Dove ci troviamo noi? Per una strada, della quale noi non conosciamo gli estremi, e che crediamo non ne abbia alcuno. Noi ci svegliamo e ci troviamo su d’una scala: vi sono dei gradini al disotto di noi, che ci pare d’aver salito; ve ne sono di quelli al disopra di noi, e molti, che vanno in alto e si perdono di vista. Ma il Genio, che secondo la vecchia credenza sta alla porta per la quale entriamo e ci dà da bere l’oblio affinchè non si dican frivolezze, mescolò troppo la bevanda, e noi non possiamo scuotere il letargo anche ora a mezzogiorno. Il sonno si sofferma per tutto il tempo della nostra vita attorno ai nostri occhi, come la notte si sofferma tutto il giorno nei rami dell’abete. Tutte le cose nuotano e brillano. La nostra vita non è tanto minacciata quanto la nostra percezione. Noi ci avanziamo cauti, simili a spettri attraverso alla natura e non riconosciamo più i nostri posti. Cadde la nostra nascita in qualche momento di indigenza o di frugalità della natura, che essa fu così avara del suo fuoco e così liberale della sua terra, da apparire manifesta a noi la mancanza di principio affermativo, e pur avendo salute e ragione, la mancanza di superfluità di spirito per una nuova creazione? Noi abbiamo quanto è sufficiente per vivere e passare l’anno, ma non un’oncia da concedere o da mettere in serbo. Ah! se quel nostro genio fosse genio un poco di più! Noi siamo come quei mugnai posti nella parte bassa di una corrente, quando i mulini superiori hanno esaurito l’acqua. E come essi, noi pensiamo che la gente che ci sta sopra debba avere alzate le sue dighe. Se qualcuno di noi sapesse ciò che stiamo per fare o dove siamo per andare, allorquando pensiamo di conoscere il meglio! Noi non sappiamo oggi se siamo oziosi oppure occupati. Abbiamo poi scoperto che nei tempi che ci credemmo indolenti, molto si era fatto e molto si era incominciato. Tutti i nostri giorni sono così poco profittevoli nel loro passare, che è stupefacente l’immaginare dove o quando noi abbiamo ottenuto qualcosa di ciò che chiamiamo sapienza, poesia, virtù. Noi giammai la acquistammo in alcun giorno segnato dal calendario. Qualche giorno celestiale deve essere stato intercalato in qualche luogo, come quelli che Hermes coi dadi vinse alla Luna affinchè Osiride potesse nascere. Si dice che tutti i martirii appaiono senza importanza quando sono stati sofferti. Ogni bastimento è una cosa romantica, eccetto quello in cui ci troviamo. Imbarchiamoci e ciò che è romantico abbandona la nostra nave e si appende a qualsiasi altra vela nell’orizzonte. La nostra vita ci appare banale, e noi evitiamo di rievocarla. Gli uomini sembrano avere appreso dall’orizzonte l’arte del ritrarsi perpetuamente. Laggiù terre montagnose dànno ricca pastura, ed il mio vicino ha fertili prati, «ma il mio campo — dice il contadino malcontento — serve solo a tenere insieme il mondo». Io cito il detto di un altro uomo, ma sfortunatamente, quell’altro si ritira per la stessa via, e cita me. Ogni casa è piacevole allo sguardo finchè non vi penetriamo; ma in caso contrario vi troviamo la tragedia, le donne che si lamentano, i mariti dagli occhi torvi, un’infinità di dimenticanze, e gli uomini che domandano «Che cosa c’è di nuovo?» come se le cose vecchie fossero tanto cattive. Quanti individui possiamo noi enumerare in società? quante azioni? quante opinioni? Tanta parte del nostro tempo è preparazione, tanta è abitudine e tanta è retrospettiva, cosicchè l’energia del genio di ciascun uomo si contrae nel giro di pochissime ore. La storia della letteratura (prendete le conclusioni ultime del Tiraboschi, di Warton e dello Schlegel), è una somma di pochissime idee e di pochissimi racconti originali, mentre tutto il resto non è che una variazione di questi. Allo stesso modo un’analisi critica troverebbe, in questa vasta società che giace intorno a noi, pochissime azioni spontanee. Tutto o quasi è se non abitudine e senso grossolano. Poche sono le opinioni stesse, e queste sembrano organiche in coloro che parlano, e non distraggono la necessità universale.
