Straordinariamente triste ed arida appare la vita a coloro che pochi mesi addietro furono colpiti dallo splendore della promessa dei tempi. «Non vi è più ora alcun retto corso d’azione, nè alcuna devozione di se stesso fra gli Iranici». Noi ne abbiamo avuto a sazietà di obbiezioni e di criticismo. Noi troviamo delle obbiezioni ad ogni momento della vita e dell’azione, e la saggezza pratica dall’onnipresenza della obbiezione ha tratta l’indifferenza per essa. L’intera disposizione delle cose predica l’indifferenza. Non state a tormentarvi con il pensiero, ma ovunque procedete con i vostri affari. La vita non è intellettuale o critica, ma zotica. Il suo bene principale è per coloro che possono godere ciò che trovano, senza discutere. La natura odia il pigolare, e le nostre madri dicono bene quando esclamano: «Bambini, mangiate la vostra pappa e non ne parlate più». Colmare il nostro tempo, e riempire le nostre ore e non lasciare spiraglio a pentimenti o ad approvazioni, questo è la felicità. Noi viviamo in mezzo a superfici e la vera arte della vita sta nel pattinarvi bene sopra. Sotto le più vecchie e più decrepite convenzioni, un uomo di forza originaria prospera così bene come nel mondo più giovane, con la destrezza del tatto e del trattamento. Egli può resistere ovunque. La vita stessa è una mescolanza di potere e di forma e non sopporterà il più piccolo eccesso dell’uno o dell’altra. La saggezza sta nel riempire ogni minimo spazio di tempo, nel trovare la fine del viaggio ad ogni passo della strada, nel vivere il maggior numero possibile di ore buone. Non è degli uomini, ma dei fanatici o dei matematici, se volete, l’asserire che data la brevità della vita, non vale la pena di curarci se per una così breve durata noi ci dibattemmo nel bisogno o sedemmo in alto.

Poichè le nostre occupazioni sono fatte di momenti, amministriamoli a dovere. Cinque minuti oggi hanno per me tanto valore quanto cinque minuti nel prossimo millennio. Siamo pertanto equilibrati e saggi e padroni di noi, oggi. Trattiamo bene gli uomini e le donne: trattiamoli come se essi fossero reali; forse lo sono. Gli uomini vivono nella loro fantasia, come ubbriaconi le cui mani sono troppo deboli e incerte per un proficuo lavoro. Essa una tempesta di fantasie e la sola cosa salda che io vi conosca, è il rispetto per l’ora presente. Senza alcun’ombra di dubbio, fra questa vertigine di parvenze e di politica, io mi rinsaldo nella credenza che noi non dovremmo posporre e differire e desiderare, ma che dovremmo fare ampia giustizia dove ci troviamo, per mezzo di colui con il quale trattiamo, accettando i nostri compagni attuali e le circostanze, ancorchè umili od odiose, come se fossero mistici funzionari, che l’universo abbia delegati per il nostro piacere. Se essi sono bassi e maligni, il loro malcontento, estrema vittoria della giustizia, sarà un’eco più soddisfacente al nostro cuore che la voce dei poeti e la simpatia casuale di ammirevoli persone. Io penso che per quanto possa soffrire un uomo di pensiero per le manchevolezze e le assurdità dei suoi compagni, egli non possa senza affettazione negare a qualsiasi gruppo di uomini e di donne una certa sensibilità per ciò che è pregio rimarchevole. Se i rozzi ed i frivoli non hanno della deferenza per esso e non lo onorano in un loro modo cieco e capriccioso con omaggio sincero, si è perchè posseggono un certo istinto di superiorità.

