pubblicate e non pubblicate». Nessuno può imparare ciò che non è in grado imparare, per quanto vicino ai suoi occhi sia l’oggetto. Un chimico può dire i suoi più preziosi segreti ad un falegname e questi non sarà più saggio — segreti che egli non confiderebbe ad un altro chimico, foss’anche per un regno. Dio ci protegge sempre dalle idee premature. I nostri occhi sono ciechi per modo che noi non possiamo vedere le cose che ci stanno dinnanzi, finchè l’ora non giunge in cui la mente è matura; allora le vediamo, ed il tempo nel quale non le vedemmo, ci pare un sogno. Tutta la bellezza ed il valore che l’uomo contempla, non è nella natura, ma in lui stesso. Il mondo è una cosa vuota, e va debitore dei suoi orgogli a questa anima che indora e che esalta. «La terra riempie il suo grembo di splendori» non suoi proprî. La valle di Tempe, Tivoli e Roma sono terra ed acqua, roccie e cielo. Vi è terra ed acqua altrettanto buona in mille altri luoghi, eppure quanto esse sono indifferenti.
Il popolo non si fa migliore per l’azione del sole e della luna, dell’orizzonte o degli alberi; così non è detto che i custodi delle gallerie di Roma od i servi dei pittori, abbiano una qualche elevatezza di pensiero, o che i librai siano uomini più saggi degli altri. Vi sono delle grazie nel portamento di una persona nobile ed educata, che si perdono agli occhi di un rozzo. Esse sono come quelle stelle, la cui luce non ci ha ancora raggiunto.
L’uomo può vedere ciò che fa. I nostri sogni sono il seguito della nostra conoscenza vigilante. Le visioni della notte hanno sempre qualche corrispondenza con le visioni del giorno. I sogni odiosi non sono che le esagerazioni dei peccati del giorno e certi brutti ceffi non sono che la personificazione di certe nostre affezioni malvagie. Sulle Alpi il viaggiatore osserva talvolta la sua propria ombra ingigantita, cosicchè ogni gesto della sua mano è terrificante. «Miei ragazzi — disse un vecchio ai suoi bambini spaventati da una figura apparsa sulla porta oscura — voi non vedrete mai nulla peggiore di voi stessi». Come nei sogni così negli eventi meno incerti del mondo ogni uomo si vede in proporzioni gigantesche, senza saper di rimirare se stesso. Il bene che egli contempla comparato al male ch’egli pure contempla, è come il suo proprio bene messo in rapporto al suo proprio male. Ogni dote della sua mente è magnificata in qualcuna delle sue conoscenze ed ogni emozione del suo cuore in qualche altra. Egli è come un quinconcio d’alberi o come un acrostico, che si ripete in principio, nel mezzo ed alla fine. Egli s’accosta ad una persona e un’altra evita, a seconda della sua somiglianza o della sua differenza, ricercando se stesso nei suoi associati e più ancora nel suo commercio, nelle sue abitudini, nei gesti, nei cibi, nelle bevande; ed alla fine egli viene ad essere fedelmente rappresentato da ogni aspetto delle circostanze stesse.
L’uomo può leggere ciò che scrive. Che cosa possiamo noi vedere od acquistare all’infuori di ciò che siamo? Voi avete certamente veduto un uomo istruito leggere Virgilio. Ebbene questo scrittore rappresenta mille volumi diversi per mille diverse persone. Prendete il volume a due mani, toglietevi gli occhi nel leggerlo e non vi troverete mai, ciò che io vi trovo. Se qualche scaltro lettore volesse avere il monopolio della saggezza o del godimento che egli ricava dalla lettura, egli sarebbe sicuro di rendere inglese il libro come se fosse imprigionato nella lingua delle isole Palaos. Dei buoni libri succede ciò che succede delle buone compagnie. Introducete una persona volgare fra gentiluomini: ciò non produrrà alcun effetto: egli non è simile a loro. Ogni società protegge se stessa: essa è perfettamente sicura e quel tale non è dei loro, ancorchè il suo corpo sia nel medesimo ambiente.
