Io so che questa costruzione bizantina della Cavalleria o Moda, che sembra così bella e pittoresca a coloro che guardano ai fatti contemporanei per istudio o per passatempo, non è ugualmente piacevole a tutti gli spettatori. La costituzione della nostra società la rende un castello da gigante per il giovine ambizioso che non ha trovato il suo nome nel suo libro d’Oro, e che essa ha escluso dai suoi ambiti onori e privilegi. Questi giovani debbono ancora imparare che la sua apparente grandezza è nebulosa e relativa: essa è grande per loro concessione: le sue porte più superbe si apriranno di volo all’approssimarsi del loro coraggio e della loro virtù. Vi sono tuttavia dei facili rimedi all’afflizione presente di coloro che sono predisposti a soffrire delle tirannie di tale capriccio. Cambiare la vostra residenza di un paio di miglia o di quattro al massimo tempererà comunemente la più estrema suscettibilità. Poichè i vantaggi apprezzati dalla moda sono piante che crescono in località molto ristrette, vale a dire in poche località. All’infuori di questi luoghi essi sono nulla: a nulla servono nella cascina, nella foresta, nel mercato, nella guerra, nel matrimonio, nei circoli scientifici o letterarii, al mare, nell’amicizia, nel dominio del pensiero o della virtù.

Ma noi ci siamo soffermati troppo in queste corti lussuose. Il valore della cosa significata deve giustificare la nostra inclinazione per ciò che essa rappresenta. Ogni cosa chiamata moda e cortesia si umilia dinanzi alla causa ed alla sorgente dell’onore, creatore di titoli e gradi; si umilia cioè dinnanzi al gran cuore dell’amore.

Questo è il sangue regale, questo è il fuoco, che in tutti i paesi ed in tutte le contingenze seguirà la sua specie e conquisterà ed espanderà tutto ciò che lo avvicina. Questo dà nuove significazioni ad ogni fatto; questo impoverisce il ricco, non sopportando altra grandezza che la sua propria. Che cosa significa ricco? Siete voi ricco abbastanza per aiutare qualcuno? per soccorrere il goffo e l’eccentrico? siete voi ricco abbastanza per far sentire al viandante, dall’attestato consolare che lo raccomanda «Ai caritatevoli»; al bruno italiano con le sue poche e frammentarie parole d’inglese; al povero zoppo, cacciato di paese in paese dalle guardie; ad un misero uomo o ad una misera donna, istupiditi e naufragati, la nobile eccezione della vostra presenza e della vostra casa dalla freddezza e durezza generale? siete voi ricco abbastanza per far sentire a costoro d’esser richiamati da una voce che li faccia ricordare e sperare? Che cosa significa «vile» se non rifiutare il diritto di sottili e decisive ragioni? Che cosa significa «gentile», se non il concederlo e dare ai loro cuori ed ai nostri un giorno di lieto oblio dalla circospezione nazionale? Senza un cuore generoso la ricchezza è una laida pezzente. Il re di Schiraz non aveva il potere di essere così generoso come il povero Osman che dimorava al suo cancello. Osman aveva un’umanità così larga e profonda che sebbene la sua parola riguardo al Korano fosse così libera ed audace da disgustare tutti i Dervisci, pure non vi fu mai un povero proscritto, un pazzo, uno scemo, che si fosse rasa la barba o che fosse stato mutilato per un voto, od avesse avuto un accesso di pazzia nel suo cervello, che non corresse subito a lui; e quel grande cuore giaceva là nel centro del paese, così benefico ed ospitale da sembrare che lo istinto di tutti i sofferenti li avvincesse al suo fianco. Ed egli non condivise la pazzia alla quale dava ricovero. Non è questo essere ricco? questo solo l’essere giustamente ricco?

