Io immagino che la ragione di queste discordie sta in ciò, che non vi è alcuna giusta proporzione fra un uomo ed un dono. Voi non potete dare alcuna cosa ad una persona magnanima. Dopo che voi lo avete servito, egli pone subito voi in debito per la sua magnanimità. Il beneficio che un uomo rende al suo amico è volgare ed egoista se è comparato al beneficio che egli sapeva di dover ricevere dall’amico stesso prima che egli avesse incominciato a giovargli. Il beneficio, che posso rendere ad un mio amico mi pare piccolo, comparato alla benevolenza che mi spinge verso di lui. Inoltre la nostra azione reciproca, sia buona o cattiva, è così incidentale e casuale, che noi possiamo raramente udire una persona che vorrebbe senza vergogna e umiliazione ringraziarci per un beneficio. Raramente noi possiamo calare un colpo diretto, ma dobbiamo accontentarci di uno obliquo; allo stesso modo raramente abbiamo la soddisfazione di fare un beneficio diretto che sia direttamente ricevuto. Ma la rettitudine sparge favori da ogni lato senza saperlo, e riceve con meraviglia i ringraziamenti di tutta la gente.

Io temo di esprimere un certo tradimento contro la maestà dell’amore, che è il genio ed il dio dei doni, e che noi non dobbiamo aspirare di dirigere. Conceda egli indifferentemente regni o petali di fiori. Vi sono delle persone da cui ci attendiamo sempre dei regali di fata; non cessiamo dunque di attenderli! Questa è una prerogativa, che non deve essere limitata dalle nostre leggi municipali. Del resto mi piace d’osservare che noi non possiamo essere comprati o venduti. La miglior parte dell’ospitalità e della generosità non sta nella volontà, ma nella sorte. Io m’avvedo di non esser molto per voi; voi non avete bisogno di me; voi non mi sentite ed allora io sono scacciato dalla casa anche se mi offrite case e terre. Nessun servizio ha valore alcuno, solo le apparenze lo hanno. Quando io ho cercato di unirmi ad altri per mezzo di favori, ne risultò un’astuzia intellettuale, null’altro. Essi si cibano dei vostri favori come fossero delle mele e vi lasciano fuori. Ma voi amateli, ed essi vi sentiranno, e si rallegreranno di voi per sempre.

SESTO SAGGIO LA NATURA

Vi sono dei giorni in questo clima e quasi in ogni stagione dell’anno nei quali il mondo tocca la sua perfezione; nei quali l’aria, i corpi celesti e la terra compongono una sola armonia, come se la natura volesse accarezzare la sua progenie; giorni in cui in queste tristi regioni nordiche del pianeta non abbiamo nulla da desiderare di ciò che abbiamo udito delle più felici regioni, e ci culliamo nelle ore soleggiate della Florida e di Cuba; giorni in cui ogni cosa che ha vita dà segni di soddisfazione, e gli armenti stessi sembrano avere dei pensieri grandi e sereni. Noi possiamo attendere con una maggior certezza questi alcioni in quel tempo sereno d’Ottobre, che noi distinguiamo con il nome di estate indiano. Il giorno infinitamente lungo dorme sulle larghe colline e sui vasti campi ardenti. L’aver vissuto tutte le sue ore di sole pare una sufficiente longevità. I luoghi solitari non sembrano del tutto deserti. Sul limitare della foresta l’uomo attonito è obbligato ad abbandonare i suoi criterii cittadini del grande e del piccolo, del saggio e del folle. Il gravame delle abitudine ci cade dal dorso al primo passo che noi facciamo in questi luoghi appartati. Qui vi è una santità che fa arrossire le nostre religioni, ed una realtà che scredita i nostri eroi. Qui constatiamo che la natura è la circostanza che avvilisce qualsiasi altra circostanza, e che essa giudica come un dio tutti gli uomini che le si avvicinano. Noi siamo sgusciati dalle nostre case chiuse ed affollate, nella notte e nel mattino, e vediamo quali bellezze maestose ci avvolgono ogni giorno nel loro seno. Quanto volentieri vorremmo noi evitare le barriere che rendono queste bellezze comparativamente prive di potere: sfuggire la menzogna ed il secondo pensiero e lasciare che la natura penetri in noi. La luce temperata dei boschi è come un mattino perpetuo ed è stimolante ed eroica. Gli antichi incanti tramandatici di questi luoghi ci conquidono lentamente. Gli steli della cicuta, i tronchi dei pini e delle quercie brillano come acciaio innanzi all’occhio eccitato. Gli alberi muti poco a poco ci persuadono a vivere con essi ed a lasciare la nostra vita composta di solenni inezie. Qui nessuna storia o chiesa o stato interviene nel cielo divino e nell’anno immortale. Quanto facilmente noi potremmo procedere nell’aperta pianura, assorti in nuovi spettacoli ed in pensieri che si succedono rapidamente l’uno all’altro, finchè grado a grado il ricordo di casa nostra venisse cancellato dalla mente, come se fossimo portati in trionfo dalla natura!

