L’integrità dell’intelletto è trasmessa alle sue opere nè per distacco, nè per aggregazione, bensì con una vigilanza che dà all’intelletto tutta la sua grandezza e la condizione migliore per operare in ogni momento. Esso deve avere la stessa integrità che ha la natura. Sebbene nessuna accuratezza può ricostruire l’universo in un modello, mediante il migliore aggruppamento e disposizione di dettagli, pure il mondo riappare in miniatura ad ogni evento, così che tutte le leggi della natura possono essere lette nel più piccolo fatto. L’intelletto deve avere la stessa perfezione nelle sue acquisizioni che nelle sue opere. Per questa ragione indice del profitto intellettuale è la percezione dell’identità. Noi parliamo con delle persone compite che appaiono essere estranee alla natura. La nuvola, l’albero, il prato, l’uccello, non sono cose loro, non hanno nulla di loro; il mondo è solo la loro abitazione e la loro tavola. Ma il poeta, i cui versi devono essere perfetti, è tale che la Natura non può ingannare, qualsiasi strana maschera possa porsi sul viso. Egli sente una stretta consanguineità con la natura e scopre maggior identità che varietà in tutti i suoi mutamenti. Noi siamo punti dal desiderio di un nuovo pensiero, ma quando riceviamo un nuovo pensiero, esso non è che un pensiero vecchio con un viso nuovo; e sebbene ce ne impossessiamo, istantaneamente noi ne desideriamo un altro; cosicchè noi realmente non ci siamo arricchiti. Poichè la verità era in noi prima che fosse riflessa su noi da oggetti naturali; ed il profondo genio darà rassomiglianza a tutte le creature in ogni produzione del suo spirito.

Ma se i poteri costruttivi sono rari, e se solo a pochi uomini è dato d’essere poeti, pure ogni uomo è il ricevitore di questo discendente Spirito Santo e ben può studiare le leggi del suo influsso. La legge del dovere intellettuale è esattamente parallela alla legge del dovere morale. Un’abnegazione di se stesso non meno austera di quella di un Santo viene chiesta allo studioso. Egli deve adorare la verità e tralasciare per essa tutte le cose, e scegliere le sconfitte e i dolori, affinchè il suo tesoro di pensiero ne venga con ciò aumentato.

Dio offre ad ogni mente la scelta fra la verità ed il riposo. Scegliete quale volete — ma ambedue non li potrete mai avere. Fra essi l’uomo oscilla come un pendolo. Colui, nel quale l’amore del riposo predomina, accetterà il primo credo, la prima filosofia, il primo partito politico che egli incontra — e con tutta probabilità quello di suo padre. Egli ottiene il riposo, l’agio, la riputazione; ma egli chiude la porta alla verità. Colui, nel quale predomina l’amore della verità, si terrà libero da tutte le catene e navigherà. Egli si asterrà dal dogmatismo, e riconoscerà tutte le negazioni opposte, fra le quali, come fra dei muri, il suo essere è agitato. Egli si sottomette agli inconvenienti dell’incertezza e dell’opinione imperfetta; ma egli è un candidato della verità come l’altro non lo è, e rispetta la più alta legge del suo essere.

Egli deve misurare con le proprie scarpe la circonferenza della verde terra per trovare l’uomo che possa dargli la verità. Egli allora saprà che vi è qualcosa di più santo e di più grande nell’udire che nel parlare. Beato è colui che ascolta; infelice colui che parla! Fino a quando io ascolto la verità, sono inondato da un bell’elemento, e non sono conscio di alcun limite della mia natura. Le acque del grande oceano entrano ed escono dall’anima mia. Ma se parlo, io definisco, circoscrivo, e mi sminuisco. Quando Socrate parla, Liside e Menesseno non sono afflitti dalla vergogna di non parlare. Essi pure sono buoni. Egli altresì attende ad essi, e li ama mentre parla. Perchè un uomo vero e naturale contiene ed è la stessa verità espressa da un uomo eloquente; ma nell’uomo eloquente, poichè può dirla, essa pare qualche cosa di meno, ed egli si volge verso questi silenziosi con maggiore inclinazione e rispetto. L’antico proverbio diceva: Siamo silenziosi; perchè silenziosi sono gli dèi. Il silenzio è un solvente, che distrugge la personalità, e ci concede di essere grandi ed universali. Il progresso di ogni uomo si svolge attraverso ad una successione di maestri, ognuno dei quali pare possegga volta a volta un’influenza superlativa, ma che cede alfine il suo posto ad un’altra nuova. Accetti egli tutto francamente. Gesù dice: lasciate padre, madre, case e terre e seguitemi. Colui che lascia tutto, più riceve. Questo è vero tanto intellettualmente quanto moralmente. Ogni mente nuova alla quale ci avviciniamo, sembra chiederci l’abdicazione di tutti i nostri possessi passati e presenti. Una nuova dottrina, pare dapprima una sovversione di tutte le nostre opinioni, i nostri gusti e i nostri modi di vita. Tali sembrarono Swedenborg, Kant, Coleridge, Cousin a molti giovani di questo paese. Prendete cordialmente e con riconoscenza tutto ciò che essi possono dare. Esauriteli, lottate con essi, non lasciateli andare finchè non abbiate ottenuta la loro benedizione, e dopo poco tempo, lo sconforto sarà dominato, l’eccesso di dominio sconfitto, ed essi non saranno più a lungo una meteora allarmante, ma una fulgida stella di più, brillante serenamente nel vostro cielo, e mescolante la sua luce con tutto il vostro giorno.