Ma io udrò senza dolore che rappresento molto male il cortigiano e che parlo di cosa che non comprendo bene. È facile l’osservare che ciò che è chiamato per distinzione «società» e «moda», ha leggi buone e leggi cattive; ha molte cose necessarie e molte assurde. Non idonea alla maledizione ed alla benedizione, essa ci ricorda una tradizione della mitologia pagana, nei tentativi di definire il suo carattere. Io udii un giorno Giove — diceva Sileno — che parlava di distruggere la terra; egli diceva che essa era decaduta; che gli uomini erano tutti bricconi e megere; che facevano di male in peggio, e così rapidamente come i giorni si succedevano l’uno all’altro. Minerva rispose che non lo credeva; che gli uomini erano solo dei piccoli esseri ridicoli, con questa circostanza curiosa, di avere un marchio od un aspetto indeterminato, visti da lontano o visti da vicino: onde se voi li dite cattivi essi appaiono cattivi; se voi li dite buoni, essi appaiono buoni; e che non vi era una sola persona od una sola azione fra essi, che avrebbe non meno imbarazzato la sua civetta, che tutto l’Olimpo, nel sentenziare se fosse fondamentalmente buona o cattiva.

QUINTO SAGGIO I DONI

Si dice che il mondo sia in uno stato di bancarotta; che il mondo debba al mondo più di ciò che possa pagare, e che esso dovrebbe essere pignorato e venduto. Io non credo che questa insolvibilità generale, che in certo modo coinvolge tutta la popolazione, sia la ragione della difficoltà esperimentata a Natale e a Capo d’Anno od in altre epoche, nel fare i doni; poichè è sempre piacevole essere generoso, sebbene sia vessatorio il pagare i proprii debiti. Ma l’impedimento giace nella scelta. Se in un momento qualunque mi si mette in capo che io devo un presente a qualcuno, io sono imbarazzato sul dono fino a che l’opportunità è passata. I fiori ed i frutti sono sempre dei doni adatti; quelli perchè sono una superba affermazione che un raggio di bellezza supera tutte le utilità del mondo; l’aspetto gaio di essi contrasta con l’aspetto severo della natura ordinaria; infine perchè essi sono come una musica udita dall’esterno di un ricovero. La natura non ci accarezza: poichè noi siamo dei bambini, non già dei favoriti: essa non è indulgente: ogni cosa è distribuita a noi senza timori e senza favori, ma secondo leggi severe ed universali. Eppure questi fiori delicati appaiono come il capriccio e l’intervento dell’amore e della bellezza. Gli uomini usarono affermare che noi amiamo l’adulazione, anche se non ne siamo ingannati, perchè essa dimostra che noi abbiamo un sufficiente valore per essere corteggiati. I fiori ci dànno un piacere alquanto simile a questo: infatti che cosa sono io per colui al quale questi dolci segni sono indirizzati? I frutti sono doni accetti, perchè sono il fiore dei profitti, ed ammettono che dei valori fantastici siano ad essi attribuiti. Se un uomo mi mandasse a chiamare da cento miglia lontano, e mettesse davanti a me un canestro di bella frutta estiva, io penserei esservi una proporzione fra la mia fatica ed il mio guiderdone.