Quanto oppio è versato in ogni sventura! Essa si mostra spaventevole quando noi ci avviciniamo, ma infine non ci imbattiamo in una cosa aspra e lacerante, ma nella più dolce e levigata delle superfici.
La gente geme e si lamenta, ma il dolore non è grande quanto lo fanno. Vi sono dei momenti in cui desideriamo la sofferenza, nella speranza di trovarvi almeno la realtà, le punte acuminate e la lama della verità. Ma tutto ciò risulta non essere altro che pitture da scenari e finzione. L’unica cosa che il dolore mi ha insegnato, è quanto poco profondo esso sia: come tutto il resto, esso scherza intorno alla superficie, e non mi introduce mai nella realtà, per il cui contatto noi daremmo in pegno figli ed amanti. Fu Buscovich a scoprire che i corpi non vengono mai a contatto? Bene, ed io affermo che le anime non raggiungono mai i loro obbietti. Un mare non navigabile si muove con onde silenziose fra noi e le cose alle quali aspiriamo e con le quali conversiamo. Il dolore ci renderà pure idealisti. Per la morte di mio figlio, più di due anni fa, mi parve di aver perduto un bel possedimento: null’altro. Io non posso maggiormente introdurmi nella natura di questo fatto. Se domani venissi informato del fallimento dei miei principali debitori, la perdita della mia proprietà sarebbe un grande cruccio per me e forse per molti anni; ma essa mi lascierebbe come mi ha trovato, nè migliore, nè peggiore. Così avviene con la sventura: essa non mi tocca; qualche cosa che io immaginavo fosse una parte di me stesso e che non poteva essere strappata senza dilaniarmi nè accresciuta senza arricchirmi, cade lontana da me, e non lascia alcun segno. Essa era caduca. Io soffro che il dolore mi possa insegnare nulla, nè possa farmi avanzare d’un passo nella natura reale. L’indiano maledetto che non poteva essere toccato nè dal vento, nè dall’acqua, nè dal fuoco, è un tipo che rappresenta noi tutti. Le vicende più care sono pioggie estive, e noi abbiamo gli impermeabili che ci salvano da ogni goccia. Nulla ci è lasciato all’infuori della morte. Noi guardiamo a questa con macabra soddisfazione, dicendo che là almeno vi è una realtà che non ci trarrà in inganno. Io penso che questa evanescenza e lubricità di tutti gli oggetti, per cui essi scivolano attraverso le nostre dita tanto più rapidamente quanto più noi stringiamo, sia la parte più brutta della nostra condizione. Alla natura non piace d’essere osservata, e desidera che noi siamo i suoi buffoni e compagni di giuoco. Noi possiamo ottenere una palla per il nostro cricket; ma non un seme per la nostra filosofia. Essa non ci diede mai il potere di menar colpi diretti; tutti i nostri colpi sono maldestri od accidentali.
