La prima cosa che l’uomo vuole dall’uomo è la realtà, così come essa appare in tutte le forme della società. Noi, separatamente e per nome, presentiamo le persone le une alle altre. Sappiate davanti a tutto il cielo ed a tutta la terra che questi è Andrea e che questi è Gregorio; — essi si guardano negli occhi; si stringono la mano, per identificarsi e segnalarsi l’uno all’altro. Ciò è una grande soddisfazione. Un gentiluomo non sfugge mai; i suoi occhi guardano diritto, ed egli assicura l’altro, prima di tutto, che egli è stato incontrato. Però che cosa è che noi ricerchiamo nelle numerose visite e nella larga ospitalità? Sono i vostri panneggiamenti, i vostri quadri o le vostre decorazioni? Oppure, non domandiamo noi insaziabilmente: Vi fu un uomo nella casa? Io posso facilmente penetrare in una grande casa dove vi sia una grande ricchezza, una eccellente adunazione di lusso e di buon gusto, eppure non trovarvi l’Anfitrione che subordini queste cose accessorie. Io posso andare in una capanna e trovare un contadino, il quale sente che egli è l’uomo ch’io venni a vedere e che mi riceve come tale. Era perciò una cosa molto naturale della vecchia etichetta feudale, che un gentiluomo il quale ricevesse una visita, fosse pure del suo sovrano, non lasciasse il suo tetto, ma attendesse il suo arrivo sulla soglia di casa. Nessuna casa, siano anche le Tuileries o l’Escuriale, serve a cosa alcuna senza padrone. Eppure noi spesso non siamo appagati da tale ospitalità. Ognuno di quelli che conosciamo si orna e si circonda di una bella casa, di bei libri, di servi, di giardini, di equipaggi, e di ogni genere di sontuosità da interporre fra sè ed il suo ospite. Non pare che l’uomo sia di natura scaltra e fraudolenta, e che nulla tema così fortemente come un incontro faccia a faccia con il suo simile? Ad ogni modo io comprendo che sarebbe eccessivo abolire del tutto l’uso di queste barriere, che sono di convenienza grandissima, sia l’ospite troppo grande o troppo piccolo. Noi raccogliamo insieme molti amici che scherzano gli uni con gli altri; oppure con lo sfarzo e con gli ornamenti dilettiamo la gioventù, e proteggiamo la nostra dimora. O se per caso viene alla nostra porta un ricercatore della realtà, di fronte al quale non amiamo di soffermarci, allora ancora fuggiamo nella nostra tenda, e ci nascondiamo come Adamo nel giardino alla voce del Signore. Il cardinale Caprara, legato del Papa a Parigi, si sottraeva agli sguardi di Napoleone con un immenso paio di occhiali verdi. Napoleone li vide, e rapidamente con motteggi ottenne che fossero tolti; eppure Napoleone alla sua volta non era grande abbastanza, con ottocento mila uomini dietro di sè, per sostenere lo sguardo d’un uomo libero, ma si riparava dietro i cerimoniali, e dietro una triplice barriera di riserve: e come ognuno sa da Madame de Staël, quando si vedeva osservato, aveva l’abitudine di togliere al suo viso ogni espressione. Ma gli imperatori e gli uomini ricchi non sono affatto i più abili maestri di maniere. Nessuna rendita e nessun esercito può elevare la codardia e la dissimulazione: ed il primo punto della cortesia deve essere sempre la verità, e per vero tutte le forme della buona educazione segnano tale via.
Io ho appunto letto ora, nella traduzione di Hazlitt, la relazione di Montaigne sul suo viaggio in Italia, e da nulla fui più piacevolmente colpito quanto dai modi di rispetto personale del tempo. In ogni luogo il suo arrivo era, come l’arrivo di un gentiluomo in Francia, un evento di una certa importanza. Ovunque egli andava, faceva visita a tutti i principi e gentiluomini rinomati che incontrava sulla sua strada, come fosse un dovere verso se stesso e verso la civiltà. Quando egli lasciava una casa, in cui aveva dimorato per poche settimane, procurava che il suo stemma vi fosse dipinto od appeso, come un segno perpetuo per la casa, e come era allora abitudine del gentiluomo.
