La vita vuol essere resa in immagine, ma non divisa o raddoppiata. Qualsiasi intromettenza nella sua unità genererebbe il caos. L’anima non è nata gemella, ma sola generata, e sebbene si riveli come bambina in età e bambina in apparenza, pure ha un potere fatale ed universale, e non ammette una coesistenza. Ogni giorno ed ogni atto tradisce la divinità male nascosta. Noi crediamo in noi stessi e non crediamo negli altri. Noi ci permettiamo tutto, e ciò che chiamiamo peccato negli altri, è esperimento per noi. Un esempio della nostra fede in noi stessi l’abbiamo nel fatto che gli uomini non parlano mai di un delitto, così leggermente come pensano, e che ogni uomo pensa ad una latitudine sicura per lui, che in nessun modo sarà concessa ad un altro. L’atto appare molto differente considerato dall’interno o dall’esterno, nella sua qualità e nelle sue conseguenze. L’assassinio non è per l’assassino un pensiero terribile come vogliono farlo i poeti ed i romanzieri; esso non lo disturba, non lo atterrisce nella sua solita osservazione delle cose mediocri; esso è un atto facilissimo a contemplarsi, ma nella sua conseguenza risulta una terribile contesa e confusione di tutte le relazioni. Specialmente i delitti passionali sembrano giusti ed equi dal punto di vista dell’autore, ma una volta compiuti appaiono fatali alla società. Nessun uomo infine crede che egli possa essere perduto, nè che il delitto in lui sia così nero come nel fellone; poichè l’intelletto tempera nel nostro proprio caso i giudizi morali: poichè non vi è delitto per l’intelletto. Esso è antinomico o ipernomico e giudica la legge come giudica il fatto. «Più che un delitto, è peggiore uno sbaglio» disse Napoleone parlando il linguaggio dell’intelletto. Per esso il mondo è un problema di matematica o di scienza quantitativa e tralascia la lode, il biasimo ed ogni debole emozione. Qualsiasi furto è comparativo. Se veniamo all’assoluto, scusate, chi non ruba? I santi sono tristi, perchè essi contemplano il peccato (anche quando meditano) dal punto di vista della coscienza e non da quello dell’intelletto; una confusione del pensiero. Il peccato veduto dal pensiero è una diminuzione o meno: veduto dalla coscienza è una depravazione o male. L’intelletto lo chiama ombra, assenza di luce e non essenza. La coscienza deve sentirlo come essenza, come male essenziale. Questo non è: esso ha una esistenza oggettiva ma non soggettiva.

Così inevitabilmente l’universo sopporta la nostra apparenza, ed ogni oggetto cade successivamente nel soggetto stesso. Il soggetto esiste, si ingrandisce; tutte le cose, prima o dopo, vanno a posto. Come io sono, così io vedo: noi possiamo usare il linguaggio che vogliamo, ma non potremo mai dire nulla all’infuori di ciò che siamo; Hermes, Cadmo, Colombo, Newton, Buonaparte, sono i ministri della mente. Invece di sentire un non so che di miserevole quando noi incontriamo un grande uomo, trattiamo il nuovo venuto come se fosse un geologo che viaggia, il quale passa attraverso i nostri possedimenti e ci addita la buona ardesia o la calce o l’antracite dei nostri pascoli. L’azione parziale di ogni mente forte verso una sola direzione è un telescopio per gli oggetti sui quali esso è puntato. Ma tutte le altre parti della conoscenza devono essere spinte alla stessa esagerazione, prima che l’anima raggiunga la sua dovuta sfericità. Vedete voi quel gattino che tenta d’afferrare la propria coda? Se voi poteste vedere con i suoi occhi, lo vedreste circondato da centinaia di figure, che rappresentano dei drammi complessi, con scioglimenti tragici e comici, con delle lunghe conversazioni, con molti personaggi, con molti colpi di fortuna; eppure è solamente un gattino e la sua coda. Quanto tempo passerà prima che la nostra mascherata cessi il suo frastuono di tamburelli, di risa e di grida, per scoprire che essa era una commedia solitaria? Un soggetto ed un oggetto! ecco quanto è necessario pure per rendere completo il circuito galvanico; ma la grandezza vi aggiunge nulla. Che cosa importa se è Keplero e la sfera; Colombo e l’America; un lettore ed il suo libro, oppure il micio e la sua coda?