A che serve combattere contro le leggi eterne della mente, che fissano le relazioni fra persona e persona, con la misura matematica del loro avere e del loro essere? Gertrude è innamorata di Guido; come sono alteri, aristocratici e romani il suo portamento e i suoi modi! Vivere con lui sarebbe veramente la vita e nessun prezzo per ciò troppo grande; cielo e terra sono mossi a quello scopo. Ebbene Gertrude ottiene Guido; ma che cosa serve ora quanto alti ed aristocratici e romani siano il portamento ed i modi, se il cuore e gli obbietti di lui sono nel senato, nel teatro, nella sala da bigliardo, ed essa non ha mezzi, non ha discorsi, che possono incantare il suo grazioso signore?
L’uomo deve avere una sua propria società. Noi possiamo amare nulla, eccetto la natura. I più grandi ingegni, i più meritevoli sforzi, realmente non ci toccano molto da vicino, ma un approssimarci od una rassomiglianza con la natura rappresentano una bella vittoria di essa. Delle persone, illustri per la loro bellezza, per le loro doti, degne di ogni meraviglia per il loro fascino, ci avvicinano; esse dedicano tutta la loro capacità a quel momento ed a quella società, ma con risultati molto dubbi. Tuttavia, sarebbe certamente ingrato da parte nostra il non lodarli ad alta voce. Poi, quando tutto ciò è avvenuto, una persona di mente simile alla nostra, un fratello o una sorella per natura, viene a noi così pianamente e facilmente, così a lato ed intimamente, come se fosse sangue delle nostre proprie vene, e noi abbiamo più l’impressione di qualcuno che se ne è andato, che di un altro che è venuto; noi siamo completamente sollevati e ristorati; e proviamo una specie di lieta solitudine. Noi follemente pensiamo nei nostri giorni di peccato che dobbiamo corteggiare gli amici in omaggio alle consuetudini sociali, al loro vestito, alla loro educazione ed al loro valore. Ma più tardi, se è possibile avere tale fortuna, noi impariamo che solo può essere mia amica quell’anima, che io trovo sulla linea della mia propria strada, quell’anima alla quale io non m’inchino, e che non si inchina a me, ma nativa della stessa latitudine celestiale, ripete nella sua propria esperienza tutta la mia. Lo scolaro dimentica se stesso e imita le abitudini ed i modi dell’uomo di mondo, per meritare il sorriso della bellezza; egli è un folle e segue qualche ragazza insipida, non avendo ancora trovato con passione religiosa la donna nobile, con tutto ciò che vi è di sereno e di bello nell’anima sua. Sia egli grande e l’amore lo seguirà. Nulla è maggiormente punito della negligenza delle affinità, mediante le quali sole, la società potrebbe essere formata, e della pazza leggerezza dello sciogliersi gli associati per mezzo degli occhi altrui.
L’uomo può stabilire il suo proprio valore. È massima universale, degna di ogni accettazione, che l’uomo può avere quell’assegno che egli stesso si prende. Assumete quel posto e quell’attitudine che vi spetta per diritto e tutti gli uomini taceranno. Il mondo deve essere giusto. Esso permette con profonda indifferenza che ogni uomo fissi il suo proprio valore; sia egli un eroe od un idiota, il mondo non se ne cura. Esso certamente accetterà la misura del vostro operato e del vostro essere, sia che strisciate e sconfessiate il vostro nome, sia che contempliate l’opera vostra, sospinta alla concava sfera dei cieli, insieme con la rivoluzione delle stelle. La stessa realtà domina ogni insegnamento. L’uomo può insegnare con l’azione e non altrimenti. Se egli può comunicar se stesso può insegnare, ma non lo può con semplici parole. Solo insegna colui che dà, e solo impara colui che riceve. Non vi è insegnamento finchè l’allievo non è portato allo stesso stato o principio, in cui voi siete: una trasfusione allora avviene; egli è voi, e voi siete lui; allora c’è insegnamento; ed egli non potrà mai perdere del tutto il benefizio del vostro insegnamento per nessuna cattiva vicenda o cattiva amicizia. Le semplici parole invece escono da un orecchio a misura che entrano dall’altro. Vediamo annunziato che il signor Grand terrà una conferenza il quattro di luglio, ed il signor Hauds pure alla Associazione Meccanica, e noi non andremo, perchè sappiamo che questi signori non comunicheranno agli uditori il loro proprio carattere ed il loro essere. Se avessimo ragione di attenderci tale comunicazione, noi andremmo, affrontando ogni inconveniente ed opposizione. Gli ammalati stessi vi sarebbero portati nelle barelle. Ma un discorso pubblico è un vagabondaggio, un tranello, un apologo, un bavaglio, e non una comunicazione, non un discorso, non un uomo.