Ma mentre egli si dà senza restrizione a ciò che lo attira, perchè ciò è suo proprio, egli deve rifiutarsi a ciò che non lo attira, qualsiasi fama ed autorità ciò possa avere, perchè non è suo proprio. L’intera fiducia in se stesso appartiene all’intelletto. Un’anima è il contrappeso di tutte le anime, come una colonna capillare d’acqua è una bilancia del mare. Essa deve trattare cose e libri, e genii sovrani, come se stessa pure sovrana. Se Eschilo è realmente l’uomo che si crede, egli non ha ancora compiuto il suo ufficio, educando i saggi d’Europa per mille anni. Egli deve provare anche a me d’essere un maestro di diletto. Se egli non può fare ciò, tutta la sua fama presso di me sarà nulla. Io sarei un folle a non sacrificare mille Eschili alla mia integrità intellettuale. In primo luogo siate sullo stesso terreno in fatto di verità astratta, scienza della mente. Bacone, Spinoza, Hume, Schelling, Kant o chiunque vi proponga una filosofia della mente, è solo un traduttore più o meno destro di cose della vostra coscienza, che anche voi avete il vostro modo di vedere e probabilmente anche di nominare. Dite, allora, invece di meditare troppo timidamente sul suo senso oscuro, che egli non è riuscito a rendervi la vostra coscienza. Egli non riuscì, provi un altro. Se Platone non può, forse Spinoza potrà. Se Spinoza non può, lo può forse Kant. Ad ogni modo, quando finalmente la cosa è compiuta, troverete che quello che lo scrittore vi dà indietro, non è uno stato recondito, ma semplice, naturale, comune.

Ma poniamo fine a questa didattica. Io non parlerò, benchè il soggetto mi provochi, della questione aperta fra Verità e Amore. Io non presumerò di poter intervenire nella vecchia politica dei cieli: «Il Cherubino sa di più, il Serafino ama di più». Gli dèi comporranno le loro proprie querele. Ma io non posso proclamare pur così maldestramente le leggi dell’intelletto, senza ricordare quella alta ed appartata classe di uomini, che sono stati i suoi profeti ed oracoli, l’alto sacerdozio della ragione pura, i Trismegisti, i commentatori dei principii del pensiero, di età in età. Quando, a lunghi intervalli, noi sfogliamo le loro pagine astruse, immensa appare la calma e la dignità di questi pochi, di questi grandi signori dello spirito, che hanno camminato nel mondo, — questi della vecchia religione — dimoranti in un’adorazione, che fa apparire le santità del Cristianesimo come parvenues e plebee: perchè la «persuasione è nell’anima, ma la necessità è nell’intelletto». Questo gruppo di grandi, Hermes, Heraclito, Empedocle, Platone, Plotino, Olympiodoro, Proclo, Synesio e gli altri hanno qualcosa di così vasto nella loro logica, di così primario nel loro pensiero, che tutto ciò sembra anteriore a tutte le distinzioni ordinarie di retorica e letteratura, e sembra essere allo stesso tempo poesia, musica, danza, astronomia e matematica. Io sono presente alla seminagione del seme del mondo. Con una geometria di raggi di sole, l’anima pone le fondamenta della natura. La verità e la grandiosità del loro pensiero è provata dallo scopo di esso e dalla sua applicabilità, poichè esso domina le complete e varie specie di cose a favore della sua illustrazione. Ma ciò che segna la loro elevatezza, ed ha perfino un comico aspetto per noi, è l’innocente serenità con cui questi Giovi infantili seggono sulle loro nuvole, e di età in età chiacchierano l’uno con l’altro e giammai con i contemporanei. Sicuri che il loro discorso è intelligibile ed è la cosa più naturale al mondo essi aggiungono tesi su tesi, senza curarsi, per un solo momento, della stupefazione universale della sottostante razza umana, che non capisce i loro più semplici argomenti; nè essi mai transigono tanto da inserire una sentenza popolare ed esplicativa; nè dimostrano il più piccolo dispiacere o petulanza di fronte all’ottusità del loro attonito uditorio. Gli angeli sono così innamorati del linguaggio che si parla in cielo, che essi non si torceranno le labbra con i dialetti sibilanti ed anti-musicali degli uomini, ma parlano il loro proprio dialetto, vi sia o non vi sia chi lo comprenda.