Questi incanti sono salutari; essi ci rendono sobrii e ci guariscono. Questi sono piaceri semplici, che s’addicono alla nostra natura. Noi ritorniamo a ciò che è nostro proprio; stringiamo amicizia con la materia, che le chiacchiere ambiziose delle scuole vorrebbero persuaderci a disprezzare. Noi non possiamo mai dipartircene; la mente ama la sua vecchia abitazione; come l’acqua per la nostra sete, così è la roccia, la terra per i nostri occhi, le nostre mani e i nostri piedi. Essa è dell’acqua solida: essa è una fiamma fredda: quale equilibrio quale affinità! Quando noi cianciamo affettatamente con degli estranei, questo viso onesto della natura sempre s’introduce come un vecchio amico, come un caro amico e fratello, e con un’autorevole dimestichezza ci vergogna delle nostre parole insensate. Le città non danno ai sensi umani spazio sufficiente. Noi andiamo ogni giorno ed ogni notte a nutrire i nostri occhi nell’orizzonte ed abbisogniamo di un luogo aperto come abbisogniamo dell’acqua per il nostro bagno. A cominciare da questi piccoli poteri fino ai suoi ministeri più cari e più grandi dell’immaginazione e dell’anima vi sono in natura tutte le gradazioni dei poteri. V’è la secchia dell’acqua fredda che nasce dalla sorgente, il fuoco del legno, al quale corre il viaggiatore intirizzito per salvezza, e v’è la morale sublime dell’autunno e del meriggio. Noi ci ricoveriamo nella natura, e viviamo da parassiti con le sue radici ed i suoi grani, e riceviamo lampi di luce dai corpi celesti, che ci chiamano alla solitudine e che ci predicono il più remoto futuro. Lo Zenit azzurro è il punto in cui si incontrano la favola e la realtà. Io penso che se noi fossimo rapiti in tutto ciò che noi sogniamo del paradiso, e se conversassimo con Gabriele e con Uriele, il cielo che ci sta sul capo sarebbe tutto ciò che rimarrebbe delle nostre cose presenti.

