La natura di queste rivelazioni è sempre la stessa. Esse sono percezioni della legge assoluta: esse sono soluzioni dei problemi propri dell’anima. Esse non rispondono alle domande che vengono fatte dall’intelligenza. L’anima non risponde mai con parole, ma con la cosa stessa che si investiga.

La rivelazione è lo schiudersi dell’anima. Il concetto popolare di rivelazione è che essa sia un sortire fortune. Nei passati responsi dell’anima, l’intelligenza si sforza di trovar risposte ai problemi della materia, e partendo da Dio dichiara quanto tempo gli uomini vivranno; che cosa faranno le loro mani; quale sarà la loro società, pronunciando anche nomi, date e luoghi. Ma noi dobbiamo forzare nessuna serratura. Noi dobbiamo frenare questo basso desiderio d’inquisizione. Una risposta in parole è ingannatrice; essa non è affatto una risposta alle domande che voi fate. Non richiedete una descrizione dei paesi verso i quali fate vela. La descrizione non ve li descriverà, e domani giungendovi conoscerete quei paesi abitandoli. Lo stesso è per gli uomini che interrogano riguardo all’immortalità dell’anima, alle funzioni del cielo, allo stato del peccatore e così di seguito. Essi ancora sognano che Gesù abbia lasciato dei responsi precisi per questi interrogatori. Mai, nemmeno per un momento, quello spirito divino parlò nel loro patois. L’idea dell’immutabilità è essenzialmente associata alla verità, alla giustizia, all’amore, ed agli attributi dell’anima. Gesù, vivendo in questi sentimenti morali, noncurante delle sorti del senso ma solo delle sue manifestazioni, non fece mai una separazione dell’idea di durata dall’essenza di questi attributi; nè mai pronunziò una parola concernente il potere vitale dell’anima. Fu cómpito dei suoi discepoli il separare la durata dagli elementi morali, e l’insegnare l’immortalità dell’anima come dottrina, e sostenerla per mezzo di prove. Nel momento che la dottrina dell’immortalità è insegnata separatamente, l’uomo è di già caduto. Nell’impeto dell’amore, nell’adorazione dell’umiltà, non può esservi questione di durata. Un uomo ispirato non muove mai questa domanda nè condiscende a queste prove, poichè l’anima è veritiera con se stessa, e l’uomo in cui essa giace, non può andare dal presente che è infinito, ad un futuro che sarebbe finito.

Queste domande che noi desideriamo di fare circa il futuro, sono una confessione del peccato. Dio non ha risposte per esse. Nessuna risposta di parole può rispondere ad una questione di cose. Non è in un arbitrario «decreto di Dio» ma nella natura dell’uomo che un velo rinchiuda i fatti del domani; poichè l’anima non vuole che noi si legga alcuna altra parola all’infuori di quella della causa e dell’effetto. Con questo velo che nasconde gli eventi, essa ammaestra i figli degli uomini a vivere nell’oggi. L’unico mezzo per ottenere una risposta a queste domande dei sensi è di rinunciare ad ogni bassa curiosità, e sottomettendoci alla corrente dell’essere che ci porta nel segreto della natura, lavorare e vivere, vivere e lavorare, finchè inaspettatamente l’anima abbia costruita e foggiata per se stessa una nuova condizione, onde domanda e risposta saranno una cosa sola.

Così è l’anima di colui che percepisce e rivela la verità. Per lo stesso fuoco, placido, impersonale, perfetto, che arde finchè dissolverà tutte le cose nelle onde e nei gorghi di un oceano di luce, noi ci vediamo e ci conosciamo a vicenda, e sappiamo di quale spirito è ciascuno di noi. Chi può dire quali siano le basi della sua conoscenza del carattere di parecchi individui nella cerchia dei suoi amici? Nessuno. Pure i loro atti e le loro parole non lo stupiscono. In quell’uomo, pur nulla di male avendo saputo di lui, noi non abbiamo fiducia; in quest’altro ancorchè radi siano stati i nostri incontri, segni autentici sono già sorti a significare che egli potrebbe essere degno di fiducia, come uno che abbia un valore nel suo proprio carattere. Noi vicendevolmente ci conosciamo molto bene; sappiamo quale di noi è stato conforme a se stesso, e se quello che noi insegniamo o miriamo è solamente un’ispirazione od anche un nostro onesto sforzo.