Il complemento di questo cortese rispetto per se stesso è la deferenza. E su essa insisto maggiormente che su qualsiasi altro punto della buona educazione. Mi piace che ogni sedia sia un trono e che su essa vi sieda un re. Io preferisco una tendenza all’alterigia, che un eccesso di confidenza. Gli incomunicabili obbietti della natura e l’isolamento metafisico dell’uomo ci insegnino l’indipendenza. Non diventiamo troppo familiari. Io vorrei che un uomo entrasse in casa sua passando attraverso un’anticamera ornata di sculture eroiche e sacre, affinchè non gli mancasse una visione di calma e di equilibrio. Noi ogni mattina dovremmo incontrarci come se venissimo da paesi stranieri, e trascorsa insieme la giornata, dovremmo dipartirci la notte, come se ritornassimo in paesi stranieri. Sediamo in disparte come degli Dei, parlando da monte a monte tutto intorno all’Olimpo. Nessun grado di affezione è necessario che invada questa deferenza. Questa è mirra e ramerino che fa apparire dolce il resto. Gli amanti dovrebbero mantenere la loro rigidezza. Se essi perdonano troppo, tutto dilaga nella confusione e nella bassezza. È facile spingere questa deferenza fino alla costumanza Chinese; ma la freddezza e la compostezza misurata indicano delle belle qualità. Un gentiluomo non fa rumore; una signora è serena. Giustificato è il nostro disgusto per quegli invasori, che riempiono di disordine la casa dello studioso per proteggere qualche stupida convenienza. Non minore è il mio disgusto per la volgare simpatia di ciascuno per le necessità del suo vicino. Deve forse esservi una reciproca intelligenza con il palato di un altro, come avviene con quelle sciocche persone che, avendo vissuto molto tempo insieme, sanno quando ciascuna di esse vuole sale o zucchero? Io prego il mio compagno che mi chieda del pane se vuole del pane e parimente se vuole del sassofrasso o dell’arsenico, e non voglio che porga il suo piatto come se io già sapessi ciò ch’egli vuole. Ogni funzione naturale può essere innalzata con la ponderazione e il riserbo. Lasciamo la fretta agli schiavi. I complimenti e le cerimonie della nostra educazione dovrebbero significare per quanto remotamente il ricordo della grandezza del nostro destino.
Il fiore della cortesia non ama d’essere toccato, ma se osiamo aprire un petalo, ed esplorare le parti che lo compongono, noi vi troveremo anche una qualità intellettuale. Il cervello, come la carne ed il cuore, deve dare una certa simmetria ai duci degli uomini. Difetto di maniere è generalmente mancanza di delicate percezioni. Gli uomini sono fatti troppo rudemente per la raffinatezza dell’atteggiamento e delle abitudini. Per la buona educazione non è del tutto sufficiente l’unione della cortesia e dell’indipendenza. Noi imperativamente richiediamo nei nostri compagni la percezione della bellezza ed il tributo ad essa. Altre virtù sono richieste nel campo e nell’officina, ma tuttavia un certo grado di gusto dev’essere desiderato in coloro che ci sono compagni. Io potrei più facilmente mangiare con colui che non rispettò la verità e le leggi, che con una persona sudicia ed impresentabile. Le qualità morali reggono il mondo, ma a breve distanza i sensi sono dispotici. La stessa discriminazione dell’utile e del bello sorge in tutte le parti della vita, anche se sorge con minor vigore. Lo spirito medio delle classi potenti è il buon senso, che agisce sotto certe limitazioni e con certi fini. Esso gode di ogni dono naturale: socievole nella sua natura, esso rispetta ogni cosa che tende ad unire gli uomini. Esso si diletta di ciò che è misura. L’amore del bello è specialmente amore della misura o della proporzione. Le persone che urlano od usano il grado superlativo o parlano con ardore, mettono i saloni in fuga. Se volete essere amato, amate la misura. Se volete celare la vostra mancanza di misura dovete avere del genio od un’utilità prodigiosa. Tale percezione della misura scende in campo per pulire e perfezionare i congegni della macchina sociale. La società perdonerà molto al genio ed alle sue doti speciali, ma essendo per sua natura una convenzione, essa ama ciò che è convenzionale o ciò che è atto ad accumunarsi. Poichè la moda non è buon senso assoluto, ma relativo; non ha buon senso privato, ma un buon senso che tiene circolo. Essa odia gli angoli e le asprezze del carattere, odia la gente attaccabrighe, egoista, solitaria e triste; odia qualsiasi cosa che possa impedire il comporsi totale delle parti; d’altra parte essa stima tutte le peculiarità, che possono esistere con una buona amicizia, quali ricreanti al sommo grado. Oltre allo spirito che serve ad elevare le buone maniere, è sempre ben venuto nella società elegante lo splendore diretto del potere intellettuale come la più sontuosa aggiunta al suo governo ed alla sua valutazione.