I giovani eleganti disprezzano la vita; ma per me e per coloro, che come me sono immuni da dispepsia e per i quali un giorno è un bene reale e gagliardo, è un grande eccesso di cortesia l’apparire sprezzante ed imprecare per i compagni. Io sono per simpatia cresciuto un po’ impetuoso e sentimentale, ma lasciatemi solo, ed io godrei in ogni ora ciò che mi porta la buona sorte del giorno, così cordialmente come gode la vecchia pettegola stando nel suo bar. Io sono riconoscente per grazie anche modeste. Io posi a raffronto le condizioni di un mio amico, che s’attende ogni cosa dall’universo, ed è indispettito quando qualche cosa è un poco meno che ottima, e trovai che io prendendo le mosse dall’estremo opposto, nulla eccettuando nè il buono nè il cattivo, sempre muovo grazie per dei beni moderati. Io gradisco il clangore e le contese delle tendenze contrarie; io trovo anche la mia convenienza negli imbecilli e nei seccatori: essi dànno realtà al circostante quadro. Al mattino io mi sveglio e ritrovo il vecchio mondo, la moglie, i bambini, la madre, Concordia e Boston, il mio vecchio e buon mondo spirituale e non lungi anche il mio caro e vecchio dèmone. Se noi prendessimo il buono come lo troviamo, senza fare interrogazioni, noi avremmo delle soddisfazioni complete. I grandi doni non si ottengono con l’analisi. Ogni cosa buona si trova sulla strada comune. La regione media del nostro essere è la zona temperata. Noi possiamo ascendere al freddo e delicato regno della geometria pura e della scienza senza vita, oppure cadere in quello della sensazione: fra questi estremi si trova, piccolo cerchio, l’equatore della vita, del pensiero, dello spirito, e della poesia. Inoltre nell’esperienza popolare ogni cosa buona è sulla strada comune. Un raccoglitore fruga in tutti i negozi di quadri d’Europa per trovare un paesaggio del Poussin, uno schizzo a matita di Salvatore; ma la Trasfigurazione, il Giudizio Finale, la Comunione di San Gerolamo, ed altri quadri superbi come questi, sono appesi ai muri del Vaticano, degli Uffizi, del Louvre, dove qualsiasi staffiere li può vedere; e taccio dei quadri che la natura dipinse in ogni strada; delle aurore e dei tramonti quotidiani, e della sempre palpitante plasticità dei corpi. Un raccoglitore comperò recentemente in una pubblica asta a Londra un autografo di Shakespeare per centocinquantasette ghinee; ma un ragazzo di scuola può gratuitamente leggere Amleto e scoprire segreti del più alto interesse, ancora inediti. Io credo che non leggerò mai alcun libro, eccetto i più comuni: la Bibbia, Omero, Dante, Shakespeare e Milton. Noi cresciamo impazienti di una vita pubblica e rifulgente e corriamo qua e là in cerca di cantucci e di segreti. La nostra immaginazione si diletta della destrezza degli Indiani nelle costruzioni di legno, dei tenditori di lacci e dei cacciatori di castori. Noi pensiamo di essere estranei e di non essere così profondamente familiari a questo pianeta, come sono l’uomo selvaggio e la bestia selvaggia e l’uccello. Ma l’esclusione tocca anche essi e raggiunge l’uomo quadrupede, l’uomo volante, l’uomo guizzante, e quello arrampicante. La volpe ed il gallo di montagna, il falco, la quaglia ed il torabuso, visti da vicino, non hanno maggiori radici in questo mondo cavo di quante ne abbia l’uomo, e sono dei superficiali affittavoli del globo. Allora la nuova filosofia delle molecole addita gli interspazi fra atomo ed atomo, dimostra che il mondo è tutto esterno e che non ha interno.