Così le relazioni con i nostri simili sono indirette e casuali. Il sogno ci consegna al sogno, e non vi è fine all’illusione. La vita è una catena di modi come un rosario, ed a misura che noi vi passiamo attraverso essi risultano essere delle lenti colorate, che dipingono il mondo del loro proprio colore, e mostrano solo quanto giace nel fuoco di ciascuna lente. Dalla montagna voi vedete la montagna. Noi diamo vita a ciò che possiamo, e noi vediamo solamente ciò cui diamo vita. La natura ed i libri appartengono agli occhi che vedono questi e quella. Il vedere un tramonto od un poema dipende solo dalla disposizione d’animo di un uomo. Vi sono sempre dei tramonti e vi è sempre il genio; ma vi sono solo poche ore serene per godere della natura o dell’esame critico. Il maggior o minor godimento dipende dalla struttura o dal temperamento dell’uomo. Il temperamento è il filo di ferro, sul quale le perle sono legate. A che giova la fortuna o l’ingegno ad una natura fredda e difettosa? Chi si cura della sensibilità o del giudizio critico di un uomo, se egli si addormenta sulla sua sedia? o se egli ride e sogghigna? o se egli fa delle scuse? o se è ammalato di egoismo? o se pensa ai suoi dollari? o se non può nutrirsi? A che cosa giova il genio se l’organo è troppo convesso o troppo concavo, e non può trovare la distanza focale nel vero orizzonte della vita umana? A che cosa giova lo stimolare un uomo a fare esperimenti ed a sostenerlo in ciò, se il suo cervello è troppo freddo o troppo caldo, ed egli non se ne cura? o se il tessuto è troppo finemente intrecciato, troppo irritabile per il piacere o per il dolore, cosicchè la vita ristagna se riceve troppo senza la dovuta espansione? A che serve il fare degli eroici voti d’ammenda, se colui che deve mantenerli è lo stesso spergiuro? Quale serenità può concedere il sentimento religioso, quando si sospetta che esso sia dipendente dalle stagioni dell’anno o dallo stato del sangue? Conobbi un medico spiritoso, che scopriva la teologia nei vasi biliari ed era solito affermare che se vi era una malattia nel fegato, l’uomo diveniva Calvinista, e se quell’organo era sano egli diveniva Unitario. È assai penosa quell’esperienza ingrata che ci insegna come qualche eccesso ostile o l’imbecillità possono distruggere le promesse del genio. Noi vediamo dei giovanotti, che ci devono un mondo nuovo, tanta è la loro facilità e prodigalità nel promettere, ma essi mai non soddisfano al debito; essi muoiono giovani ed eludono il conto: oppure se vivono, si perdono nella folla.
Il temperamento pure fa parte del sistema delle illusioni, e ci racchiude in una prigione di vetro, che noi non possiamo vedere. Intorno ad ogni persona che incontriamo vi è un’illusione ottica. In vero, esse sono tutte creature con un dato temperamento, che appariranno con un dato carattere, di cui non sorpasseranno mai i limiti: ma noi le guardiamo, esse ci sembrano vive, e noi presumiamo che vi sia in loro un impulso: esso pare tale nel momento in cui guardiamo, ma negli anni, nella vita, esso diviene se non un certo tono uniforme che il tamburo rotante del «carillon» deve ripetere. Gli uomini resistono a quanto è prestabilito nel mattino, ma lo adottano a misura che il pomeriggio s’avanza e che il temperamento prevale sopra ogni cosa di tempo, luogo e condizione, e diviene inconsumabile nelle fiamme della religione. Il sentimento morale cerca di imporre qualche modificazione, ma il tessuto individuale mantiene il suo dominio, se non per piegare il giudizio morale almeno per fissare la misura dell’attività e del godimento.