Per i doni comuni la necessità produce cose convenevoli e belle ogni giorno, e si è contenti quando un imperativo non ci lascia diritto di scelta; infatti se l’uomo che batte alla vostra porta non ha scarpe, voi non dovete star a pensare se potreste regalargli una scatola di colori. E poichè è sempre cosa piacevole il vedere un uomo che mangia del pane e beve dell’acqua, in casa e fuori, così è sempre una grande soddisfazione il provvedere a queste prime necessità. La necessità fa ogni cosa bene. Nella nostra condizione di dipendenza universale sembra eroico il permettere che il richiedente sia il giudice della sua necessità, e dare tutto ciò che è domandato, anche se ciò si fa con grave disturbo. Se esso è un desiderio fantastico, è meglio lasciare agli altri l’ufficio di punirlo. Io posso pensare a molte altre parti da rappresentare che a quella delle Furie. Dopo le cose di prima necessità, la regola prescritta da un mio amico per fare un dono è questa: che noi possiamo donare ad una persona ciò che propriamente appartenne al suo carattere, e che fu facilmente associato a lui nel pensiero. Ma i nostri pegni d’amore e di omaggio sono per la maggior parte barbari. Gli anelli od altri gioielli non sono dei doni, ma delle apparenze di doni. L’unico dono è una parte di te stesso. Tu devi versar sangue per me. Perciò il poeta dona il suo poema; il pastore il suo agnello; l’agricoltore il suo grano; il minatore una gemma; il marinaio coralli e conchiglie; il pittore il suo quadro; la ragazza un fazzoletto cucito da lei stessa. Questo è giusto e piacevole, poichè quando la biografia di un uomo è espressa nel suo dono, e la ricchezza di ogni uomo è un indice del suo merito, la società è restaurata sulle sue basi primitive. Ma è un’azione fredda e senza vita il vostro andare nei negozi ad acquistar per me qualcosa, che non rappresenta la vostra vita ed il vostro talento, ma quella di un orefice. Questo è convenevole ai re ed agli uomini ricchi, che rappresentano i re, ed è falsa ostentazione di beni il fare futili regali in oro ed argento, come una specie di simbolico sacrificio espiatorio o pagamento di una taglia.

La legge dei benefici è un canale difficile, che richiede una navigazione prudente o dei robusti battelli. Non è ufficio dell’uomo quello di ricevere doni. Come osate voi farli? Noi desideriamo di sostentarci da noi stessi. Noi non perdoniamo mai interamente al donatore. La mano che ci alimenta è sempre in pericolo di essere morsicata. Noi possiamo ricevere qualche cosa dall’amore, perchè esso è un modo di ricevere da noi stessi, ma non da chiunque assuma l’ufficio di donatore. Talvolta noi odiamo la carne che mangiamo, perchè ci pare una dipendenza degradante quella di vivere per suo mezzo.

«Fratello, se Giove ti fa un dono bada di prender nulla dalle sue mani». Noi domandiamo il tutto. Nulla meno ci accontenterà. Noi citiamo in giudizio la società se non ci dona oltre alla terra, al fuoco e all’acqua, l’opportunità, l’amore, la riverenza ed obbietti di venerazione.

Colui che può ricevere vantaggiosamente un dono è un uomo buono. Noi siamo lieti o spiacenti per un dono, ed entrambe le emozioni sono disdicevoli. Io credo che quando mi rallegro o mi rattristo per un dono, qualche violenza si compie e qualche avvilimento sorge. Io soffro quando la mia indipendenza è invasa o quando il dono viene da uno che non conosce il mio spirito; quando poi il dono mi piace oltremodo, allora io dovrei vergognarmi che il donatore mi legga nell’anima, e veda che io amo il suo dono e non lui. Il dono per essere vero deve consistere nel fluire del donatore in me, corrispondente al mio fluire in lui. Quando le acque sono a livello, allora i miei beni passano a lui ed i suoi a me. Tutti i miei sono suoi, tutti i suoi sono i miei. Io gli dico: «come potete darmi questo recipiente d’olio o questo fiasco di vino, se tutto il vostro olio e tutto il vostro vino è mio?» Ecco il perchè della convenienza delle cose belle come doni e non delle cose utili. Quest’ultima specie di doni ha il carattere d’una insulsa usurpazione, e perciò quando il beneficato è ingrato, (ogni beneficato odia ogni Timone) e non considera affatto il valore del dono, ma tiene d’occhio il fondo donde quello fu tolto, io simpatizzo piuttosto con il beneficato che con lo sdegno del benefattore. Infatti la speranza fiduciosa della gratitudine è cosa vile ed è continuamente punita dall’insensibilità totale della persona obbligata. È una grande felicità l’allontanarsi senza offese e senza odio da chi ha avuta la cattiva fortuna d’essere soccorso da voi. L’essere soccorso è una cosa assai onerosa ed il debitore per natura desidera ferirvi. Parole auree per questi signori sono quelle che io tanto ammiro nel Buddista, che non ringrazia mai e dice: «Non adulate i vostri benefattori».