Il mondo intermedio è il migliore. La natura, come noi la conosciamo, non è santa. Essa non riguarda con alcun favore le luci delle chiese, gli asceti, i Gentoos ed i Grahamiti. Essa mangia e beve e pecca. I suoi favoriti, i grandi, i forti, i belli, non sono i figli della nostra legge, non escono dalle scuole domenicali, non pesano il loro alimento, non seguono rigorosamente i comandamenti. Se vogliamo essere forti della sua forza, non dobbiamo albergare tali coscienze desolate, improntate a quelle delle altre nazioni. Noi dobbiamo innalzare il forte tempo presente contro tutte le grida di sdegno, passate o future. Vi sono tante cose instabili che è assolutamente necessario rendere stabili — e durante il loro assetto noi faremo come facciamo ora. La Vecchia e la Nuova Inghilterra possono tener bottega mentre la discussione sull’equità del commercio prosegue, e proseguirà per un secolo o due. La legge dei diritti d’autore deve ancora essere discussa, frattanto noi venderemo i nostri libri al più alto prezzo possibile. La convenienza della letteratura, la ragione della letteratura, la legalità dello scrivere un pensiero, sono cose discusse; molto vi è da dire, d’ambe le parti della questione, e mentre la lotta s’inacerbisce, tu, caro studioso, immergiti nel tuo stupido cómpito, aggiungi una linea ogni ora, e di tanto in tanto aggiungi qualche cosa. Il diritto di possedere terre, il diritto di proprietà è discusso, e le convenzioni sono convocate, e prima che si addivenga al voto, strappate dal vostro giardino quanto ha valore e spendete per un sereno e bel proposito i vostri guadagni come una cosa abbandonata od una fortuna inaspettata. La vita stessa è una cosa da nulla ed uno scetticismo; essa è un sonno dentro un altro sonno. Ammettiamo ciò che essi vogliono, ma tu, amato da Dio, abbi cura del tuo proprio sogno: tu non ti perderai nella burla e nello scetticismo: ve ne sono abbastanza di questi; tu rimani nel tuo guscio, e lavora finchè il resto degli uomini sia d’accordo sul da farsi. La tua malattia, essi dicono, e il tuo aspetto malaticcio richiedono che tu faccia questo ed eviti quello; ma sappi che la tua vita è uno stato fluttuante, una tenda per passarvi la notte, e tu, ammalato o sano, finisci il tuo cómpito. Tu sei ammalato, ma non peggiorerai, e l’universo che ti tiene caro, sarà migliorato.

La vita umana è basata su due elementi, il potere e la forma, ed il loro rapporto deve essere invariabilmente mantenuto, se vogliamo che la vita sia dolce e gagliarda. L’eccesso come il difetto di uno di questi elementi produce un male grave. Ogni cosa corre verso l’eccesso; ogni buona qualità se non è mescolata, è nociva, e per sostenere il pericolo all’orlo della rovina, la natura concede maggior terreno alle qualità peculiari di ogni uomo. Qui, fra le piantagioni, noi portiamo gli eruditi come esempi di tale inganno. Essi sono le vittime dell’espressione della natura. Voi che contemplate l’artista, l’oratore, il poeta troppo da vicino, ed osservate che la loro vita non è più eccellente di quella dei meccanici o degli agricoltori, e che essi stessi sono vittime della parzialità, e li definite creature fallite, non eroi ma quaccheri — concludete con molta ragione che le arti non sono fatte per l’uomo, ma che esse sono un male. La natura irresistibile fece gli uomini tali, ed ogni giorno ne crea delle legioni nuove. Voi amate il bambino che legge un libro, che osserva un disegno od una scultura: eppure che cosa sono questi milioni di ragazzi che leggono ed osservano, se non degli scrittori e scultori in germe? Aggiungete alla loro natura un po’ di ciò che ora leggono e vedono, ed essi prenderanno la penna e lo scalpello. Se un uomo può ricordarsi con quanta innocenza egli cominciò ad essere artista, egli s’avvedrà che la natura si unì con il suo nemico. Un uomo è un’aurea impossibilità. La linea sulla quale egli deve camminare ha la larghezza di un capello. Il saggio, attraverso l’eccesso della sua saggezza, diventa un pazzo.