A questo modo io esprimo la legge così come è letta dal livello della vita comune, ma io non devo lasciarla senza notare l’eccezione principale: cioè che il temperamento è un potere che l’uomo non ama di sentir lodato da alcuno, se non da se stesso. Sul tavolo della medicina, noi non possiamo resistere alle influenze convenzionali di detta scienza. Il temperamento sbaraglia ogni divinità. Io conosco l’attitudine mentale dei medici. Io odo il riso represso dei frenologi. I rapitori di fanciulli ed i conduttori di schiavi che hanno delle teorie, stimano ogni uomo vittima di un altro che lo incatena perchè conosce le leggi del suo essere, e da segni esteriori come il colore della sua barba e la forma del suo occipite può penetrare il complesso delle sue vicende e del suo carattere. La più grossolana ignoranza non disgusta quanto questa scienza impudente. I medici dicono di non essere materialisti ma di fatto essi lo sono: — Lo spirito è cosa ridotta ad un’estrema sottigliezza: Oh così sottile! Ma la definizione di spirituale, dovrebbe essere ciò che è la sua propria evidenza. Quali nozioni essi collegano all’amore! e quali alla religione! Nessuno vorrebbe pronunciare queste parole al loro orecchio per non dare loro l’occasione di profanarle. Io vidi un signore cortese, che adattava la sua conversazione alla forma della testa della persona con la quale egli parlava! Io avevo immaginato che il valore della vita giaccia nelle sue possibilità inscrutabili; nel fatto che io non so mai che cosa mi può succedere quando mi rivolgo ad un individuo sconosciuto. Io porto le chiavi del mio castello nelle mie mani, pronto a buttarle ai piedi del mio signore, in qualunque momento, e sotto qualsiasi aspetto egli vorrà apparire. Io so che egli è nelle vicinanze, nascosto fra i vagabondi. Precluderò io il mio avvenire, ponendomi su un altro seggio e gentilmente adattando la mia conversazione alla forma delle teste? Quando io giunga a ciò, i medici mi potranno comperare per un centesimo. «Ma, signore, la storia medica, le memorie all’Istituto; i fatti provati!» Io non ho fiducia nei fatti e nelle conclusioni. Il temperamento è il veto o il potere regolatore della costituzione, molto saggiamente applicato per impedire un eccesso avverso alla costituzione, ma offerto assurdamente come barriera alla rettitudine originaria. Quando la virtù è presente, tutti i poteri subordinati dormono. Sul suo proprio livello od in considerazione della natura, il temperamento ha scopo finale. Io non so come si possa sfuggire agli anelli della necessità fisica, caduti una volta in questa trappola delle così dette scienze. Dato un tale spunto, una storia conseguente deve seguire. L’uomo vive, reggendosi su tale base, in un tanfo di sensualismo, che tosto condurrebbe al suicidio. Ma è impossibile che il potere creativo debba escludere se stesso. C’è in ogni intelligenza uno spiraglio, giammai ostruito, attraverso il quale passa il creatore. L’intelletto, ricercatore della verità assoluta, od il cuore, amante del bene assoluto, intervengono in nostro soccorso, e ad un solo sussurro di questi alti poteri, noi ci risvegliamo dalle inutili lotte e da tale oppressione. Noi la gettiamo nel suo proprio inferno, e non potremo nuovamente legarci ad uno stato così basso.
Il segreto dell’illusione sta nella necessità di una successione di modi o di obbietti. Noi lietamente getteremmo l’àncora, ma l’ancoraggio è fatto di sabbie mobili. Questo progressivo artifizio della natura è troppo forte per noi: «Però si muove»[3]. Quando di notte io guardo la luna e le stelle, mi pare di star fermo, mentre esse sembrano affrettarsi. Il nostro amore del reale ci conduce a ciò che è immutabile, ma la salute del corpo consiste nella circolazione, e la sanità della mente nella varietà o facilità dell’associazione. Noi abbisogniamo del mutamento degli obbietti. Il dedicarsi ad un solo pensiero diviene rapidamente odioso. Noi abitiamo con i pazzi e dobbiamo divertirli; allora la conversazione si spegne. Una volta presi tale diletto in Montaigne, che pensai di non abbisognare mai più di un altro libro; prima questo mi era successo con Shakespeare; poi con Plutarco; poi con Plotino; una volta con Bacone; dopo con Goethe ed anche con Bettine; ora però volto le loro pagine svogliatamente, mentre ancora accarezzo i loro genii. La stessa cosa succede con i quadri; ognuno avrà la prima volta una forza di attenzione, che non può in seguito mantenere, sebbene volentieri si vorrebbe continuare ad essere allettati in tale modo. Quale potente impressione ho ricevuto da pitture dalle quali, ammirate attentamente una volta, prendete congedo come se non le doveste rivedere mai più. Io ho ricevuto dei buoni ammaestramenti da certe pitture, che dopo rividi senza emozione o curiosità. Noi dobbiamo trarre una deduzione dall’opinione, anche quando questa è quella di uomini saggi, intorno ad un libro o ad un avvenimento. L’opinione loro m’informa del loro modo di essere e di qualche cenno vago intorno al fatto nuovo, ma non deve essere affatto creduta come una relazione durevole fra quell’intelletto e quella cosa. Il bambino domanda «Mamma, perchè la storiella non mi piace tanto quanto ieri?» Povero bambino, così succede pure con il più vecchio cherubino della conoscenza. Ma risponderà alla domanda il dire: Perchè tu nascesti unità e questa storiella è un particolare? La ragione del dolore che questa scoperta ci cagiona (e noi la facciamo tardi riguardo alle opere d’arte e di pensiero) è il lamento che sorge dalla tragedia per le persone, per l’amicizia e per l’amore.