Noi siamo tutti discernitori di spiriti. Tale diagnosi giace in alto nella nostra vita o nel nostro inconscio potere, ma non nell’intelligenza. Il complesso della società, con il suo commercio, la sua religione, le sue amicizie, le sue contese, è un’ampia, giudiziaria investigazione del carattere. In piena seduta, od in seduta segreta, nei confronti viso a viso, come accusatore od accusato, l’uomo si offre spontaneamente per essere giudicato. Contro la loro volontà essi fanno mostra di quei segni decisivi per mezzo dei quali il carattere è letto. Ma chi è che giudica? e che cosa? Non certo la nostra intelligenza. Noi non possiamo interpetrare quei segni con la coltura o con l’abilità. No, la saggezza dell’uomo saggio consiste in ciò, che egli non giudica per mezzo di quei segni; egli lascia che essi si giudichino da se stessi e semplicemente legge e ricorda il loro proprio verdetto.

La volontà individuale è dominata da questa inevitabile natura, e nonostante i nostri sforzi o le nostre imperfezioni, il vostro buon genio parlerà da voi, ed il mio da me. Quello che noi siamo, noi insegneremo, ma non volontariamente, bensì involontariamente. I pensieri vengono nella nostra mente per strade che noi giammai lasciamo aperte, ed escono dalla nostra mente per strade che noi mai aprimmo volontariamente. Il carattere ammaestra al di sopra del nostro capo. L’indice infallibile del vero progresso sta nel tono che l’uomo prende. Nè la sua età, nè l’educazione, nè la compagnia, nè i libri, nè le azioni, nè il talento, nè tutto ciò insieme, possono impedirgli di essere ossequente ad uno spirito più alto del suo. Se egli non ha trovato il suo home in Dio, i suoi modi, la sua forma di discorso, il giro delle sue frasi, il modo di costrurre, dirò così, tutte le sue opinioni, confesseranno ciò involontariamente, per quanto egli possa schermirsi. Se egli ha trovato il suo centro, la Divinità brillerà attraverso a lui, attraverso tutti i travestimenti dell’ignoranza, del temperamento meschino, delle circostanze sfavorevoli.

La grande distinzione fra docenti di cose sacre o di letteratura — fra poeti come Herbert, e poeti come Pope, — fra filosofi come Spinoza, Kant e Coleridge, e filosofi come Locke, Paley, Mackintosh e Stewart — fra uomini di mondo, che sono creduti perfetti parlatori, e un mistico fervente, profetizzante con una semiinsania sotto l’infinità del suo pensiero — la grande differenza, dico, è, che una classe parla dall’interno o dall’esperienza, come parti e possessori del fatto; e l’altra classe dall’esterno, come semplici spettatori o conoscitori forse del fatto per testimonianza di terze persone.

Non giova a nulla il predicare a me dall’esterno. Ciò lo posso fare io troppo facilmente. Gesù parla sempre dall’interno ed in modo tale che sorpassa tutti gli altri. In ciò sta il miracolo: ciò include il miracolo. La mia anima crede anzitutto che ciò debba essere così. Tutti gli uomini continuamente attendono l’apparire di un tale maestro. Ma se un uomo non parla dall’interno del suo involucro, in cui la parola è una con ciò cui accenna, lo confessi umilmente.