Se il destino lo permettesse, con quale facilità potremmo noi rinserrarci per sempre dentro a confini ben definiti ed attenerci una volta per tutte alle leggi del regno della causa e dell’effetto conosciuti. La vita appare nella strada e nei giornali un affare così semplice, che sarà sufficiente per un buon esito, una risoluzione virile ed un’aderenza continua, attraverso a tutte le tempeste, alla tavola di moltiplicazione. Ma, ecco, arriva un giorno od anche solo un’ora con un suo sussurrìo d’angelo, che rovescia le conclusioni dei popoli e degli anni. Ogni cosa appare domani nuovamente reale e precisa, le norme abituali sono ripristinate, il buon senso ridiviene raro come il genio, — esso è la base del genio, come l’esperienza è la mano ed il piede di qualsiasi impresa —; eppure colui che volesse condurre i suoi affari con questi principii, presto farebbe bancarotta. Il potere batte un’altra strada che quella dell’elezione e della volontà, cioè, le correnti e le gallerie sotterranee della vita. È ridicolo essere, come noi siamo, diplomatici, dottori e persone molto stimate; non v’è inganno maggiore di questo. La vita è una serie di sorprese, e se così non fosse non varrebbe la pena di conservarla. Dio si compiace di isolarci ogni giorno e di nasconderci il passato ed il futuro. Noi vorremmo guardare intorno a noi, ma Egli con grande delicatezza stende dinnanzi e dietro a noi un impenetrabile lembo di cielo purissimo e pare voglia dire: «Voi nè ricorderete, nè spererete». Qualsiasi grande conversazione, stato od azione, proviene da una spontaneità che trascura le consuetudini e rende grande quel momento. La natura odia i calcolatori; i suoi metodi sono saltuari ed impulsivi. L’uomo vive di pulsazioni; così i nostri movimenti organici, gli agenti chimici ed eterei sono ondulatorii ed alternati e la mente procede attraverso antagonismi, e non s’innalza che a tratti. Noi progrediamo per mezzo di casualità. Le nostre esperienze più importanti sono state casuali. La classe di persone più attraente è quella potente per vie indirette e non l’altra; sono gli uomini di genio non ancora riconosciuti, poichè uno gode della loro luce senza pagare troppo per essa. La loro è la bellezza non dell’arte ma dell’uccello, la luce non dell’arte ma del mattino. Nel pensiero del genio vi è sempre una sorpresa; ed il sentimento morale è giustamente chiamato «la novità» perchè esso è null’altro; nuovo per l’intelligenza più vecchia quanto per il bambino — «il regno che viene senza osservazione». In modo uguale non vi deve essere, per un successo pratico, troppa preparazione: non si osserverà mai un uomo che fa ciò che può far meglio. Intorno alle sue azioni più confacenti v’è una specie di magia, che colpisce di stupore la vostra forza di osservazione, di modo che pur se il fatto succede davanti a voi, voi non lo avvertite. L’arte della vita ha un pudore e non sarà esposta. Ogni uomo è un’impossibilità, finchè egli non nasce; ogni cosa è impossibile finchè non vediamo il suo risultato. Gli ardori della religione si accordano infine con il più gelido scetticismo, per cui nulla è nostro o della nostra opera, ma tutto è di Dio. La natura non ci concederà la più piccola foglia di lauro. Ogni cosa scritta e fatta e posseduta discende da Dio. Io bene vorrei essere morale, e tenermi nei limiti dovuti e che io tanto amo, e concedere quanto più è possibile alla volontà del l’uomo; ma in questo capitolo io ho messo il mio cuore in potere della lealtà, e non posso vedere altro nel successo o nella rovina se non la forza vitale provveduta dall’Eterno. I risultati della vita sono incalcolati ed incalcolabili. Gli anni insegnano molte cose che i giorni non sanno. Le persone che compongono la nostra società conversano, vanno, vengono, propongono e compiono molte cose; e da tutto ciò qualcosa nasce, ma nasce una cosa inaspettata. L’individuo sempre s’inganna. Egli propose molte cose; prese con sè altre persone in aiuto; bisticciò con alcune o con tutte; in molte cose errò e qualche cosa è fatto, tutti hanno progredito d’un piccolo passo, ma l’individuo s’inganna sempre: qualche cosa di nuovo infatti c’è, ma molto differente da ciò che egli si era ripromesso.