La luce deve risplendere per adornare le nostre feste, ma essa deve essere temperata e addolcita, onde non ci offenda. L’accuratezza è essenziale alla bellezza, e le rapide percezioni sono essenziali all’educazione, purchè non siano percezioni troppo rapide. Si può essere troppo puntuali e troppo precisi. Si deve lasciare l’omniscienza degli affari alla porta quando si entra nel palazzo della bellezza. La società ama le nature creole, le maniere languide, che coprono il senso, la grazia e la buona volontà: ama l’aura accasciante che disarma la critica; forse perchè le persone di tal natura sembrano riservarsi per il momento migliore del giuoco, e non si perdono alla superficie. La società ama l’occhio inesperto, che non vede le noie, i mezzi termini, gli inconvenienti che fanno aggrottare le sopracciglia ed opprimono la voce dell’uomo sensibile.
Perciò, oltre alla forza personale ed a quel tanto di percezione che costituisce il gusto infallibile, la società richiede nelle sue classi patrizie un altro elemento che essa in modo significativo chiama «buona natura», e che esprime tutti i gradi di generosità, dal più semplice desiderio di fare piacere agli altri, fino alle altezze della magnanimità e dell’amore.
Noi dobbiamo avere una visione chiara, altrimenti ci imbatteremo gli uni negli altri, e smarriremo la nostra strada; su questo punto l’intelletto è egoista e sterile. Il segreto del successo in società sta in una certa cordialità e simpatia. Un uomo che non è ben voluto in società, non troverà nella sua memoria una parola adatta alla circostanza: ogni sua frase sarà fuor di proposito. Un uomo che in essa è felice, trova in ogni momento della conversazione delle occasioni ugualmente fortunate per dire ciò che egli vuole. I favoriti della società, quelli che essa chiama «uomini integri» sono degli uomini abili e più di buon senso che di spirito, scevri di sgradevole egoismo, e che riempiono di sè il momento e la società nella quale si trovano, lieti e letificanti sia ad un matrimonio che ad un funerale, ad un ballo che in una giurìa, ai bagni che alla caccia. L’Inghilterra che è ricca di gentiluomini, produsse al principio di questo secolo un buon modello di quel genio, che il mondo ama, in Mr. Fox, che aggiungeva alle sue grandi abilità la disposizione più socievole ed un vero amore per l’uomo. La storia parlamentare ha poche pagine migliori del dibattito nel quale Burks e Fox si divisero alla Camera dei Comuni; dibattito in cui Fox incalzò il suo vecchio amico con i diritti dell’antica amicizia con tanta tenerezza, che la Camera fu commossa fino alle lacrime. Un altro aneddoto v’è e così prossimo al mio argomento, che io devo citarlo. Un commerciante che io aveva molestato a lungo per il pagamento di una nota, lo trovò un giorno che stava contando del denaro, e richiese di essere pagato. «No» disse Fox, «devo questo denaro a Sheridan; è un debito di onore: se mi capitasse una disgrazia, egli non avrebbe nessun documento per dimostrarlo». «Allora» disse il creditore, «io cambio il mio debito, in un debito di onore» e lacerò la nota. Fox ringraziò il commerciante per la sua fiducia, e lo pagò dicendo che «il suo debito era più vecchio, e che Sheridan doveva attendere». Amante della libertà, amico dell’Indo, amico degli schiavi africani, egli possedette una grande popolarità, e Napoleone in occasione della sua visita a Parigi nel 1805 disse di lui «Mr. Fox terrebbe sempre il primo posto nell’assemblea alle Tuilleries».