Una Nemesi simile presiede a tutti i lavori intellettuali. Noi dobbiamo ancora imparare che una cosa espressa in parole, non è per questo affermata. Essa deve affermarsi da sè, poichè nessuna forma di grammatica o di attendibilità daranno ad essa il carattere dell’evidenza. L’affermazione deve inoltre contenere la sua propria scusa per essere stata enunciata.
L’effetto di qualsiasi scritto sulla mente pubblica è matematicamente misurabile per mezzo della sua profondità di pensiero. Se desta voi al pensiero, se vi solleva da terra con la grande voce dell’eloquenza, allora l’effetto sarà ampio, lento, permanente nello spirito degli uomini; se le pagine non vi istruiscono, esse morranno, come delle mosche, in un’ora. Il modo di dire e di scrivere, che mai dovrà decadere, è quello di dire e di scrivere sinceramente. L’argomento che non ha il potere di raggiungere le mie proprie abitudini, io posso ben pensare che fallirà tentando di raggiungere le vostre. Ma prendete per massima quella di Sidney «guarda nel tuo cuore, e scrivi». Colui che scrive a se stesso scrive ad un pubblico eterno. La sola affermazione degna di essere fatta pubblica, è quella alla quale voi siete giunti tentando di soddisfare la vostra propria curiosità. Lo scrittore che prende il suo soggetto dal suo orecchio e non dal suo cuore, dovrebbe sapere che egli ha perduto quanto crede di avere guadagnato, e quando il libro vuoto ha raccolte tutte le lodi, e mezzo mondo ha esclamato «che poesia! Che genio!» esso abbisogna ancora di combustibile per fare fuoco. Solo dà profitto ciò che è profittevole. Solo la vita può dare vita; e benchè noi possiamo far del rumore, saremo solo valutati in rapporto della valutazione che noi abbiamo fatta di noi stessi. Non vi è fortuna nella reputazione letteraria. Coloro che dànno il verdetto finale su ogni libro, non sono i lettori parziali e rumorosi dell’ora in cui esso appare; ma è una corte simile a un consesso di angeli, un pubblico che non teme corruzioni, che non vuole suppliche, che non conosce timori. Soltanto i libri che meritano di rimanere, si perpetuano. Gli orli dorati, le pergamene, il marocco, le copie di saggio per tutte le biblioteche, non manterranno in circolazione un libro al di là della sua intrinseca data. Esso deve correre, con tutte le reali edizioni di Valpole ed i «Nobili Autori» al suo destino. Blackmore, Kotzebue o Pollok, possono durare una notte, ma Mosè ed Omero dureranno per sempre. Non vi sono in tutto il mondo ed allo stesso tempo, più di una dozzina di persone che leggano e capiscano Platone: — non ve n’è mai abbastanza per pagare le spese di una edizione delle sue opere; eppure esse si trasmettono ad ogni generazione, grazie a quelle poche persone, come se Dio le portasse sulla sua mano. «Nessun libro — disse Bentley — fu mai scritto e distrutto se non da se stesso». La durata di tutti i libri non è fissata da alcun sforzo amichevole od ostile, ma dalla loro propria gravità specifica o dalla importanza intrinseca del loro contenuto, in rapporto con lo spirito costante dell’uomo. «Non preoccupatevi troppo riguardo all’effetto della luce sulla vostra statua — disse Michelangelo al giovane scultore — la luce della piazza metterà a prova il suo valore».