È vero che le muse e l’amore e la religione odiano questi svolgimenti e troveranno modo di punire il chimico che espone nel salotto i segreti del laboratorio. E noi non possiamo tacere la nostra necessità costituzionale di vedere le cose sotto aspetti particolari o satura del nostro umore. Eppure è Dio l’originario di queste pallide roccie. Quella necessità produce nei costumi la virtù capitale della fiducia in se stesso. Noi dobbiamo tenerci legati a questa povertà, per quanto scandalosa, e per mezzo di più grandi riconquiste di noi stessi possedere più fermamente, dopo gli impeti dell’unione, il nostro asse. La vita della verità è fredda e anche triste, ma non è la chiave delle lacrime, delle contrizioni e delle perturbazioni. Essa non attenta al lavoro di un’altra e non ne adotta i fatti. È principalissimo ammonimento della saggezza quello di discernere il vostro da quello degli altri. Io ho imparato di non poter disporre dei fatti degli altri; ma io possiedo tale chiave dei miei, che son persuaso contro tutti i dinieghi che anche essi hanno una chiave per i loro. Una persona simpatica si trova nelle condizioni di un nuotatore fra uomini che annegano, i quali s’aggrappano a lui, e se egli si lascia prendere solo una gamba od un dito, essi lo trarranno insieme nelle profondità delle acque. Essi desideravano di essere salvati dai danni dei loro difetti, ma non dai loro difetti. A questi poveri che attendono la carità, essa sarebbe inutilmente prodigata. Un dottore saggio dirà, come prima condizione di consiglio: «uscite da quelli».

In questa nostra America parlante noi siamo mandati in rovina dalla nostra buona indole e dal nostro ascoltare da ogni lato. Questa compiacenza ci toglie il potere di essere grandemente utili. Un uomo non dovrebbe poter guardare che direttamente. Un’attenzione preoccupata è l’unica risposta all’importuna frivolità degli altri: risposta divina che non dà luogo a lagnanze ed a cattivi pensieri. Nella scultura che Giovanni Flaxman fece delle Eumeridi di Eschilo, Oreste supplica Apollo mentre le Furie dormono sul limitare della porta. Il viso del dio esprime un’ombra di rincrescimento e di compassione, una calma nella convinzione dell’irreconciliabilità dei due mondi. Egli è sorto in un altro tempo, nell’eterno e nel bello. L’uomo ai suoi piedi chiede la sua protezione nelle lotte della terra, in cui la natura non può entrare. E le Eumeridi, là giacenti, esprimono pittoricamente questa disparità. Il dio è sovraccarico del suo divino destino.

Illusione, Temperamento, Successione, Superficie, Sorpresa, Realtà, Subbiettività — queste sono le fila sulla trama del tempo, questi sono i padroni della vita. Io non oso certo di assegnare loro un posto, ma le nomino come le trovo sulla mia via. Io conosco una cosa migliore che il pretendere qualsiasi perfezione per la mia pittura. Io sono un frammento e questo è un frammento di me. Io posso con molta fiducia annunciare l’una o l’altra legge che si muta in un soccorso e prende forma, ma sono troppo giovane ancora per compilare un codice. Io ciarlo nel mio tempo intorno alla politica eterna. Io ho veduto non invano molte belle pitture. Io ho vissuto in un tempo meraviglioso. Io non sono il novizio di quattordici o di sette anni fa. Chi domanderà dove è il profitto? Per me è sufficiente un profitto personale. Questo è un profitto che io non dovrei chiedere come sconsiderato effetto di meditazioni, di consigli e di acquisti di verità. Io sentirei pietà di chiedere un risultato a questa città od a questo paese; di chiedere un effetto palese in questo mese ed anno corrente. L’effetto è profondo e secolare come la causa. Esso si manifesta in periodi, in cui la vita mortale va perduta. Tutto ciò che io so è ricezione, io sono ed io ho; ma io non acquisto e quando immagino di aver acquistato qualcosa, constato di aver acquistato nulla. Io adoro con meraviglia la grande Fortuna. Il mio atto di ricevere è stato così grande che io non mi stupisco di ricevere questo e quello, sovrabbondantemente. Quando io ricevo un nuovo dono, non macero il mio corpo per fare il conto esatto, perchè se io morissi non potrei fare il conto esatto. Il benefizio sorpassò il merito nel primo giorno e continuò sempre a sorpassarlo. Io calcolo il merito stesso come parte di ciò che ricevo.