Gli antichi, colpiti da questa irriducibilità ad ogni calcolo degli elementi della vita umana, esaltarono il Fato come una divinità; ma ciò è rimanere troppo a lungo vicino alla scintilla, che splende in un solo punto; tuttavia l’universo è riscaldato da questo stesso fuoco latente. Il miracolo della vita, che non vuole essere spiegato, ma che vuole rimanere miracolo, introduce un elemento nuovo. Nello sviluppo dell’embrione, Sir Everard Home, credo, notò che l’evoluzione non si compieva da un punto centrale, ma era coattivo da tre o più parti. La vita non ha memoria. Ciò che procede con una data successività può essere ricordato, ma ciò che è coesistente o causato da una causa più profonda, non conosce la propria tendenza. Così è per noi, ora scettici o disgiunti, perchè siamo immersi in forme ed effetti aventi un apparente valore conforme od ostile; ed ora religiosi, mentre c’inchiniamo alla legge spirituale. Sopportate con pazienza questi perturbamenti e questo sviluppo simultaneo delle parti: esse un giorno diverranno membri, ed ubbidiranno ad un solo volere. Esse fissano la nostra speranza e la nostra attenzione a quella sola volontà ed a quella sola causa segreta. La vita è perciò fusa in un’aspettazione od in una religione. Sotto le particolarità triviali discordanti, vi è uno stato musicale, vi è l’Ideale sempre trascorrente con noi il cielo immacolato. Osserviamo in quale modo si compie in noi la luce. Quando io converso con una mente profonda, oppure essendo solo, ho dei buoni pensieri, non provo la soddisfazione immediata che proverei bevendo avendo sete o riscaldandomi avendo freddo, no! ma sono a tutta prima conscio della mia prossimità ad una nuova ed eccellente condizione di vita. Persistendo però a leggere od a pensare, questa condizione dà altri segni di sè, simili a sprazzi di luce, che scoprono d’un tratto la sua profonda bellezza e serenità, come se le nuvole che la coprivano si fossero qua e là squarciate e lasciassero vedere al viandante che si avvicina, le grandi montagne dell’interno, elevantisi su praterie eterne e tranquille, dove pascolano le mandre ed i pastori danzano e suonano la cornamusa. Ma ogni conoscenza di questo regno del pensiero è sentita come quella che schiude un periodo e promette un seguito. Io non creo; vi giungo e contemplo ciò che di già vi era. Io batto le mani con gioia e stupefazione infantile dinnanzi al primo rivelarsi a me di questa augusta magnificenza, vecchia per l’amore e l’omaggio di innumerevoli età, giovane per la vita della vita, solatia e fulgida Mecca del deserto. E quale avvenire essa apre! Io sento un nuovo cuore palpitante per l’amore di una nuova bellezza. Io sono pronto a morire fuori della natura, ed a rinascere in questa America nuova ed ancora irraggiungibile, che io ho trovato nell’Ovest.

Però nè oggi nè ieri incominciarono questi pensieri, che esistettero sempre, nè può trovarsi un uomo che conobbe il loro primo apparire. Se io ho descritto la vita come un flusso di modi, devo ora aggiungere che vi è in noi ciò che non muta, e che ordina ogni sensazione ed ogni stato della mente. La coscienza è in ogni uomo una scala movibile, che lo identifica ora con la Causa Prima ed ora con la carne del suo corpo: la vita al disopra della vita, in gradazioni infinite. Il sentimento dal quale essa scaturì, determina la dignità di qualsiasi fatto, e la questione non è mai intorno a ciò che voi avete fatto o non fatto, ma per comando di chi voi avete fatto o non fatto.