DODICESIMO SAGGIO ARTE

Siccome l’anima è progressiva, essa non si ripete mai, ma in ogni atto tenta la produzione di un «intiero» nuovo e più bello. Questo appare nelle opere delle arti belle e delle arti per così dire applicate, se noi vogliamo usare la distinzione comune, a seconda che il loro scopo sia di utilità o di bellezza. Così nelle nostre belle arti lo scopo non è l’imitazione, bensì la creazione. Nei paesaggi il pittore dovrebbe dare la suggestione di una creazione più bella di quella che noi conosciamo. Egli dovrebbe tralasciare i dettagli e la prosa della natura, per darcene solo lo spirito e lo splendore. Egli dovrebbe sapere che il paesaggio ha bellezza per il suo occhio, perchè esso esprime un pensiero che per lui è buono; e ciò, perchè lo stesso potere che vede attraverso i suoi occhi è veduto in quello spettacolo; così egli verrà a valutare l’espressione della natura, e non la natura stessa, e ad esaltare nella sua opera i tratti che piaceranno a lui. Egli renderà l’ombra delle ombre e la luce delle luci. In un ritratto egli deve rivelare il carattere e non i tratti, e deve considerare l’uomo, che siede innanzi a lui, come se stesso, vale a dire soltanto un’imperfetta pittura o somiglianza d’una originale aspirazione interiore.

Che cosa è quella restrizione e quella selezione che noi osserviamo in ogni attività spirituale, se non lo stesso impulso creativo? epperò esso è viatico a quella più alta illuminatezza che insegna ad esprimere con i più semplici simboli un più largo significato. Che cosa è un uomo se non un più bel risultato della natura esplicante se stessa? Che cosa è un uomo se non un paesaggio più bello e più unito che le figure del l’orizzonte, eclettismo della natura? E cosa è il suo discorso, il suo amore per il dipingere, il suo amore per la natura, se non un risultato ancora più bello? E che cosa sono tutte le faticose miglia e le soppresse misure di spazio e di volume, e lo spirito e la morale di essa ristretti in una parola musicale o nel più abile tratto di pennello?

Ma l’artista deve impiegare i simboli in uso ai suoi giorni e nel suo paese per esprimere il suo senso più ampio ai suoi simili. A questo modo il nuovo in arte viene sempre formato fuori del vecchio. Il Genio dell’Ora appone il suo incancellabile suggello all’opera, e dà ad essa un inesprimibile fascino per l’imaginazione. Finchè il carattere spirituale del tempo domina l’artista, e trova espressione nel suo lavoro, questo conserverà una certa grandiosità, e rappresenterà ai futuri ammiratori lo Sconosciuto, l’Inevitabile, il Divino. Nessun uomo può escludere del tutto questo elemento della Necessità dal suo lavoro. Nessun uomo può completamente emanciparsi dalla sua età e dal suo paese o produrre un modello, in cui l’educazione, la religione, la politica, gli usi e le arti dei suoi tempi non abbiano parte alcuna. Per quanto originale, capriccioso e fantastico egli possa essere in una sua opera pure egli non potrà cancellare da essa ogni traccia dei pensieri fra i quali essa crebbe. L’atto stesso di evitarli tradisce l’uso di ciò che egli vuole evitare. Al disopra della sua volontà, al di là della sua osservazione, egli è obbligato a partecipare del costume dei suoi tempi pur non conoscendolo, dall’aria che egli respira, e dall’idea sulla quale egli ed i suoi contemporanei vivono e si affaticano. Ora ciò che in un’opera è inevitabile ha un fascino più grande di quanto potrà mai darle il talento individuale, poichè la penna dell’artista od il suo cesello sembrano essere stati tenuti e guidati da una mano gigantesca per scrivere una riga nella storia della razza umana. Questa circostanza dà valore ai geroglifici egiziani, agli idoli indiani, chinesi e messicani, per quanto siano essi grossolani e rudimentali. Essi denotano l’altezza dell’anima umana in quell’ora, e se non furono opere fantastiche, scaturirono da una necessità così profonda come il mondo. Dovrò io aggiungere ora che tutto l’esistente prodotto delle arti plastiche ha il suo più alto valore come Storia, come una pennellata del ritratto di quel fato, perfetto e bello, secondo i cui ordini tutti gli esseri avanzano verso la loro beatitudine?