L’immobilità, la mancanza di elasticità che noi lamentiamo nelle arti, noi maggiormente lamentiamo nell’artista. Non vi è potere d’espansione negli uomini. I nostri amici ben presto ci appaiono i rappresentanti di certe idee, che essi non sorpassano e non trascendono mai. Essi stanno sul limitare dell’oceano del pensiero e del potere, ma non fanno mai un solo passo che li possa portare dentro. Un uomo è come un pezzo di spato del Labrador, che non risplende mentre lo rivoltate nelle vostre mani finchè non giungete ad un angolo determinato; solo allora esso mostra dei colori belli e profondi. Non vi è negli uomini adattamento od applicabilità universale, ma ognuno ha il suo talento speciale, e la maestria degli uomini accorti consiste nel porsi abilmente dove e quando la loro speciale attitudine debba essere più spesso praticata. Noi facciamo ciò che dobbiamo fare e chiamiamo questo nostro agire con i nomi migliori, e di buon grado riceveremmo le lodi per aver proprio voluto quello che è risultato. Io non posso ricordarmi alcuna figura d’uomo che non sia talvolta superflua. E non è ciò pietoso? La vita non è degna d’essere presa per riempirla di artifizi.
Naturalmente l’intiera società è necessaria per ottenere la simmetria che noi cerchiamo. La ruota dai variopinti colori deve girare molto in fretta per apparire bianca. Qualchecosa si impara anche conversando con tanta leggerezza e tanta noncuranza. In conclusione chiunque di noi perda, noi guadagniamo sempre. La divinità sta anche dietro ai nostri errori ed alle nostre follie. I giuochi dei bambini sono delle cose insensate, ma delle cose insensate molto educative. Così è anche con le cose più grandi e più solenni, con il commercio, con il governo, con la chiesa, con il matrimonio, e così fino alla storia del pane di ogni uomo, del modo con cui egli giunse a possederlo. Il potere è come un uccello, che non scende in nessun luogo, ma salta perpetuamente di ramo in ramo; esso non dimora in alcun uomo ed in alcuna donna, ma per un momento parla per mezzo di questo uomo, e subito dopo parla per mezzo di quello.
Ma quale aiuto nasce da queste raffinatezze o pedanterie? Quale aiuto dal pensiero? La vita non è dialettica. Io credo che in questi tempi noi abbiamo avuto ammaestramenti sufficienti sulla futilità della critica. Il nostro popolo ha pensato e scritto molto, riguardo al lavoro ed alla riforma, eppure con tutto ciò che ha scritto, nè il mondo, nè esso stesso hanno progredito di un solo passo. Il gusto intellettuale della vita non dovrà rendere inutile l’attività muscolare. Se un uomo stesse a considerare la delicatezza con cui un pezzo di pane passa nella sua gola, egli morrebbe di fame. All’«Education Farm» la più nobile teoria della vita riposava sulle più nobili figure di giovani e di ragazze melanconici e completamente privi di forza. Essa non avrebbe raccolto una tonnellata di fieno, non avrebbero pulito un cavallo, e lasciava i giovani e le ragazze pallidi ed affamati. Un oratore politico spiritosamente comparò le nostre promesse di partito a delle strade occidentali, che si aprono abbastanza maestosamente con filari di alberi da ogni lato, per allettare il viaggiatore, ma che tosto diventano gradatamente più strette, per finire in sentieri da scoiattolo e salire sopra un albero. Così fa la cultura con noi: essa finisce in un mal di capo.