Anche quella brama di un effetto pratico e manifesto mi sembra una apostasia. In verità io amo di risparmiare questa grande occupazione assolutamente non necessaria. La vita per me ha un viso da visionario. L’azione più violenta e più ruvida è visionaria pure. Non v’è che una scelta fra i sogni delicati e quelli turbolenti. La gente sprezza il sapere e la vita intellettuale e s’affanna intorno all’azione. Io sono molto contento del sapere; potessi solo sapere. Esso è un passatempo augusto, e mi basterebbe per lunga pezza. Il sapere un poco sarebbe cosa degna di sacrifizio da parte di questo mondo. Io odo sempre la legge di Adrastea, che «ogni anima che ha acquistata una verità, dovrebbe essere libera da ogni male fino ad un altro periodo».

Io so che il mondo con il quale io parlo in città e nelle campagne, non è il mondo ch’io penso. Io ne vedo e ne vedrò sempre la differenza. Un giorno io conoscerò il valore e la legge di questa discrepanza. Ma io non ho constatato che si sia guadagnato molto con i tentativi manipolari di realizzare il mondo del pensiero. Molte persone ansiose tentano successivamente degli esperimenti in questa via e diventano ridicoli. Essi acquistano delle abitudini democratiche, fanno schiuma alla bocca, odiano e negano. Peggio, io osservo che nella storia del genere umano non vi è mai un esempio solitario di successo — prendendo la loro stessa definizione del successo. Dico io questo per polemica od in risposta alla domanda: «perchè non realizzate voi il vostro mondo»? Ma sia lungi da me la profonda sfiducia che pregiudica la legge con un artificioso empirismo; poichè mai vi fu un tentativo giusto che non sia stato coronato di successo. Pazienza e pazienza, noi vinceremo in fine. Noi dobbiamo essere molto sospettosi circa le illusioni dell’elemento del tempo. Il mangiare od il dormire od il guadagnare un centinaio di dollari richiedono molto tempo, ma l’accogliere una speranza od una visione che divengano la luce della vita nostra, richiede molto poco tempo. Noi coltiviamo il nostro giardino; facciamo i nostri pranzi; discutiamo delle cose di casa con le nostre mogli, e queste cose non fanno impressione e sono dimenticate la prossima settimana; ma nella solitudine, a cui ogni uomo ritorna, egli ha sanità e rivelazioni, che porterà con lui nel suo passaggio a mondi nuovi. Non curatevi del ridicolo, ma curatevi della sconfitta; rialzati ancora, vecchio cuore! esso sembra dire — vi è ancora una vittoria per ogni giustizia; ed il vero romanzo che il mondo realizzerà sarà la trasformazione del genio in un pratico potere.