Noi possiamo facilmente parere ridicoli con il nostro elogio della cortesia, ogni qualvolta insistiamo sulla benevolenza come suo fondamento. Il fantasma dipinto della Moda si alza per gettare una specie di derisione su ciò che noi diciamo. Ma io non sarò spinto a fare alcuna concessione alla Moda come istituzione simbolica, nè sarò distolto dalla credenza che l’amore è la base della cortesia. Noi dobbiamo ottenere quello, se possiamo; e dobbiamo ad ogni modo affermare questa. La vita deve molto del suo spirito a questi rudi contrasti. La moda che pretende essere onore, sovente nell’esperienza di tutti gli uomini non è che un codice di sala da ballo. Pure fino a che essa è nell’immaginazione delle migliori teste del nostro pianeta il cerchio più alto, vi sarà in essa qualche cosa di necessario e di eccellente; poichè non si può supporre che gli uomini si siano accordati per essere lo zimbello di una cosa assurda; ed il rispetto che questi misteri ispirano pur nei caratteri più rudi, e la curiosità con cui le particolarità dell’alta vita sociale sono lette, dimostrano l’universalità dell’amore per le maniere raffinate. Io so perfettamente che si sentirebbe una comica disparità se noi entrassimo nei circoli riconosciuti aristocratici ad applicare queste terribili misure di giustizia, di bellezza, e di beneficio agli individui che possiamo trovare in quelli. Questi cicisbei non sono monarchi ed eroi, saggi ed amanti. La moda ha molte classi e molte regole di prova e di ammissione; e non solo le migliori. Non vi è solamente il diritto di conquista, preteso dal genio — l’individuo che dimostra la sua aristocrazia naturale la migliore delle migliori; — ma talvolta vi sono dei minori diritti; però la Moda ama gli uomini celebri e come Circe si volge a loro. Questo signore giunse questo dopo pranzo dalla Danimarca; quello è Lord Ride, che giunse ieri da Bagdad; ecco il capitano Friese reduce dal capo Turnagain; ecco il capitano Symmes, proveniente dal centro della terra; Monsieur Jovaire che giunse in pallone stamane; Mr. Hobnail il riformatore; ed il reverendo Jul Bat, che ha convertito tutta la zona torrida alla sua scuola domenicale; ed il signor Torre del Greco che estinse il Vesuvio gettandovi dentro la baia di Napoli; ecco Spahi, l’ambasciatore Persiano; e Tul Wil Shan il nababbo esiliato dal Nepal, la cui sella è la luna nuova. Ma questi sono i mostri di un sol giorno, e domani saranno cacciati nelle loro tane; perchè in queste sale ogni sedia è ricercata. L’artista, lo studioso, ed in generale i dotti superano l’ascesa di questi luoghi, e si fanno rappresentare qui, in certo modo sotto l’apparenza di conquista. Un altro modo è quello di passare attraverso tutti i gradi, passando un anno ed un giorno in Piazza S. Michele, immergendosi nell’acqua di Colonia, profumandosi, pranzando, facendosi presentare, ed essendo sapientemente edotto d’ogni biografia e politica ed aneddoto dei «boudoirs».
Eppure queste galanterie possono avere della grazia e dello spirito. Lasciate le sculture grottesche intorno alle cancellate ed ai servizi dei templi. Il credo ed i comandamenti stessi abbiano lo sfacciato tributo della parodia. Le forme della cortesia esprimono nel più alto grado ed universalmente la benevolenza. Che cosa importa che esse si trovino nelle bocche di uomini egoisti, e siano usate come mezzo di egoismo? Che cosa importa se il falso gentiluomo quasi scaccia il gentiluomo vero dal mondo? Che importa se il falso gentiluomo riesca a rivolgersi in tal modo al suo compagno, da escludere urbanamente tutti gli altri dal discorso, ed anche a farli sentire esclusi? Un’utilità reale non perderà la sua nobiltà. Ogni nobiltà non è semplicemente Francese e sentimentale; nè bisogna nascondere che un sangue vigoroso ed una passione per la cortesia distinguono alfine il gentiluomo di Dio da quello della Moda. L’epitaffio di Sir Jenkin Grout, non è completamente inintelligibile nell’età presente: «Qui giace Sir Jenkin Grout, che amò il suo amico, e persuase il suo nemico: ciò che la sua bocca mangiò la sua mano pagò: ciò che i suoi servi rubarono egli rinnovò; se una donna gli diede piacere, egli la sopportò con dolore: egli giammai dimenticò i suoi bambini: e chiunque toccò il suo dito, trascinò dietro di esso tutta la sua persona». Perfino la discendenza degli eroi non è completamente estinta. Vi è ancora e sempre qualche persona ammirevole, vestita in semplici panni, ferma sul molo, che salta nell’acqua e porta a salvamento un uomo che annega; vi è ancora e sempre