La Fortuna, Minerva, le Muse, lo Spirito Santo, sono nomi leggiadri troppo ristretti per coprire questa sostanza illimitata. L’intelletto deluso deve ancora inchinarsi davanti a questa causa, che rifugge dall’essere nominata — causa ineffabile, che ogni genio ha tentato di rappresentare con un simbolo vigoroso, come Talete con l’acqua, Anassimene con l’aria, Anassagora con l’idea, Zoroastro con il fuoco, Gesù ed i moderni con l’amore: e la metafora di ciascuno di essi è divenuta una religione nazionale. Il Chinese Menzio non è stato il meno felice nella sua generalizzazione. «Io capisco intieramente il linguaggio — egli disse — e nutrisco bene il mio vigore saliente». «Io oso domandarvi che cosa è che voi chiamate vigore saliente» disse il mio compagno. — «La spiegazione — rispose Menzio — è difficile. Questo vigore è supremamente grande, ed al massimo grado inflessibile. Nutritelo saggiamente, non fategli del male ed esso riempirà il vuoto fra il cielo e la terra. Questo vigore si accorda ed assiste la giustizia e la ragione e non lascia languori». Nei nostri scritti più corretti noi diamo a questa generalizzazione il nome di Essere, e con ciò confessiamo di esserci allontanati quanto ci era concesso. Per la gioia dell’universo è sufficiente l’esser giunti non ad una barriera, ma a degli oceani infiniti. La nostra vita non sembra presente quanto prospettica; non per le occupazioni in cui essa è consumata, ma come accenno a questo saliente vigore. La maggior parte della vita pare essere il semplice annunzio d’una facoltà; noi siamo ammoniti di non renderci a buon mercato, perchè siamo grandi. Così nei suoi particolari la nostra grandezza sta sempre in una tendenza o direzione, non in un’azione. Credere alla regola e non all’eccezione è per noi cosa naturale. I nobili sono così riconosciuti dagli ignobili. Così seguendo la tendenza dei sentimenti, ciò che forma la circostanza materiale e che è il fatto principale nella storia del globo, non è ciò che noi crediamo intorno all’immortalità dell’anima o simili, ma è l’impulso universale a credere. Dovremo noi indicare questa causa, come quella che opera direttamente? Lo spirito non è privo di aiuti o bisognoso di organi mediati. Esso ha poteri innumeri ed effetti diretti: io mi sono spiegato, ad esempio, senza spiegarmi; io sono sentito senza che io agisca, ed anche dove non sono. Perciò tutti gli uomini retti sono soddisfatti del loro proprio merito. Essi rifiutano di spiegarsi, e sono lieti che delle azioni nuove dovranno assumersi quel cómpito. Essi credono che noi si possa comunicare senza discorso, ed al disopra del discorso, e che nessuna nostra azione giusta è indifferente ai nostri amici a qualsiasi distanza essi siano; perchè l’influenza dell’azione non deve essere misurata a miglia. Perchè debbo preoccuparmi se una circostanza imprevista ostacola la mia presenza dove ero atteso? Se invece d’essere all’adunanza, io mi trovo in un altro luogo, la mia presenza in esso dovrebbe essere utile ugualmente all’amicizia e alla sapienza, come lo sarebbe s’io fossi all’adunanza stessa. Io esercito la stessa qualità di potere in ogni luogo. Così procede dinnanzi a noi il potente Ideale; mai esso fu visto rimanere nella retroguardia. Nessun uomo raggiunge mai un’esperienza soddisfacente, ma il suo bene è l’amministratore di un meglio. Avanti; avanti! Noi sappiamo che in certi momenti una nuova pittura della vita e del dovere è già possibile; noi sappiamo che gli elementi per una dottrina della vita, che trascenderà qualsiasi ricordo scritto da noi posseduto, esistono già in molte menti intorno a voi. La nuova affermazione comprenderà gli scetticismi e le credenze della società ed un nuovo credo sorgerà dalla miscredenza. Poichè gli scetticismi non sono gratuiti o senza leggi, ma sono limitazioni della dichiarazione affermativa, e la nuova filosofia deve accoglierli, e comporre con essi delle affermazioni come essa deve includere le fedi più antiche.