I giorni in cui abbiamo osservato qualche oggetto naturale, non sembrano completamente biasimevoli. Infatti la caduta dei fiocchi di neve nell’aria silenziosa, perfetti nella loro forma cristallina; il soffiare dell’uragano sopra un’ampia distesa d’acqua e sopra i piani; gli ondeggianti campi di segala; il movimento fluttuante di centinaia di acri di houstonia, i cui innumerevoli fiori imbiancano e si agitano davanti all’occhio; il riflettersi degli alberi e dei fiori nello specchio dei laghi; il musicale ed odoroso vento del sud, che converte le piante in arpe eoliche; lo scoppiettio della cicuta nella fiamma o dei ceppi del pino, che illuminano festosamente le pareti ed i visi nel salotto ecc. ecc... sono la musica e le pitture della più antica religione. La mia casa è posta sopra un basso tratto di terra, con un orizzonte ristretto ed all’estremità del villaggio. Ma io vado con il mio amico sulla sponda del nostro piccolo fiume, e con un solo colpo di remo mi allontano dalla politica e dalle personalità del villaggio, anzi dal mondo intero fatto di villaggi e di personalità, ed entro in un meraviglioso regno di tramonti e di plenilunii, regno troppo luminoso forse perchè l’uomo macchiato vi penetri senza un noviziato ed una prova. Noi penetriamo materialmente in questa incredibile bellezza: noi immergiamo le nostre mani in questo elemento variopinto; i nostri occhi sono bagnati in queste luci ed in queste forme, allora sull’istante s’inizia un giorno di festa, una villeggiatura, un sogno regale, il festival più superbo e più rallegrante che il valore e la bellezza, il potere ed il gusto abbiano mai preparato e goduto. Queste nubi crepuscolari, queste stelle che spiccano con isquisita lucidezza con le loro luci riposte ed ineffabili lo esprimono e l’offeriscono. Io apprendo la povertà delle nostre creazioni e la bruttezza delle nostre città e dei nostri palazzi. L’arte ed il lusso hanno imparato per tempo a non esser altro che un’aggiunta ed un seguito di questa bellezza originale. Io sono più che informato intorno al mio stato. D’ora in avanti io sarò di difficile accontentatura. Io non posso ritornare ai trastulli. Io son diventato prodigo e sofistico. Non posso più a lungo vivere senza eleganza; ma un contadino dovrà essere il capo delle mie feste. Colui che conosce il più; colui che sa quali dolcezze e quali virtù siano nel suolo, nelle acque, nelle piante, nei cieli, e sa come giungere a questi incanti, è l’uomo ricco e regale. Solo fin dove hanno chiamato la natura in aiuto, i signori del mondo possono raggiungere l’altezza della magnificenza. Il significato dei loro giardini pensili, delle ville, delle case di campagna, delle isole, dei parchi è questo: sostenere con tali robusti accessori le loro personalità difettose. Io non dubito che gli interessi agricoli dovrebbero essere invincibili nello stato, con questi ausiliarii pericolosi. Essi corrompono ed invitano; non re, non palazzi, non uomini o donne, ma queste tenere e poetiche stelle, eloquenti di segrete promesse. Noi sentimmo ciò che l’uomo ricco diceva; noi sapevamo della sua villa, del suo boschetto, del suo vino, e della sua società, ma lo stimolo dell’invito venne da quelle seducenti stelle. Nei loro dolci splendori io osservo ciò che gli uomini tentarono di realizzare in qualche Versailles o Pafos o Ctesifonte. Infatti la magica luce dell’orizzonte e lo sfondo del cielo azzurro sono quelli che salvano tutte le nostre opere d’arte, che altrimenti sarebbero delle povere cose. Quando il ricco impone al povero la servilità, l’ossequenza, egli dovrebbe considerare l’effetto che producono sulle menti ricche di immaginazione gli uomini creduti possessori della natura. Ah! se i ricchi fossero ricchi come il povero li immagina! Un ragazzo sente una banda militare, che suona in un campo di notte, ed egli ha dinnanzi a sè dei re, delle regine e delle cavallerie famose. Egli sente l’eco di un corno in una contrada collinosa, sulle montagne di Notch per esempio, eco che converte le montagne in un’arpa eolica, e questo tiralirà soprannaturale risuscita la mitologia Dorica, Apollo, Diana, e tutti i cacciatori e le cacciatrici divine: tanto può una nota musicale essere sublime ed orgogliosamente bella! Per il giovane e povero poeta la sua pittura della società è altrettanto favolosa; egli è leale; egli rispetta i ricchi; essi sono ricchi per amore della sua immaginazione; come sarebbe povera la sua fantasia se essi non fossero ricchi! Essi hanno dei boschetti cintati da alte cancellate, che chiamano parchi; essi vivono in saloni più grandi e meglio arredati di quelli che egli ha veduti; essi vanno in vettura; essi vivono soltanto nelle società eleganti, vanno ai bagni di mare, in lontane città... ecco il fondo da cui il poeta ha tratto i palazzi, i parchi ecc., per svolgervi il suo romanzo; parchi e palazzi in paragone dei quali i possedimenti veri sono delle capanne e degli umili prati. La musa stessa tradisce il figlio suo, ed accresce i doni della ricchezza e della bellezza aristocratica per mezzo di un’irradiazione dell’aria, delle nubi e delle foreste, che fiancheggiano la strada, con un certo superbo favore: quale sarebbe concesso da genî patrizi a patrizi.

La sensibilità morale che crea gli Eden e le valli di Tempe così agevolmente, non sempre può essere scoperta, ma certo il paesaggio materiale non è mai lontano da quella. In essa noi possiamo trovare questi luoghi incantevoli senza visitare il lago di Como e le Isole di Madera. Noi esageriamo i pregi della bellezza naturale di un luogo. In ogni paesaggio il fulcro della meraviglia sta nell’incontro della terra con il cielo, e questo lo si vede tanto dal monticello più vicino, come dalla cima dei monti Allegany. Le stelle di notte pendono sopra la più comune ed oscura contrada, con tutta la magnificenza spirituale con cui esse splendono sulla campagna Romana o sui marmorei deserti dell’Egitto. Le nuvole avvolgenti ed i colori del mattino e della sera trasfigureranno aceri ed ontani. La differenza fra paesaggio e paesaggio è piccola, ma grande è la differenza fra coloro che li contemplano. Nulla vi è di così meraviglioso in qualsiasi paesaggio quanto la necessità, a cui ogni paesaggio soggiace, di essere bello. La natura non può essere sorpresa disadorna. La bellezza irrompe in ogni luogo.