qualche assurdo inventore di forme di carità; qualche guida consolatrice dello schiavo fuggitivo; qualche amico della Polonia; qualche Filelleno; qualche fanatico che pianta alberi che faranno ombra alla seconda o terza generazione, e dei verzieri quando egli è vecchio; qualche pietà ben nascosta; qualche uomo giusto felice della sua oscura rinomanza; qualche giovane vergognoso dei favori della fortuna, di cui fa impazientemente getto sulle spalle d’un altro. E questi sono i centri della società, sui quali essa ritorna per raccogliere degli impulsi nuovi. Questi sono i creatori della Moda, la quale è un tentativo di organizzare la bellezza della condotta. I belli ed i generosi, sono in teoria, i dottori e gli apostoli di questa chiesa: Scipione ed il Cid, Sir Filippo Sidney e Washington, ed ogni cuore puro e coraggioso, che adorò la bellezza con la parola e con l’azione. Le persone che costituiscono l’aristocrazia naturale non si trovano nell’aristocrazia odierna, oppure si trovano solo alla sua estremità; allo stesso modo che l’energia chimica dello spettro è maggiore nella parte esterna di esso. Eppure questo è il difetto dei siniscalchi, i quali non conoscono il loro sovrano quando esso appare. La teoria della società suppone l’esistenza e la sovranità di questi. Pertanto dentro la cerchia etnica della società vi è una cerchia più stretta e più alta, ch’è concentrazione della sua luce e il fiore della cortesia, alla quale il parlamento dell’amore e della cavalleria volge sempre un tacito appello d’orgoglio e di richiamo come alla sua corte interna ed imperiale. E tutto ciò è costituito da quelle persone, in cui le disposizioni nobili sono native con l’amore del bello, il diletto nella società, ed il potere di abbellire il giorno che passa. Se gli individui che compongono i più puri circoli dell’aristocrazia in Europa, il sangue conservato da secoli, dovessero esser passati in rivista in modo che si potesse tranquillamente esaminare la loro condotta, noi potremmo trovare nè gentiluomini nè signore; poichè pure potendo noi essere soddisfatti di eccellenti esempi di cortesia e di alta educazione nell’insieme, noi scopriremmo delle gravi mancanze nei particolari; perchè l’eleganza non è il prodotto di alcuna educazione, ma della nascita. Vi deve essere il romanzo del carattere, o la più schizzinosa esclusione di male creanze servirà a nulla. Il genio deve prendere tale direzione: esso non deve essere cortese, ma dev’essere la cortesia. La vera distinzione è così rara nelle favole come lo è nel fatto. Scott è lodato per la fedeltà con la quale dipinse la condotta e la conversazione delle classi superiori. Certamente i re e le regine, i nobili e le grandi dame ebbero qualche diritto di lagnarsi per le assurdità che erano state nelle loro bocche prima dell’avvento di Waverley; tuttavia neppure il dialogo di Scott resiste alla critica. I suoi lords s’affrontano con eleganti discorsi epigrammatici, ma il dialogo rispondente ad essi non piace in seconda lettura e non è caldo di vita. Soltanto in Shakespeare i parlatori non incedono tronfi e non s’insuperbiscono; il dialogo vi è agevolmente grande, ed egli è certamente l’uomo più educato dell’Inghilterra e di tutta la cristianità. Una volta o due nella vita ci è permesso di godere del fascino delle nobili maniere, in presenza cioè di un uomo o di una donna, che non hanno impedimenti nella loro natura, ed i cui caratteri emanano liberamente dalle loro parole e dai loro gesti. Una bella forma è migliore di un bel viso; una bella condotta è migliore di una bella forma; essa produce un piacere più alto di quello che producono le statue od i quadri; essa è la più bella delle arti. Un uomo è una ben piccola cosa fra gli oggetti della natura, eppure con le qualità morali raggianti dal suo aspetto egli può abolire qualsiasi considerazione di grandezza e nei suoi modi uguagliare la maestà del mondo. Io ho visto un individuo le cui maniere, sebbene completamente consone alle convenzionalità della società elegante, non erano mai state apprese in quell’ambiente, ma erano originali, imponenti, e largivano protezione e contentezza; un individuo che non abbisognava dell’aiuto di un seguito di corte, ma che portava la festa nei suoi occhi; che allietava la fantasia aprendo orizzonti di nuovi modi di vita; che scuoteva la tirannide della etichetta con un contegno brioso e lieto, buono e libero come Robin-Hood; eppure aveva il portamento di un imperatore, calmo, serio, ed idoneo per sostenere lo sguardo di milioni di persone.