TERZO SAGGIO IL CARATTERE

Io ho letto che coloro, che ascoltavano Lord Chatham, sentivano esservi in quell’uomo qualche cosa di più bello, di ciò che egli andava dicendo. Si è deplorato nel nostro istoriografo della Rivoluzione Francese che la narrazione di tutti i suoi fatti circa Mirabeau, non giustificano l’apprezzamento del suo genio. I Gracchi, Cleomene ed altri eroi di Plutarco non uguagliano nel ricordo dei fatti la loro propria fama. Sir Filippo Sidney, il Conte di Essex, Sir Walter Raleigh, sono uomini di grande figura e di pochi fatti. Noi non possiamo trovare la più piccola parte del valore personale di Washington nel racconto delle sue imprese. L’autorità del nome di Schiller è troppo grande per i suoi libri. Questa disparità di riputazione in rapporto alle opere od agli aneddoti, non si spiega dicendo che la ripercussione è più duratura del colpo di tuono; ma piuttosto con il dire che vi fu in questi uomini un alcunchè che produsse un’aspettazione, che di gran lunga precedette ogni loro operato. La maggior parte del loro potere fu latente. Questo è ciò che noi chiamiamo carattere: forza circospetta che agisce direttamente mediante la sua presenza e senza mezzi. Esso è concepito come una forza inesplicabile, come un Nume familiare o Genio, dal cui impulso l’uomo è guidato, ai cui concilii non può partecipare; come un compagno per lui; cosicchè tali uomini sono spesso solitari, e se per caso sono socievoli, non abbisognano di società, ma possono molto bene intrattener se stessi soli. Il più puro ingegno letterario appare una volta grande, un’altra volta piccolo; ma il carattere è sempre d’una grandezza astrale ed irreducibile. Ciò che gli altri uomini compiono con l’ingegno o con l’eloquenza, questo uomo compie per mezzo d’una specie di magnetismo. «Egli non esplica la metà della sua forza». Le sue vittorie sono ottenute per mezzo di dimostrazioni di superiorità e non con attacchi alla baionetta. Egli vince perchè il suo avvento muta la faccia degli affari. «Oh, Iole, come sapesti tu che Ercole era un Dio?» — «Perchè — rispose Iole — io fui lieta nel momento che i miei occhi si posarono su di lui. Quando io vidi Teseo, desiderai di poterlo vedere offrente battaglia od almeno guidante i suoi cavalli in una corsa di carri; ma Ercole non aspettò una contesa; egli vinse ovunque stette o camminò o sedette, o qualsiasi cosa egli fece». L’uomo di solito legato dagli eventi, solo a metà e male avvinto al mondo in cui vive, in questi esempi pare che condivida la vita delle cose, e pare che sia un’espressione di quelle stesse leggi, che controllano le maree ed il sole, i numeri e le quantità.

Noi possiamo comprendere il suo incomparabile valore nelle nostre elezioni politiche, dove questo elemento pure apparendo, può soltanto apparire nelle sue forme più rudi. Il popolo sa che nel loro rappresentante abbisognano di qualcosa di più del talento, vale a dire, del potere di far nascere la fiducia in quel talento. Esso non può raggiungere i suoi intenti mandando al Congresso un uomo còlto, acuto, oratore facondo, se questi prima d’esser nominato dal popolo come suo rappresentante, non fosse stato indicato dall’Onnipotente, come significazione di un fatto, — invincibilmente persuaso di tale fatto egli stesso — affinchè le persone più fiduciose e più impetuose imparassero che vi è una resistenza, contro la quale l’audacia ed il terrore si disperdono, cioè la fede in un fatto. Gli uomini che ottengono la maggioranza, non hanno bisogno di chiedere agli elettori che cosa essi dovrebbero dire, ma essi stessi sono il paese che rappresentano: in nessun luogo le emozioni e le opinioni di quello sono così vive e vere come in loro; in nessun luogo così scevre di elementi egoistici. L’assemblea ascolta le loro parole, osserva il colorito del loro viso, e in ciò, come in uno specchio, si rimira. Le nostre pubbliche assemblee sono delle buone prove della forza virile. I nostri leali compatrioti dell’ovest e del sud hanno un’inclinazione per il carattere, ed amano di sapere se il Nuovo Inglese è un uomo sostanziale, oppure se la mano può passare attraverso di lui.