Ma è molto facile sorpassare la simpatia del lettore per questo argomento, che gli scolastici chiamano natura naturata o natura passiva. Si può appena parlare direttamente di essa senza eccedere; e l’eccedere è facile, come affrontare in una società mista «il soggetto della religione». Una persona suscettibile non ama su questo punto di condiscendere ai suoi gusti senza la scusante di qualche necessità volgare: egli va a vedere un appezzamento di bosco o ad osservare i raccolti, od a raccogliere una pianta od un minerale in qualche località remota, od egli porta un fucile od una canna da pesca. Io credo che questo pudore debba avere una buona ragione. Un dilettantismo in natura è arido e senza valore. Il vanesio che sta nei campi non è migliore del suo fratello in Broadway. Gli uomini sono per natura cacciatori ed avidi di conoscere la vita dei boschi, ed io credo che i fatti narrati dagli Indiani e dagli spaccatori di legna sarebbero interessanti per i più sontuosi salotti e per tutti i cenacoli; eppure ordinariamente, sia che noi siamo troppo goffi per un’argomento così sottile sia per qualsivoglia altra causa, così tosto come incominciamo a scrivere intorno alla natura, noi cadiamo nell’eufuismo. La frivolezza è un tributo non idoneo per Pan, che dovrebbe essere rappresentato nella mitologia come il più temperante degli dèi. Io non vorrei essere frivolo dinanzi all’ammirevole circospezione e prudenza del tempo; pure io non posso rinunciare al diritto di ritornare sovente su questo vecchio argomento. La moltitudine degli dèi falsi e bugiardi dà credito alla religione vera. La letteratura, la poesia, la scienza, sono l’omaggio dell’uomo a questo segreto insondabile, per il quale nessun uomo può affettare indifferenza o mancanza di curiosità. La natura è amata dalla nostra parte migliore.

Essa è amata come la città di Dio, sebbene o piuttosto perchè non vi sono cittadini. Il tramonto è dissimile da ogni cosa che gli sta sotto: esso manca di uomini. E la bellezza della natura deve sempre sembrare irreale e beffarda, finchè il paesaggio non abbia delle figure umane che siano così buone come essa stessa. Se vi fossero degli uomini buoni non ci sarebbe mai questo rapimento nella natura. Se il re è nel palazzo, nessuno guarda ai muri: e quando egli se ne è andato e la casa è piena di domestici e di curiosi, noi torciamo lo sguardo dalla gente, per trovare sollievo negli uomini maestosi ricordati dai quadri e dall’architettura. I critici che si lagnano della malsana separazione della bellezza della natura dalla cosa da farsi, devono considerare che il nostro inseguimento del pittoresco è inseparabile dalla nostra protesta contro la falsa società. L’uomo è caduto; la natura è eretta, e serve come termometro differenziale che segni la presenza o l’assenza del sentimento divino nell’uomo. A causa della nostra stupidità e del nostro egoismo noi guardiamo la natura dall’alto in basso, ma quando noi saremo convalescenti la natura chinerà il suo sguardo verso di noi. Noi vediamo con mortificazione il ruscello spumeggiante; se la nostra vita scorresse con la dovuta energia noi faremmo vergognare il ruscello, poichè l’onda dello zelo brilla di fuoco reale e non dei raggi riflessi del sole o della luna. La natura può essere considerata egoisticamente come il commercio. L’astronomia per gli egoisti diventa astrologia; la psicologia, mesmerismo (coll’intendimento di farci sapere dove sono andati i nostri cucchiai) e l’anatomia e la fisiologia diventano frenologia e palmistria.

Ma prendendo in tempo congedo e lasciando molte cose non dette su questo argomento, non tardiamo oltre a presentare i nostri omaggi alla Natura Efficiente, natura naturans, causa vivente dinnanzi alla quale tutte le forme fuggono come turbini di neve, segreta essa stessa, mentre le sue opere procedono innanzi come mandre e turbe (gli antichi rappresentarono la natura in Proteo, un Pastore) in un’indescrivibile varietà. Essa si rivela nelle creature, pervenendo attraverso a successive trasformazioni, da semplici particelle alle più elette proporzioni e giungendo a compiuti risultati senza un urto od un salto. Un po’ di caldo, vale a dire un po’ di moto, è tutto ciò che differenzia i poli mortalmente freddi, bianchi e nudi dalle prolifiche regioni tropicali. Tutti i mutamenti si compiono senza violenza in grazia delle due condizioni cardinali di spazio e tempo illimitato. La geologia ci ha iniziati alla secolarità della natura, e ci ha insegnato a non usare oltre le nostre misure da asilo e a cambiare i nostri sistemi Mosaici o Tolomaici con il suo ampio procedimento. Noi sapevamo nulla esattamente, per mancanza di prospettiva. Ora sappiamo quali periodi laboriosi devono passare prima che la roccia si formi, poi, prima che la roccia si rompa, ed avanti che il primo lichene abbia disgregata la più sottile esterna compagine d’una zolla, ed aperte le porte alle lontane Flora e Fauna, Cerere e Pomona. Come è ancora lontano il trilobita! Come è ancora lontano il quadrupede! Quanto inconcepibilmente lontano è l’uomo! Tutto a tempo debito arriva e razza dopo razza quella dell’uomo. Vi è una lunghissima strada dal granito all’ostrica; più lunga ancora fino a Platone ed alla predicazione dell’immortalità dell’anima. Eppure tutto deve venire così sicuramente come il primo atomo ha due lati.