L’aria aperta ed i campi, le strade e le Camere dei deputati, sono i luoghi dove l’uomo eseguisce il suo volere; lasciate che egli ceda o condivida il suo scettro alla porta di casa sua. La donna, con il suo istinto sul modo di comportarsi, immediatamente scopre nell’uomo un amore alle frivolezze, una qualche indifferenza od imbecillità, o in breve, una certa mancanza di quel contegno aperto, scorrente, magnanimo, che è indispensabile come lo sono le decorazioni in un palazzo. Le nostre istituzioni americane sono state favorevoli alla donna, ed io credo che in questo momento una delle principali felicità di questo paese sta nell’eccellenza delle sue donne. Una specie di goffo convincimento dell’inferiorità degli uomini può far sorgere una nuova cavalleria protettrice dei diritti della donna. Abbia essa un posto più elevato nelle leggi e nelle forme sociali, come il più zelante riformatore può domandare, ma io confido così intieramente nella sua muliebre natura ispirante e musicale da credere che la donna possa solo insegnarci come essa deve essere servita. La meravigliosa generosità dei suoi sentimenti la innalza talvolta alte regioni eroiche e divine, e rende vere le pitture di Minerva, Giunone o Polimnia; e la fermezza con la quale essa segue il suo alto cammino convince il più rude calcolatore dell’esistenza, d’una via diversa da quella che i suoi piedi sono abituati a calpestare. Ma oltre a quelle che avverano nella nostra immaginazione il regno delle Muse e delle Sibille Delfiche, non vi sono forse altre donne che colmano la nostra coppa di vino e di rose fino all’orlo, cosicchè il vino trabocca e riempie la casa di profumo; altre donne che ci ispirano la cortesia, che sciolgono la nostra lingua, e noi parliamo; che toccano i nostri occhi, e noi vediamo? Noi per vero diciamo delle cose che non avevamo mai pensato di dire; per una volta, le barriere del nostro riserbo abituale svanirono, e ci lasciarono al largo; noi eravamo dei bambini trastullanti con dei bambini in un vasto campo di fiori. Poneteci, noi gridammo, sotto tali dominii, per giorni, per settimane, e noi saremo i poeti del sole, e scriveremo in parole variopinte il romanzo che voi siete. Fu Hafiz o Firdusi che disse della sua Lilla Persiana: Essa era una forza elementare e mi stupì per il suo cumulo di vita, quando la vidi per giorni e giorni raggiante, ad ogni momento ridondante di gioia e di grazia tutto intorno a lei? Essa era un solvente capace di raccogliere ogni persona eterogenea in una sola società, come l’aria o l’acqua, elementi d’innumeri raggi di affinità, che si combinano rapidamente con mille sostanze. Dove essa è presente, tutti gli altri si sentiranno più di quel che sono. Essa era un’unità ed un intiero così che qualsiasi cosa essa facesse, le si conveniva. Essa aveva tanta simpatia e desiderio di piacere quanta voi non potreste immaginare; le sue maniere erano dignitose, e nessuna principessa potrebbe in qualunque occasione superare il suo aperto e retto contegno. Essa non studiò la grammatica persiana, nè i libri dei sette poeti, ma tutti i poemi dei sette parvero essere scritti a sua gloria. Perchè, sebbene l’inclinazione della sua natura non fosse verso il pensiero, ma verso la simpatia, pure essa era così perfetta nella sua propria natura, da incontrare le persone intellettuali con la pienezza del suo cuore, infiammandole con i suoi sentimenti, credendo, come faceva, che con il trattare nobilmente con tutti, tutti si sarebbero dimostrati nobili.