La scoperta che abbiamo fatta della nostra esistenza è cosa lacrimevole, ma è troppo tardi per essere impedita. Questa scoperta si chiama la Caduta dell’Uomo: dopo di essa sempre diffidiamo dei nostri istrumenti. Noi abbiamo imparato che noi non vediamo direttamente, ma mediatamente, e che non abbiamo mezzi per correggere le nostre lenti colorate e contorcenti o per calcolare la somma dei loro errori. Forse questi soggetti-lenti hanno un potere creativo; forse non vi sono degli obbietti. Una volta noi vivevamo in ciò che vedevamo; ora la rapacità di questo nuovo potere, che minaccia di assorbire tutte le cose, ci avvolge. La natura, l’arte, le persone, le lettere, le religioni, successivamente vi si precipitano dentro, e Dio è solo una delle sue idee. La natura e la letteratura sono dei fenomeni soggettivi; ogni cosa buona e cattiva è un’ombra che noi gettiamo. La strada è piena di umiliazioni per il superbo. Come il vanitoso potè vestire della sua livrea gli uscieri, che erano venuti in casa sua per porre le cose sotto sequestro, e obbligarli a servire a tavola i suoi ospiti, fingendoli camerieri; così i malumori che il cuore cattivo emette, come se fossero cose da nulla, prendono subito la forma di signore e di signori nella strada, di impiegati e di camerieri nell’albergo, e minacciano ed insultano ciò che vi può essere in noi di minacciabile o di ingiuriabile; lo stesso avviene con le nostre idolatrie. La gente dimentica che è l’occhio che fa l’orizzonte, e che è l’occhio della mente che fa di questo o di quell’uomo un tipo o un rappresentante dell’umanità, con il nome di eroe o di santo. Gesù, «l’uomo provvidenziale», è un uomo buono per il quale molta gente conviene che queste leggi ottiche dovranno avere effetto. È frattanto stabilito che mediante l’amore da una parte e la proibizione dall’altra dì fare obbiezioni, noi lo contempleremo nel centro dell’orizzonte ed ascriveremo a lui le proprietà che attribuiremmo a qualsiasi uomo veduto in tali condizioni. Ma anche l’amore o l’odio più duraturo hanno una rapida fine. La propria personalità grande e crescente, radicata nella natura assoluta, soppianta ogni esistenza relativa e distrugge il regno dell’amicizia e dell’amore mortale. Il connubio (per ciò che riguarda il mondo spirituale) è impossibile a causa della disuguaglianza fra ogni soggetto ed ogni oggetto. Il soggetto è il ricevitore della divinità, e ad ogni paragone deve sentire il suo essere rialzato da questo potere occulto: e questo potere deve forzatamente essere sentito se non per la sua energia, almeno per la sua presenza; nè qualsiasi forma intellettuale può attribuire all’oggetto quella peculiare divinità che riposa o vigila in ogni soggetto. L’amore non può mai render pari in forza la coscienza di sè e l’attribuzione. Vi sarà sempre un abisso fra ogni te e me, come fra l’originale ed il quadro. Lo sposo dell’anima è l’universo. Qualsiasi simpatia privata è parziale. Due esseri umani sono come due globi, che possono toccarsi in un punto solo, e mentre rimangono in contatto, ogni altro punto di ciascuno di essi rimane inerte; la volta di questi punti deve pure venire, e quanto più a lungo dura una particolare unione, tanta maggiore energia di appetenza acquistano le parti che non sono a contatto.