La stessa Omniscienza fluisce nell’intelletto e produce ciò che noi chiamiamo genio. Molta parte della sapienza del mondo non è sapienza, e la più illuminata classe di uomini è senza dubbio superiore alla fama letteraria, e non è composta di scrittori. Fra la moltitudine degli studiosi e degli autori noi non sentiamo alcuna presenza consacrante; noi sentiamo l’abilità e la maestria, ma non l’ispirazione; essi hanno una luce e non sanno donde venga e la chiamano loro propria; il loro talento consiste in una qualche facoltà eccessivamente sviluppata, così che la loro potenza è una malattia. In questi casi i doni intellettuali non fanno l’impressione di virtù, ma quasi di vizio; e noi sentiamo che le buone doti di un uomo stanno sulla strada che lo conducono verso la verità. Ma il genio è puro. Esso è un più alto assorbente dell’anima universale. Esso non è anomalo ma più simile e non meno simile agli altri uomini. Vi è in tutti i grandi poeti una sapienza umana superiore a qualsiasi virtù essi possano esercitare. L’autore, il bello spirito, il partigiano, l’elegante signore, non prende in essi il posto dell’uomo. L’umanità brilla in Omero, in Chaucer, in Spenser, in Shakespeare, in Milton. Essi stanno in pace con la verità. Essi usano il grado positivo. Essi sembrano freddi e flemmatici a coloro che sono abituati alle passioni pazze ed ai quadri violenti degli scrittori inferiori e popolari. Perciò essi sono poeti per il libero corso che essi concedono all’anima che li informa, la quale attraverso i loro occhi ancora contempla e benedice le cose che essa ha prodotte. L’anima è superiore alla sua conoscenza ed è più saggia di qualunque delle sue opere. Il grande poeta ci fa sentire la nostra propria ricchezza e noi stimiamo meno le sue composizioni. La sua più grande comunicazione alle nostre menti è quella che c’insegna a disprezzare tutto ciò che egli ha fatto. Shakespeare ci porta a tale straordinaria altezza di attività intelligente da illuderci d’una ricchezza tale da impoverir la sua; ed allora noi sentiamo che le splendide opere che egli ha creato e che in altre ore innalziamo come una specie di poesia autoesistente, non hanno maggiore aderenza alla natura reale di quanta ne abbia l’ombra del passeggiero sulla roccia. L’ispirazione che espresse se stessa per bocca di Amleto e Re Lear potrebbe pronunziare cose altrettanto buone ogni giorno e sempre. Perchè allora dovrei io tener conto di Amleto e di Lear, come se noi non avessimo l’anima dalla quale essi caddero come parole dal labbro?

Questa energia discende nella vita individuale a nessun’altra condizione che quella dell’intiero possesso. Essa viene agli umili ed ai semplici; essa verrà a chiunque abbandoni ciò che è straniero e superbo; essa viene come conoscenza; viene come serenità e grandezza. Quando osserviamo coloro in cui essa abita, noi siamo informati di nuovi gradi di grandezza. Dalla ispirazione di questa super-anima l’uomo ritorna con un tono cambiato. Egli non parla agli uomini tenendo lo sguardo alle loro opinioni. Egli li sperimenta. Essa richiede da noi semplicità e lealtà. Il viaggiatore sciocco tenta di adornare la sua vita citando ciò che dissero a lui o ciò che fecero a lui il principe tale o la contessa tal’altra. L’ambizioso volgare vi mostrerà i suoi cucchiai, i suoi gingilli ed i suoi anelli. I più colti, nei ragguagli intorno alle loro proprie conoscenze, rievocano le circostanze piacevoli e poetiche: — la visita a Roma; l’uomo di genio che essi videro; l’amico brillante che essi conoscono; andranno ancora più lontano, forse; il bel paesaggio, le luci della montagna, che essi godettero ieri; e così essi cercano di dare un colore romantico alla loro vita. Ma l’anima che s’innalza all’adorazione del grande Dio, è semplice e vera; non ha roseo colore; non ha eleganti amici; non ha cavalleria; non ha avventure; non desidera ammirazione; vive nell’ora presente, nella severa esperienza del giorno comune, aperta al pensiero e imbevuta del mare di luce.